Al Teatro Manzoni di Roma, la parola ‘giustizia’ ha cessato di essere astrazione giuridica per tornare a farsi materia viva: politica, storia, responsabilità collettiva. È accaduto nel corso dell’incontro “La Costituzione è di tutti noi, difendiamola”, promosso dal Comitato Giusto Dire NO al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Una serata che ha intrecciato diritto e potere, memoria storica e presente globale, sotto la conduzione vigile della giornalista Serena Bortone.
Accanto a protagonisti del mondo giuridico e accademico come Giuseppe Santalucia, Giovanni Bachelet e Roberto Zaccaria, l’intervento che ha inciso più profondamente nel dibattito è stato quello di Paola Caridi, giornalista, saggista e storica, tra le maggiori studiose italiane del Medio Oriente e del mondo arabo. Un intervento capace di spostare il baricentro della discussione: dalla tecnica normativa alla sostanza democratica, dal recinto nazionale a un orizzonte comparato e globale.
Il dialogo con Bortone si apre su una questione solo apparentemente nominale.
“Nell’Asia sud-occidentale, giustizia nazionale e internazionale sono spesso legate, vero Paola?” chiede la moderatrice.
“Sì, il vecchio Medio Oriente”, risponde Caridi.
E quando Bortone ironizza (“Io le cito Medio Oriente e lei mi dice, no, Asia… Asia sud-occidentale”), la storica coglie l’occasione per smontare un intero impianto culturale: “Perché è Medio Oriente se è visto da Londra, Estremo Oriente se è visto da Roma o da Parigi. Cominciamo ad usare il linguaggio non dico in modo neutrale, ma perlomeno che ci tolga questo mantello coloniale che continuiamo ad avere“.
Quel mantello, avverte Caridi, non grava soltanto sulle parole, ma orienta lo sguardo, condiziona le categorie attraverso cui pensiamo la giustizia, i suoi equilibri, la sua subordinazione al potere.
Il parallelismo che propone è diretto e inquietante: “Dovremmo anche rivolgerci di più verso l’Asia sud-occidentale per capire cosa succede quando si separano le carriere, cosa succede quando i pubblici ministeri sono dei super poliziotti agli ordini del potere“.
L’esperienza personale diventa così lente di ingrandimento: “Io ho vissuto per molti anni in paesi che sono vere e proprie autocrazie: la prima è l’Egitto“. In quel contesto, spiega, “era molto chiaro cosa significa quando gli altri poteri sono sotto l’esecutivo”. È lì che si comprende, senza mediazioni teoriche, lo scivolamento progressivo dalla democrazia alla democratura, fino all’autocrazia conclamata.
Il discorso si allarga poi a Israele e al 2023, quando una riforma giudiziaria percepita come un attacco frontale all’equilibrio tra i poteri portò in piazza centinaia di migliaia di persone.
“Scese in piazza la maggioranza della popolazione israeliana ebrea“, ricorda Caridi, precisando come un quinto degli abitanti dello Stato sia composto da palestinesi con cittadinanza israeliana, coloro che non furono espulsi durante la Nakba del 1948.
Il punto di rottura arriva con il 7 ottobre 2023. “L’attacco terroristico di Hamas bloccò questa marea montante contro il sesto governo Netanyahu”, afferma. Ma la guerra, lungi dal fermare la riforma giudiziaria, ne ha accelerato gli effetti: “Come sempre succede, le guerre e le questioni che riguardano la sicurezza dei cittadini rendono anche più semplice fare questi colpi di mano“.
Il risultato, sottolinea Caridi, è la dissoluzione dei contrappesi: “Non ci sono più quegli equilibri tra i poteri perché poi qualcuno dica: guardate che stiamo commettendo un genocidio”.
Un’accusa che la giornalista ribadisce con fermezza: “Siamo responsabili e corresponsabili di un genocidio. Siamo complici di un genocidio perché Israele è un nostro alleato”.
Quando Serena Bortone richiama il lessico dominante della destra, “legge e ordine”, la replica di Caridi è sarcastica e chirurgica: “Direi più ordine che legge”.
Poi l’attenzione torna al referendum e al clima politico che lo attraversa. “Stiamo dicendo tutte e tutti ciò che non ci va in questa riforma che non mi sembra affatto una riforma”, osserva.
Ma subito dopo individua un elemento di segno opposto: “Io invece quello che vedo di positivo è la reazione: e cioè i 450 avvocati a favore del No e fino all’altro ieri le 540 mila firme raggiunte durante le vacanze, magari anche nei weekend lunghi come direbbe la presidente del Consiglio“.
Non è una battuta, ma un affondo politico. Quelle firme, sottolinea Caridi, non sono il prodotto di apparati o macchine organizzative:
“Non sono poche se si pensa al fatto che non ci fosse una grande organizzazione alle spalle per raccoglierle”.
Sono firme raccolte “da quelli che io chiamo senza potere, dalle persone ordinarie“, persone “trasversali dal punto di vista politico che si rendono conto che c’è qualcosa che non va”.
Caridi intreccia così il referendum sulla giustizia con l’esperienza della campagna “L’ultimo giorno di Gaza”, promossa nel 2025 insieme ad altri intellettuali, tra cui Tomaso Montanari. Un’iniziativa che ha rimesso al centro i corpi, i sudari, le comunità locali, il lessico rimosso della parola genocidio.
“C’è uno nuovo tipo di partecipazione politica”, spiega Caridi. Richiamando il sociologo iraniano-americano Asef Bayat, parla di un “non movimento politico” che si attiva “quando c’è un interesse morale, civile, umano, politico”. Una partecipazione che non cerca delega né rappresentanza, ma presenza.
“C’è una necessità non di contare ma di essere col proprio corpo all’interno di una politica che non è partitica”, conclude. Una politica che somiglia all’impegno civile di una volta. Ed è forse proprio da qui, suggerisce Caridi, che passa oggi, in silenzio, dal basso, senza retorica, la difesa più autentica della Costituzione.