Siria, il governo attacca l’Amministrazione autonoma del nord est: le forze curde resistono, i media italiani tacciono
Nei giorni scorsi il governo siriano ha attaccato l’Amministrazione autonoma del nord-est (Daa) che controllava dal 2019 tutta la Siria a est dell’Eufrate (buona parte del territorio, con risorse agricole, idriche ed energetiche fondamentali per il paese). La Daa è nata da un partito curdo di orientamento socialista democratico, il Partito di unione democratica, e dalla sua iniziativa di coinvolgimento di organizzazioni, partiti e tribù arabi, assiri ed ezidi. Da questa intesa sono nate le Forze siriane democratiche o Fsd, che hanno riunito una minoranza di curdi (le Ypg) con una maggioranza di combattenti arabi. Le Fsd sono state l’esercito popolare e non statale più numeroso e politicamente originale della regione in questi anni, includendo le Ypj interamente femminili e autonome e organizzando persone musulmane, cristiane, ezide e atee nella repressione di Daesh e nella protezione della Daa.
Le istituzioni civili della Daa sono state organizzate attorno a un sistema idealmente decentrato, che ha tuttavia subito momenti di significativo accentramento a partire dall’emergenza rappresentata dalle invasioni turche tra il 2018 e il 2019, volte a reprimere non soltanto il protagonismo curdo ma anche una pericolosa rivoluzione siriana alternativa a quella animata dal suprematismo religioso sunnita che Ankara sostiene in Siria insieme a Doha, Washington, Bruxelles e Riyad. Poiché le Fsd sono state l’unica forza indigena in grado di resistere a Daesh in questi anni, hanno beneficiato a loro volta di un sostegno selettivo e mirato delle amministrazioni Usa. Queste ultime, tuttavia, non hanno mai riconosciuto la Daa, che non ha ottenuto riconoscimento da parte di nessuno stato o organizzazione internazionale al mondo.
Anche la Russia ha visto per anni nelle Fsd, e soprattutto nelle Ypg, una forza potenzialmente utile a pacificare il paese, fungendo da contrappeso militare nei confronti della Turchia e dei suoi alleati siriani; ma anche Putin, come Trump, ha permesso l’invasione turca della Siria nel 2018, e in particolare della Daa, per ottenere un vantaggioso riavvicinamento con Ankara. Israele ha tentato in tutti i modi di ottenere una richiesta di aiuto da parte delle Fsd in questi mesi, utile a ripulire la propria immagine durante le politiche genocidarie a Gaza, che però non è mai arrivata (contrariamente alla destra curda, le forze curde che sostengono la Daa cercano di restare coerenti con un’impostazione decoloniale che va oltre il Kurdistan).
Per anni una narrazione patetica, fondata sul razzismo o sull’impotenza politica, ha descritto le Ypg come ingenui che non si rendevano conto di quel che facevano. La verità è l’esatto opposto: grazie a capacità politiche, militari e diplomatiche fuori dal comune, la Daa e le Fsd hanno mantenuto il controllo di gran parte del paese per oltre un decennio, nonostante le loro politiche e la loro presenza fossero in contrasto con gli auspici e i disegni di tutti stati della regione e con la mentalità stessa della comunità internazionale. La crisi di questa architettura diplomatica prima o poi sarebbe arrivata, ma nei miei rapporti con questi militanti non ho quasi mai percepito illusioni o ingenuità a questo riguardo, semmai una lucidità e una capacità nella distinzione dei piani introvabile in altri contesti e ad altre latitudini. Ora, a prescindere dalla durata e dai risultati della resistenza, il movimento confederale dovrà utilizzare canali legali o illegali diversi dal passato per portare avanti i suoi progetti in Siria.
Mentre le Forze di difesa essenziale (Hpc) delle comuni popolari del Rojava e le Ypj-Ypg annunciano una resistenza all’avanzata del governo a Kobane e Hasakah, il silenzio dei media italiani è tombale. Un’amica giornalista, che lavora per una delle testate più influenti nel nostro paese, mi ha confessato che l’idea dominante nelle redazioni è che la Siria sia troppo complicata per essere attrattiva. In questo giornalismo fatto di soldi, clic e pubblicità online la notizia è una merce e le persone non valgono nulla. Non valgono nulla neanche i valori politici: mentre chi confeziona le notizie si sente un’eroe quando sostiene la resistenza ucraina, non esita a condannare la resistenza palestinese accusata di terrorismo islamista. Se forze altrettanto islamiste spargono il terrore non contro l’occupazione israeliana, ma contro comunità indigene del Levante, popolazioni povere e sfollate, e movimenti decoloniali, l’indifferenza è totale.
Sarà perché molte imprese italiane traggono profitti da investimenti in Siria e Israele, mentre lo stesso non si può dire della Palestina o del Rojava occupati e perennemente obbligati alla resistenza? O sarà a causa delle correlate politiche estere dello stato? L’Italia ha purtroppo riconosciuto le forze islamiste come opposizione legittima dal 2012; poi con Meloni si è riavvicinata ad Assad, considerato vincitore della guerra, nel 2022; ha infine instaurato relazioni proficue con l’ex militante dello Stato islamico in Iraq Ahmad Al-Shaara una volta che ha vinto la guerra con il supporto turco e saudita, ma non ha mai avuto un singolo contatto diplomatico ufficiale con l’Amministrazione del nord-est.
La retorica malsana sulla “lotta al terrorismo” – di cui Berlusconi, Meloni e Salvini si nutrono da un quarto di secolo – serve di tanto in tanto per accodarsi ad imprese imperiali statunitensi che provocano danni storici secolari, o a diffondere insinuazioni islamofobe contro milioni di migranti. Non ha mai avuto né mai avrà a che fare con la sicurezza dei popoli della regione, né degli europei.