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Meglio un presidente “forte e sbagliato che debole e giusto”: una frase dalle tragiche conseguenze per l’umanità

L’unica salvezza (da noi stessi) è culturale, un salto introspettivo che ci doni una specie di immunità dalla manipolazione politica e mediatica
Meglio un presidente “forte e sbagliato che debole e giusto”: una frase dalle tragiche conseguenze per l’umanità
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di Gerardo Ongaro

“Quando la gente si sente insicura, preferisce qualcuno sbagliato ma forte a qualcuno giusto ma debole”. Frase pronunciata da uno dei più accreditati candidati alla presidenza per le elezioni statunitensi del 2028, Gavin Newsom, attuale governatore della California, originariamente pronunciata, sembra, dall’ex presidente degli Stati Uniti d’America Bill Clinton nel 2002.

Dicotomia della psiche umana, tra realtà e percezione, sfruttata in ben studiate operazioni di marketing elettorale per fomentare paure e offrire soluzioni miracolose a pericoli inesistenti. Pochi presidenti degli Stati Uniti d’America hanno rinunciato a lasciar cadere qualche bomba che facesse vedere all’elettorato che avevano dei bei muscoli. Basti ricordare la triste fine che hanno fatto alcuni personaggi della pace che si sono discostati dall’irrazionale imperativo umano della forza su quello razionale della pace. Il Presidente Jimmy Carter soccombette a Ronald Reagan quando questi lo sconfisse alle elezioni presidenziali statunitensi del 1980. Robert Kennedy, pacifista, fu assassinato durante le primarie democratiche. L’intelligenza di Al Gore veniva derisa; perse le elezione statunitensi in favore del mediocre George W. Bush – pensiamo a quanto diversa sarebbe stata la storia, se la gente avesse preferito l’intelletto del primo a scapito del muscolo guerrafondaio del secondo.

A questo macabro giochetto hanno partecipato anche alcune donne, forse prese dalla necessità di superare il vaglio dei pregiudizi della società che accostano il femminile alla debolezza che non ci sa difendere dal cattivo di turno. La Premier britannica Margaret Thatcher era definita la “Lady di Ferro”: irriducibile amica dello spietato dittatore cileno Augusto Pinochet, acerrima nemica di Nelson Mandela, che considerava con disprezzo un terrorista.

Sul concetto ancestrale della forza si basa quello della competizione esasperata che impregna ogni aspetto della vita umana, a scapito della collaborazione. Sfocia in conflitti personali e collettivi, nella vita di ogni giorno, nelle diatribe sociali e geopolitiche. Che si tratti della forza delle armi, dei soldi, di quella fisica o intellettuale, è un fattore devastante che uccide il progresso, individuale e sociale, locale e globale. Potremmo stare bene tutti, se non fossimo schiavi dello stupido cavillo primitivo latente del potere della forza.

L’apparentemente innocua affermazione “meglio forte e sbagliato che debole e giusto” ha avuto tragiche conseguenze per l’umanità. L’unica salvezza (da noi stessi) è culturale, un salto introspettivo che ci doni una specie di immunità dalla manipolazione politica e mediatica. La salvezza è la capacità del pensiero critico, che sorge dal dubbio. Questo si dovrebbe insegnare nelle scuole, altrimenti l’apprendimento diventa soltanto nozionismo per il quale basta una buona memoria, magari per sfoggiare citazioni per far bella figura con gli altri.

Quando rifletto su questo, mi torna spesso alla mente un passaggio letterario da Ficciones di Jorge Luis Borges, precisamente dal racconto Las ruinas circulares (Le rovine circolari). Il protagonista è un uomo (così lo definisce genericamente, come el hombre), che tenta di creare un essere perfetto attraverso il sogno, per farlo poi diventare reale. La parte che mi è venuta in mente (non per la prima volta) è quella di un suo primo tentativo. Sogna un’immensa gradinata di studenti, mentre lui al centro impartisce lezioni, alla ricerca dello studente ideale per il suo progetto. A un certo punto si rende tristemente conto che: “…non poteva attendersi niente da quegli alunni che accettavano passivamente la sua dottrina… e qualcosa da quelli che avevano il coraggio, a volte, di formulare una contraddizione ragionevole. I primi, sebbene degni di amore e di affetto, non potevano diventare individui…”.

Con Trump, “sbagliato ma forte”, si sono raggiunti nuovi livelli talmente alti da poter produrre uno shock terapeutico che ci faccia diventare tutti “individui”.

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