Usa, Cina e Russia fanno apertamente i propri interessi economici. Agli altri non resta che capire di chi diventare vassalli
di Michele Sanfilippo
Il re è nudo. Gli Stati Uniti d’America di Trump, con l’attacco al Venezuela, il rapimento di Maduro e la rivendicazione quotidiana della Groenlandia (perché gli serve), abbandonano ogni forma d’ipocrisia, e fanno alla luce del sole quello che hanno sempre fatto con un minimo di giustificazioni ideologiche: i propri interessi economici.
Parlando solo di quanto è accaduto dopo la seconda guerra mondiale, non bastano due mani per contare i colpi di stato sostenuti, se non organizzati, dagli Usa in Sudamerica. Ma almeno altrettanti sono quelli organizzati nel Sud Est asiatico e in Medio Oriente. Del resto, negli anni della guerra fredda, l’Unione Sovietica non era di certo meno attiva nel cercare di portare sotto la propria sfera d’influenza quanti più paesi possibile.
Così, almeno fino alla fine degli anni ’80, la presenza di due blocchi economici (e ideologici), rappresentati da Usa e Urss, richiedevano un minimo di forma e di rispetto delle regole internazionali non foss’altro per giustificare la propria posizione ideologica. E ancora dopo la caduta del muro di Berlino gli Usa hanno sentito di dover giustificare ogni intervento militare usando argomentazioni come “l’esportazione della democrazia” spesso affiancata “dall’eliminazione di armi di distruzione di massa” di bushiana e blairiana memoria.
Insomma, c’era ancora un minimo di pudore, nei confronti dell’opinione pubblica interna (seppur sempre meno attenta, così presa a godersi i favolosi anni ’90) e occorrevano delle giustificazioni, più o meno plausibili, per poter attaccare militarmente un altro paese e cambiarne la leadership sempre con l’obiettivo di introdurre una democrazia. Ma credo che sia ormai chiaro a tutti che non bastano delle elezioni per far nascere una democrazia, come sanno bene in Iraq o in Afghanistan.
La democrazia è un sistema politico dove l’azione del governo deve poter essere contenuta da solidi argini garantiti da un forte Costituzione di cui devono essere custodi un Parlamento e una libera magistratura. Se poi si è molto fortunati, la presenza di una libera stampa, possibilmente non in mano a centri di potere economico, controlla tutti. Solo la presenza di pesi e contrappesi e di meccanismi di auto regolazione possono rendere le elezioni libere ed efficaci.
Ma da un po’ di tempo la democrazia rappresentativa, minata dall’interno dalla rapacità di un sistema economico che non fa prigionieri e che, attraverso il lobbismo e i mezzi d’informazione, ha svuotato di ogni contenuto sociale i parlamenti, non va più molto di moda.
Quella che poteva essere la sola vera speranza di sopravvivenza per questa forma politica, e cioè l’Europa Unita, ha perso il treno per darsi la capacità decisionale in grado di superare le differenze culturali che esistono tra i paesi baltici e quelli mediterranei, dotarsi una politica estera comune, di un esercito comune e di una fiscalità condivisa, non sembra attrezzata per affrontare il nuovo ordine mondiale che si sta delineando e di cui si fa fatica a capire quali sarà il punto di caduta.
L’unica certezza è che la partita se la stiano giocando le tre superpotenze militari Usa, Russia e Cina mentre gli altri, che sembrano andare avanti in ordine sparso, cercano di accreditarsi come vassalli dell’uno e dell’altro.