Alberto Trentini e Mario Burlò sono tornati in Italia. Il cooperante: “Siamo felicissimi, ma a un prezzo altissimo. Non si possono cancellare sofferenze”
Sono tornati in Italia l’imprenditore Mario Burlò e il cooperante Alberto Trentini, liberati in Venezuela dopo una detenzione durata oltre 400 giorni. Sono atterrati a Ciampino intorno alle 8.45: ad accoglierli la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Alberto ha stretto la mamma Armanda, visibilmente commossa, e poi ha salutato l’avvocato Alessandra Ballerini, che ha assistito la sua famiglia in questi mesi. Burlò ha potuto riabbracciare i figli Gianna e Corrado, come si vede nelle immagini diffuse da Palazzo Chigi, prima di un breve saluto con la premier e Tajani che nella saletta dello scalo di Ciampino hanno dato loro il “bentornati a casa”. “Hai abbracciato la mamma, è stata tanto in pensiero lo sai?”, ha detto Meloni a Trentini che, stringendole la mano, l’ha più volte ringraziata. “Ma stai scherzando”, la risposta della premier, che poi ha salutato anche Burlò e i figli: “Non vi voglio disturbare perché avete del tempo da recuperare”. Tajani, parlando al Tg2, ha poi sottolineato che “ora lavoriamo per liberare gli altri italiani” ancora detenuti in Venezuela. “Ce ne sono 42, di cui 24 sono detenuti politici, che hanno passaporto italiano e venezuelano. Continuiamo a lavorare con grande attenzione, sperando, e ne siamo convinti, che la nuova amministrazione (del Venezuela, ndr) possa permettere di avere un rapporto più proficuo tra Caracas e Roma”, ha aggiunto. Quanto ai due connazionali rientrati “siamo stati molto contenti di averli rivisti e in buone condizioni nonostante la detenzione”: “vedere il sorriso dei figli di Burlò e l’abbraccio della mamma di Trentini al figlio: sono scene che ti toccano. Ci sono gli aspetti umani, oltre all’aspetto politico”.
Trentini: “Ora proviamo a superare le sofferenze di questi mesi” – “Siamo felicissimi, ma la nostra felicità ha un prezzo altissimo. Non si possono cancellare le sofferenze e questi interminabili 423 giorni. Da adesso in poi o abbiamo bisogno di vivere giornate serene e costruttive per tentare di cancellare i brutti ricordi e tentare di superare le sofferenze di questi 14 mesi”, hanno scritto Trentini e la famiglia in una dichiarazione letta dall’avvocata. “Grazie a tutte le persone che ci sono state vicine in tanti modi diversi, anche silenziosamente ma efficacemente. Ora vi chiediamo di rispettare il nostro desiderio di stare un po’ raccolti lontani dal clamore di queste giornate per affrontare con tranquillità ed entusiasmo il futuro di libertà che ci attende. Un pensiero – aggiungono il cooperante e la famiglia – va a tutte le persone ancora detenute e alle loro famiglie. Che possano presto condividere la gioia della liberazione. La solidarietà dentro e fuori dal carcere è stata la nostra salvezza”.
Burlò: “Il mio è stato un sequestro di persona” – A differenza di Trentini, Burlò ha parlato ai giornalisti descrivendo la sua detenzione come un “sequestro di persona”, senza comunicazione con la famiglia o l’avvocato, “trattati peggio dei cani” in riferimento all’ora d’aria permessa solo cinque giorni a settimana. “Sì ho temuto” potesse finire male. “Avevo paura che ci avrebbero ammazzato. Perché erano loro i terroristi, non noi dentro. Avevo paura di non rivedere i miei figli. Qui – ha continuato Burlò – pensavano fossi morto. Quando uno lede il diritto di difesa, il diritto di parlare; è stata una tortura. È stato un vero e proprio sequestro di persona. Ti prendo la tua vita e te la porto via, così è stato”, ha sottolineato l’imprenditore torinese rispondendo ai cronisti. “Non posso dire che mi siano state fatte violenze fisiche, questo no. Ma non poter parlare con i figli o con l’avvocato, stare senza diritto di difesa, completamente isolati – ha precisato – Ci davano un materasso piccolo piccolo. E visto che c’era la paura di cadere dalla parte superiore ci facevano dormire per terra con gli scarafaggi. Io la definisco l’Alcatraz peggiore”, ha ribadito Burlò. “Oggi ho saputo di essere stato assolto da una sentenza da accuse nei miei confronti – ha aggiunto – Non ho mai saputo” di accuse. Il sequestro è “quando tu non puoi avere comunicazioni, con il tuo avvocato, con i tuoi figli”. Burlò ha raccontato di aver incontrato in carcere anche Alberto Trentini e ha ribadito che non sono stati trattati male. “Mi hanno fermato, mi hanno chiesto il passaporto e mi hanno detto: ‘Lei è un politico che vuole far saltare questo governò”, ha raccontato. “Il Governo mi è stato vicino e ringrazio tutti”, ha proseguito.
“Era molto provato, è stata dura, ma ce l’abbiamo fatta”, ha detto il suo legale Maurizio Basile. “Un enorme ringraziamento al console Jacopo Martino con cui in contatto e a tutta la rete diplomatica a Caracas davvero molto vicina alla famiglia, e il Ministero degli Esteri”, ha affermato. “Adesso non sappiamo cosa succede, credo che sarà organizzato il rientro a Torino“, ha sottolineato. Al momento, ha fatto sapere, Burlò non dovrebbe essere convocato in procura. “Abbiamo fatto una verifica assieme al mio collega Benedetto Marzocchi Buratti e il pm che ha il fascicolo ha fatto sapere che per il momento non intende convocarlo”, ha spiegato.
Tajani e la svolta dopo la cattura di Maduro – Parlando al Corriere, Tajani ha spiegato che il governo italiano lavorava alla liberazione di Trentini da 423 giorni, da quando era stato arrestato in Venezuela e “ora non ci interessa quali eventualmente fossero le contestazioni, ci interessa che lui come altri cittadini italiani siano liberi, e che gli altri 42 italiani di doppio passaporto vengano rilasciati al più presto”. Al quotidiano il titolare della Farnesina ha spiegato come “sottotraccia” la nostra diplomazia abbia lavorato per far tornare a casa il cooperante di Venezia. “Il segretario di Stato Marco Rubio è stato per me un interlocutore molto importante”, ha detto Tajani, ma la “svolta” è arrivata solo dopo la cattura del presidente Maduro. Dopo “la dichiarazione del presidente del Parlamento Rodríguez che sarebbero stati liberati prigionieri detenuti nelle loro carceri, gesto propedeutico a iniziare una nuova stagione”, spiega Tajani, “i contatti si sono fatti sempre più intensi, e domenica verso le 20.15 ho ricevuto la telefonata del ministro degli Esteri venezuelano che mi ha comunicato che i due nostri concittadini sarebbero stati liberati. Ma fino a quando non sono arrivati in ambasciata, alle 3.50 del mattino di ieri, finché non ho parlato con loro sincerandomi che stessero bene, non abbiamo voluto far trapelare alcun segnale, perché la situazione è delicatissima in quel Paese”.
Per l’esito positivo, “grazie dobbiamo dirlo sicuramente a tutte le istituzioni che non solo in questi giorni ma in questi mesi si sono adoperate: Palazzo Chigi, la nostra ambasciata a Caracas, la Farnesina, le agenzie di intelligence. Tutti hanno tenuto rapporti, come si è fatto in passato per altri italiani, come con Cecilia Sala”, ha detto Tajani. Che spiega che come segnale dei rapporti con la nuova amministrazione venezuelana afferma che “la prima decisione è stata quella di elevare a rango di ‘ambasciatore’ l’attuale ‘incaricato d’affari’ in Venezuela”. Quindi, prosegue il titolare della Farnesina, “nella pratica proveremo sicuramente a riprendere rapporti migliori con un Paese che per noi è strategico. Perché un milione di venezuelani sono di origine italiana, perché 170mila hanno passaporto italiano e il Venezuela è una priorità politica: abbiamo interessi geopolitici e anche industriali ed economici”. C’è poi la questione del petrolio, “l’Eni ha partecipato con altre grandi major all’incontro con Trump per riprendere e implementare le attività energetiche nel Paese: per noi avere un accesso a risorse così imponenti è importantissimo, per abbassare i costi”, ha affermato Tajani parlando di “una grande opportunità, come lo è il Mercosur anche se il Venezuela non ne fa parte. L’America Latina è un’area del mondo strategica dove vogliamo essere protagonisti”. Soddisfatto di come le opposizioni hanno reagito? “Noi lavoriamo per garantire sicurezza agli italiani, non per avere i complimenti. Comunque sì, ho parlato con Schlein, Conte riconosce il lavoro svolto: domani (oggi, ndr ) riferirò in Parlamento su Venezuela e Crans Montana, i rapporti sono costanti”.