Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione
Critiche all'incontro tra il ministro italiano e l'omologo egiziano mentre si attende la ripresa del processo per l'omicidio
Non è la prima volta che accade negli ultimi anni, tra passerelle di ministri italiani al Cairo e bilaterali tra la premier Giorgia Meloni e il presidente egiziano Al Sisi. Ma nei giorni del decennale del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni, l’incontro al Viminale tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’omologo egiziano Mahmoud Tawfik, accolto con tutti gli onori e poi omaggiato con tanto di comunicato in cui si parla di “dialogo strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e responsabilità nel Mediterraneo”, non può che rappresentare un’ulteriore ferita. L’ultimo atto di quella normalizzazione dei rapporti politici e commerciali tra Roma e il Cairo, nel nome degli affari, della politica estera, della realpolitik.
Così, nel corso della proiezione a Roma di “Tutto il male del mondo“, il documentario che ripercorre le tappe della vicenda e del processo che vede imputati in Italia quattro 007 della National Security, il servizio segreto egiziano, è la legale della famiglia, Alessandra Ballerini, con accanto i genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi, a denunciare quel vertice al Viminale, considerato inaccettabile. “Ricostruire la verità, nonostante l’ostruzionismo, i depistaggi dell’Egitto, l’arroganza e la cialtroneria del regime di Al Sisi, sopportata anche dal nostro governo, non è stato facile. Tutto il male che si è accanito su Giulio Regeni continua ancora oggi, ogni volta che in udienza viene rievocata la parola ‘tortura‘. E continua per chi, sotto il regime, quella tortura la subisce sul proprio corpo, nella assoluta impunità. Con il processo e con questo documentario vogliamo ristabilire che i diritti umani fondamentali sono inviolabili, che esiste un divieto di tortura universale”. Per questo motivo, precisa Ballerini, “questo dovrebbe far sì che non avvengano fatti come quelli avvenuti oggi, che il ministro dell’Interno italiano si incontri con quello egiziano, si facciano grandi complimenti per la collaborazione, per fermare l’immigrazione che viene da un paese, l’Egitto, che non è un Paese sicuro. Dal Cairo scappano persone che stanno subendo le conseguenze del regime che ha torturato e ucciso Giulio e che ogni giorno tortura e uccide e fa sparire almeno tre persone al giorno”.
Eppure, mentre il processo di fronte alla Corte di Assise di Roma, dopo 17 mesi, 28 udienze e 38 teste ascoltati, è ancora sospeso, in attesa della sentenza della Corte costituzionale che dovrà decidere – dopo la questione di legittimità sollevata dai legali degli imputati – sulla copertura o meno, da parte dello Stato, dei costi degli eventuali consulenti tecnici della difesa, l’asse politico tra il Cairo e Roma sembra sempre più saldo, nonostante le parole della famiglia e le contestazioni delle opposizioni. “Piantedosi? Mi vergogno per lui e per la sua immoralità”, ha attaccato con un post social il dem Gianni Cuperlo, sempre presente alle udienze del processo. E ancora: “A Fiumicello ho visto il docufilm su Giulio e la descrizione delle torture che ha subito. I depistaggi e le volgarità delle autorità egiziane proseguite negli anni. E il ministro degli Interni italiano parla di ‘collaborazione molto proficua’”. Anche Avs ha annunciato di voler presentare un’interrogazione parlamentare. Pochi giorni fa era stato lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella a mandare una lettera alla famiglia Regeni nella quale sottolineava come “verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi”.
Nel comunicato ufficiale rilasciato dal Viminale, invece, del caso Regeni non c’è nemmeno l’ombra. Mai citato, silenzio totale. Al contrario, nessun imbarazzo nel riportare “la soddisfazione per l’ottima cooperazione tra le forze di polizia“. Le stesse forze egiziane protagoniste di uno dei depistaggi più clamorosi e sanguinari, quella mattanza di cinque innocenti accusati dal regime di Al Sisi di essere gli autori dell’omicidio Regeni, nel tentativo di sviare le indagini e allontanare le responsabilità degli apparati d’intelligence. Con tanto di passaporto poi fatto ritrovare a casa di uno dei cinque. Un falso, come subito accertato dalle indagini degli investigatori dello Sco della Polizia di Stato e da quelli del Ros dei Carabinieri.
La famiglia Regeni però continua nella sua ricerca di verità e giustizia, nonostante tutto, in attesa che il processo riparta al più presto: “Tutto quello che vedrete nel documentario – ha spiegato la madre Paola, ospite di Nanni Moretti al cinema Nuovo Sacher – sono tutte cose che noi abbiamo vissuto in questi dieci anni, non c’è alcuna finzione. Per noi è un pugno nello stomaco, ma chi ci conosce sa che bisogna andare avanti“.