“Dopo due anni dall’incendio della discarica di Licata, i rifiuti bruciati sono ancora lì. Molti cani e gatti sono morti”
Intoccabile perché sotto sequestro, ma inquinante per l’intera città. Sono passati quasi due anni – era il 20 gennaio 2024 – da quando a Licata, in provincia di Agrigento, è stato dato alle fiamme l’impianto di stoccaggio rifiuti Omnia, in contrada Bugiades. Da quel giorno nulla è stato fatto e quel cumulo di rifiuti bruciati è ancora lì, all’interno della discarica, e continua a inquinare l’intero quartiere che adesso vive a stretto contatto con una bomba ecologica di immense proporzioni.
La discarica è chiusa dal 2022, quando dopo una indagine era stata riscontrata la presenza di rifiuti non conformi e non registrati. Gli stessi rifiuti che poi sono stati bruciati: un incendio doloso che ha portato a 16 persone indagate e 4 richieste di condanna per coloro che hanno scelto il rito abbreviato. Un’area di 20mila mq incendiata che per due settimane – durante l’incessante lavoro di vigili del fuoco e squadre speciali provenienti da ogni parte della Sicilia – non ha consentito ai licatesi di vivere nella normalità, con scuole e uffici chiusi.
L’allarme lanciato dall’Arpa dopo lo spegnimento imponeva però di coprire quei rifiuti. Questo non è mai successo e – due anni dopo – la gente continua a manifestare preoccupazione per la salute pubblica, in una zona in cui sono presenti anche campi coltivati. “La mattina ci svegliamo con un odore acre e con la paura che possa succederci qualcosa, ma nonostante le sollecitazioni nessuno si è mosso – dichiara una famiglia che vive nella zona in questione –, siamo una periferia abbandonata. Noi abbiamo un giardino e sono morti molti cani e gatti. Il primo a sollevare l’allarme è stato proprio il nostro veterinario. Chiediamo soltanto che vengano coperti questi rifiuti, in un quartiere dove ci sono stati già diversi decessi dovuti al cancro. Dopo la nube tossica – continua la famiglia – non si è mosso nessuno, anzi è più probabile morire prima che si risolva la cosa”.
Il caso, considerato l’immobilismo degli enti preposti alla bonifica, è diventato politico con interrogazioni regionali, nazionali ed europee che negli ultimi tempi sono state indirizzate a chi dovrebbe tutelare la salute di una città esposta a gravi problemi di inquinamento, con una quantità enorme di diossina che si è liberata nell’aria. “A distanza di quasi due anni dall’incendio, non risulta essere in atto alcun intervento risolutivo né l’attivazione dei poteri sostitutivi. È una situazione gravissima perché l’area presenta ancora rifiuti combusti e non combusti, anche pericolosi, con un evidente rischio per la salute pubblica e per l’ambiente”, ha dichiarato l’ex sindaco di Licata Angelo Cambiano, oggi deputato regionale del Movimento 5 stelle, recatosi il mese scorso sul posto con altri colleghi deputati.
Se le condizioni dell’aria non sono sicuramente buone e a ogni folata di vento i residenti devono fare i conti con le microparticelle che si disperdono nell’ambiente, quelle dei terreni e delle coltivazioni non sono di certo migliori. “Quali sono i veri rischi non lo sappiamo perché, oltre a esserci uno stallo sulla bonifica, c’è un rimpallo di competenze tra Arpa e Asp per condurre degli esami a campione e dirci le conseguenze di questo incendio e la sua mancata bonifica, per questo con i deputati regionali, prima firmataria Valentina Chinnici, abbiamo sollevato la questione, evidenziando di come questo blocco pone dei rischi per la salute dei cittadini”, dice Massimo Ingiamo di Licata, all’interno del Pd regionale con delega alle Infrastrutture. La battaglia per avere chiarezza su quanto accade viene portata avanti anche dall’associazione “A testa alta” che mette in evidenza anche la presenza all’interno del deposito, sequestrato perché “irregolare”, di amianto, medicinali, sostanze pericolose, rifiuti contenenti mercurio. Il caso è arrivato anche alla Commissione europea, ma nonostante le sollecitazioni le famiglie continuano a chiedere interventi. Dall’incendio, intanto, sono passati quasi due anni.