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Ciclone Harry, da dove arrivano le onde record che hanno devastato le coste del Sud. Pasini (Cnr): “Non siamo preparati”

Il fisico del clima spiega le origini e tutte le "anomalie" che hanno portato alle mareggiate di queste ore
Ciclone Harry, da dove arrivano le onde record che hanno devastato le coste del Sud. Pasini (Cnr): “Non siamo preparati”
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La furia del ciclone Harry ha seminato devastazione e ora, nel pieno dell’emergenza, inizia la conta dei danni. E la riflessione su quanto accaduto in Calabria, Sardegna e Sicilia. Questa volta insieme a nubifragi, temporali e venti di tempesta, sono arrivate anche le mareggiate, con onde oltre i 10 metri. A Catania, ha ceduto una porzione del costone roccioso che sostiene carreggiata e pista ciclabile del lungomare, mentre è interrotta a causa dei crolli la ferrovia Catania-Messina. Nelle isole Eolie l’acqua ha invaso porti, strade e abitazioni. Nel Cagliaritano il mare è penetrato per circa 100 metri tra le case e non è andata meglio a Catanzaro, dove ha trasportato acqua e sabbia, inondando esercizi commerciali e l’ufficio postale nell’area del porto. Ciò che ha più sconvolto le comunità è stata proprio l’azione del mare e le onde gigantesche “mai viste prima”. Ma come si sono formate? Sono legate ai cambiamenti climatici e, soprattutto, siamo preparati? Ilfattoquotidiano.it lo ha chiesto ad Antonello Pasini, fisico del clima del Cnr.

Professore, le mareggiate hanno seminato devastazione. Questa volta sono state forse la maggiore causa di danni e, soprattutto, hanno rappresentato il rischio maggiore. In diversi video pubblicati in queste ore dai cittadini, sono loro stessi a commentare di non aver mai visto nulla di simile. È davvero così? La potenza di queste mareggiate è una novità per il nostro Paese?

“È stata una tempesta molto forte, soprattutto per quanto riguarda il vento e le mareggiate, più che nelle precipitazioni, importanti ma non eccezionali. Ho un caro amico che vive a Pozzallo, in provincia di Ragusa, e ha 65 anni. Mi ha detto di non aver mai visto nulla del genere in tutta la sua vita. Si tratta chiaramente di una percezione soggettiva ma, effettivamente, dal punto di vista dell’altezza delle onde e del vento (che ha superato anche i 120 chilometri orari nella Sicilia nord-orientale, ndr) è stato certamente un evento eccezionale”.

Ma che cosa è accaduto dal punto di vista climatico e quali sono stati i fattori “anomali”?

“Intanto, un ciclone di questa portata è frutto generalmente di una dinamica autunnale, così come le alluvioni. Eppure quest’anno, poco prima di Natale, siamo già andati vicini a una nuova alluvione in Emilia-Romagna. Ma non ci dovrebbero essere alluvioni in inverno, perché generalmente in questa stagione la quota neve (sotto la quale non nevica, ma piove) è piuttosto bassa. Con il riscaldamento globale, però, la quota neve tende ad alzarsi considerevolmente. Significa che ce n’è di meno, mentre ci sono più piogge. Solo che la pioggia (al contrario della neve che si stocca e fonde lentamente) cade tutta insieme, facendo aumentare i casi di alluvione, anche in inverno. Questo nuovo evento, ci ha messi nuovamente alla prova. Tutto partito da una depressione afro-mediterranea, decisamente non comune. La mareggiata arriva con il vento forte di origine sinottica, ossia generato dalle grandi differenze di pressione atmosferica. In questo caso, proprio tra la depressione afro-mediterranea (bassa pressione) e l’alta pressione che arriva da Nord-Est (nella zona balcanica, ndr) con l’anticiclone africano. Qui c’è stato un contributo molto forte del calore che c’è sull’Africa e anche del Mediterraneo che, solo ora, ha rinfrescato le sue acque, ma fino a qualche giorno fa la temperatura superficiale del mare era comunque di circa 1-2 gradi superiore rispetto alla media del periodo. E questo dà energia ai sistemi”.

Il resto lo ha fatto la superficie dell’acqua “schiacciata” dalla bassa pressione sopra il mare. Tra l’altro, i forti venti hanno interessato un’area molto vasta e anche questo è un fattore che ha giocato un ruolo nella formazione di onde lunghe generate anche in mare aperto. Ma, per quanto riguarda le mareggiate, è un fenomeno a cui dobbiamo abituarci?

“Bisogna fare una distinzione tra cicloni e le possibili conseguenti mareggiate. In uno studio pubblicato su Climate Dynamics, condotto da ricercatori di diversi istituti, di cui è principale autore Marco Reale dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, si analizzano le proiezioni future dell’attività dei cicloni nella regione mediterranea alla fine del ventunesimo secolo. Secondo lo studio andiamo incontro, nei prossimi decenni, a una diminuzione del numero generale dei cicloni che si muovono attraverso il Mediterraneo. Questo, però, non significa che lo stesso andamento seguiranno le mareggiate. Perché il rischio resta quello di vere meno cicloni ma con una maggiore violenza in termini di precipitazioni e di vento”.

Siamo preparati?
“Dal punto di vista delle previsioni sì. Questo era un evento che abbiamo previsto una settimana prima. Poi è chiaro che, anche a livello locale, le previsioni si fanno un giorno prima e poi è necessario seguire man mano la situazione con strumenti diversi. Ma quello che doveva essere fatto, è stato fatto dalla Protezione civile (che ha emanato allerta rossa in Sicilia, Sardegna e Calabria, ndr) e anche la popolazione, al di là di pochi casi, ormai segue le indicazioni. La verità è che siamo sempre più abituati a eventi meteorologici estremi, ne conosciamo spesso la portata, i rischi, abbiamo memoria delle perdite. Però si può fare molto di più per incrementare la cultura del rischio. Queste competenze dovremmo fornirle a scuola. Dal punto di vista dell’adattamento infrastrutturale il discorso è diverso: siamo sempre troppo indietro. Quando arriva il rischio di mareggiata, si portano le ruspe sulla spiaggia e si tirano su queste barriere di sabbia per cercare di fare qualcosa, ma la prevenzione vera si fa uno o due anni prima. Generalmente, però, si tratta di interventi che non hanno un riscontro immediato dal punto di vista del consenso elettorale”.

Secondo lei, in Italia sarà necessario ricorrere a sistemi come paratoie e protezioni dalle mareggiate?

“Difficile dire quanto possano reggere sistemi di questo tipo davanti a eventi secolari. Lo stesso Mose di Venezia, che ora protegge la costa, ha dei limiti. Se l’acqua alta di Venezia supererà la capacità del Mose, come sembra sarà a fine secolo o anche prima, questa è un’opera che in futuro sarà assolutamente insufficiente. Quando poi si fanno opere ingegneristiche sul territorio, ci sono sempre delle controindicazioni molto forti. Credo che le soluzioni migliori siano quelle basate sulla natura. Alcune città lo hanno fatto. Nella mia Rimini è stato realizzato il Parco del mare, con una rinaturalizzazione del lungomare verde, con dune, oasi di verse, piste ciclabili e pedonali. Si tratta di interventi che non hanno controindicazioni, perché e non possiamo pesare di essere in gradi di reggimentale le acque. Bisogna entrare nell’ottica delle idee che non si possa regimentare le acque, sia quelle piovane, sia quelle marine. Dobbiamo accompagnate la natura adattandoci ai cambiamenti climatici, ma anche evitando di entrare in scenari peggiori.

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