Pfas nell’acqua potabile, ennesima incoerenza: il Governo Meloni rinvia di 6 mesi l’applicazione dei limiti che l’Italia si era imposta
Sui Pfas il Governo Meloni frena sui pochi passi fatti in avanti. Da qualche giorno, infatti, è scattato l’obbligo per i Paesi dell’Unione europea di monitorare i livelli degli inquinanti eterni nell’acqua potabile, eppure la Legge di Bilancio dell’Italia, uno dei Paesi più contaminati del Continente, introduce una deroga pesante come un macigno per quanto riguarda i limiti per le sostanze per- e polifluoroalchiliche. Tutto parte dalla direttiva europea sulle acque potabili in vigore (2020/2184), che impone ai Paesi membri di rispettare un limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro ‘Pfas totali’ e un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 Pfas. Sono le poche certezze nella lotta agli inquinanti eterni costellata, anche in seno all’Europa, da tanti passi falsi. Non fa eccezione certo l’Italia. Proprio per la gravità dei casi scoperti negli anni nella Penisola, però, con due decreti del 2023 e del 2025, il Governo Meloni aveva scelto di fissare paletti ancora più stringenti. In Italia, infatti, nella somma dei Pfas che non potranno superare il limite di 100 nanogrammi andranno aggiunti anche GenX, Adona, C6O4 e 6:2 Fts e sei molecole Adv, prodotte dalla Solvay di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria. Si arriverà a includere, in questo modo, una trentina di sostanze. Non solo: l’Italia ha fissato anche un limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro Pfas indicati come prioritari dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), ossia Pfoa (cancerogeno), Pfos (possibilmente cancerogeno), Pfna, PFHxS. Dal 2027, poi, entrerà in vigore anche un limite specifico (10mila nanogrammi su litro) per il Tfa, acido trifluoroacetico, considerato l’inquinante eterno più diffuso al mondo.
Il freno a mano del Governo Meloni
Con la legge di Bilancio 2026 e i commi 622 e 623 all’articolo 1, il Governo ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro Pfas più pericolosi, disposto con il decreto legislativo 260 a marzo 260. Dopo scandali, processi e inchieste sui Pfas, l’introduzione di un nuovo valore limite di 20 nanogrammi per litro per la ‘Somma di 4 Pfas’ ha rappresentato un passo importante, anche se incoerente con la mozione della maggioranza sui Pfas, approvata nelle stesse ore e nonostante la scarsa propensione a diffondere la notizia da parte del governo. Insomma, un passo fatto in un clima di totale incertezza. E ora che tutto dovrebbe trasformarsi in azione concreta, l’Esecutivo frena. E rinvia, con il comma 623, anche il monitoraggio delle sei molecole Adv che, per lo stesso periodo, non saranno conteggiate nella somma di Pfas.
La reazione del Covepa
Sul piede di guerra il Covepa, il Comitato Veneto Pedemontana Alternativa, già da tempo impegnati anche sul fronte della presenza dei Pfas nelle acque di scolo della Pedemontana Veneta, utilizzato come accelerante di presa del calcestruzzo nei consolidamenti delle due gallerie di Sant’Urbano e Montecchio, in provincia di Vicenza. Ora, però, ce l’hanno con la Legge di Bilancio. “I primi beneficiari sono i gestori degli acquedotti. Se alcune molecole non vengono conteggiate nella ‘somma di Pfas – scrive il Covepa in una nota – l’acqua può risultare conforme senza essere più pulita. Questo riduce gli obblighi di filtrazione, trattamento e investimento. Il comma 623 consente esattamente questo: non eliminare gli inquinanti, ma eliminarli dal calcolo”. Ma l’Italia non si era imposta limiti ancora più severi rispetto alla direttiva? “I commi 622 e 623 rinviano tutto di sei mesi e indeboliscono il parametro proprio mentre dovrebbe diventare operativo. Questo rischia di trasformare il recepimento europeo in un adempimento formale, ma non sostanziale” aggiunge il comitato, secondo cui la norma favorisce gli interessi industriali, come quelli dei produttori di Pfas.
Le nuove regole europee
E dire che pochi giorni fa, il 12 gennaio, sono entrate in vigore le nuove norme previste dalla revisione della direttiva sull’acqua potabile, che vincolano gli Stati membri Ue a monitorare “in modo armonizzato” i livelli di Pfas per garantire il rispetto dei nuovi valori limite. Le capitali dovranno inoltre comunicare alla Commissione europea i risultati di tale monitoraggio, in particolare i dati relativi al superamento dei valori limite, agli incidenti e alle eventuali deroghe concesse. In caso di superamento dei valori limite, ha ricordato la stessa Commissione europea, gli Stati membri devono adottare misure per ridurre il livello di Pfas e proteggere la salute pubblica, informando al contempo i cittadini. Misure che possono comprendere la chiusura dei pozzi contaminati, l’aggiunta di fasi di trattamento per rimuovere i Pfas o la limitazione dell’uso delle riserve di acqua potabile finché il superamento dei valori limite persiste. Tutte misure che, evidentemente, non tutti gli Stati sono pronti ad adottare.