Migranti, ennesimo sgombero a Trieste: trasferita solo la metà dei richiedenti che dormono all’addiaccio
Alle 7 del mattino è iniziata l’ennesima operazione di sgombero degli ex magazzini del Porto Vecchio di Trieste, edifici fatiscenti in cui trovano riparo i richiedenti asilo che non riescono ad avere accesso all’accoglienza. Da quell’ora è in corso lo screening per verificare la posizione amministrativa delle persone per inserirle “nel sistema dell’accoglienza e trasferirli in altri centri del territorio nazionale”, come riporta una nota diffusa dalla Questura, che coordina le operazioni alle quali prendono parte Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco e Polizia Locale con il supporto di contingenti di rinforzo. Ma i trasferiti, ha confermato la Prefettura in un comunicato, saranno solo 116. Secondo operatori e volontari di alcune associazioni presenti in mattinata, altrettanti sono quelli che sono rimasti esclusi, che rimarranno senza ancora senza accoglienza nonostante la manifesta volontà di richiedere asilo e il diritto che immediatamente ne consegue. Un copione già visto.
Tanto che i volontari presenti stamattina per monitorare la situazione si domandano se la logica risponda all’esigenza di ripristinare la legalità nel rispetto dei diritti dei richiedenti o più semplicemente all’esigenza di sgomberare gli edifici più immediatamente interessati dai cantieri che la trasformazione dell’area vicina al centro cittadino. L’operazione di sgombero, hanno riferito le autorità, è stata decisa sulla base delle determinazioni assunte in sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica e ha per oggetto un edificio in particolare, il n.4. Gli altri, compreso quello dove si è sentito male Sunil Tamang, il 43enne nepalese morto il 13 gennaio all’ospedale di Cattinara. Al termine delle attività, è stato annunciato che l’edificio sarà bonificato e sigillato al fine di ripristinare le condizioni di sicurezza e igienico-sanitarie, anche in considerazione delle temperature rigide invernali per ripararsi dalle quali vengono spesso accesi piccoli falò che in alcuni casi hanno causato incendi.
“Ci sono anche alcune donne sole dal Nepal e persone che dormivano nei dormitori: hanno chiamato anche loro dicendo di raggiungere l’area dello screening”, riferisce al Fatto un operatore del Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus (Ics). “Molte persone vengono dal Nepal, altre dal Bangladesh e poi ci sono afghani e pakistani. Ci sono anche famiglie: una pakistana, una famiglia mista russo irachena”. Si attende ora di capire quali persone sono riuscite a salire sui pullman e quali avranno semplicemente fatto ritorno agli edifici non sgomberati dove le condizioni igienico sanitarie sono disumane. “L’operazione, che sta procedendo senza criticità, sta consentendo di prendere in carico i richiedenti asilo che avevano trovato temporanea dimora negli edifici fatiscenti ubicati nel Porto Vecchio di Trieste, ove l’ente proprietario ha in programma l’apertura dei cantieri per la riqualificazione della zona”, ha scritto la Prefettura in un comunicato. “Per un magazzino, in cui è stata segnalata la presenza di diversi migranti, inizieranno in data odierna, a cura del Comune di Trieste, anche le operazioni volte alla relativa chiusura, anche in considerazione delle temperature rigide del periodo invernale”.
Temperature che in altri edifici, invece, altre persone dovranno continuare a sopportare. Come i tempi per formalizzare la loro domanda d’asilo. All’operazione odierna prende parte anche il personale dell’Ufficio immigrazione della Questura per l’esame delle posizioni di soggiorno. Lo stesso che sarebbe responsabile delle lungaggini sulle procedure d’asilo denunciate da tante associazioni, che di fatto impediscono l’accesso all’accoglienza, con persone che arrivano ad aspettare mesi per un pezzo di carta che andrebbe rilasciato in pochi giorni e si rivolgono alla Questura di Gorizia. E intanto restano all’addiaccio perché nel frattempo non si è mai voluto rendere disponibile un’accoglienza di bassa soglia mentre si attende il prossimo trasferimento disposto dal Viminale. Due le persone morte nel giro di un mese: difficile credere che a Trieste esista davvero la volontà di superare quello che la politica poi chiama “degrado”.