“Noi accusati di essere un pericolo per la sicurezza nazionale”: il racconto dei giornalisti italiani respinti da Israele
“Pericolo per la sicurezza nazionale”. Con questa motivazione, negli ultimi tre mesi, decine di giornalisti internazionali, operatori umanitari, attivisti, ricercatori, politici e fotografi sono stati bloccati da Israele al valico di Allenby, al confine con la Giordania, o in altri punti di frontiera, impedendo loro di entrare nei Territori Palestinesi Occupati. I casi sono diversi. Il 17 dicembre, una delegazione canadese di circa 30 persone, tra cui parlamentari ed esperti di diritto internazionale, è stata respinta senza spiegazioni sostanziali.
È successo anche a chi scrive. “Cosa hai fatto nella Striscia di Gaza nel 2022?” la domanda che ha dato il via a sei ore di interrogatori al valico, iniziati con un primo agente di frontiera, in tenuta civile, con domande di vario genere: dove vai, dove alloggerai, motivi della visita, conosci qualcuno nel paese. L’ultimo agente (il sesto), più aggressivo dei precedenti, ha poi portato un foglio da firmare per confermare il respingimento, con conseguente rientro immediato in Giordania sul primo bus disponibile. Una decisione presa per “minaccia alla sicurezza nazionale”, senza alcuna precisa delucidazione. Prima ancora di poter chiedere chiarimenti, quindi, chi scrive è stato rinchiuso e trattenuto in un bus da solo per oltre un’ora, dopo aver discusso animatamente con i militari di fronte al checkpoint per il trattamento irrispettoso e violento. L’autobus è ripartito verso le 18:30, in direzione opposta: una donna palestinese piangeva, qualche fila dietro. Suo figlio era morto a Jenin, e lei non avrebbe potuto partecipare al funerale perché respinta.
Simile l’esperienza di Alessandro Levati, fotografo italiano: il 4 dicembre, dopo essere stato sottoposto a ore di interrogatori al valico di Allenby, Israele gli è stato negato l’ingresso. “Si sono soffermati sul timbro tunisino del mio passaporto, scritto in arabo, e non me lo restituivano”, racconta a Ilfattoquotidiano.it, spiegando di aver dovuto chiarire di essere stato in Tunisia per lavoro, incaricato dalla FIFA di fotografare le nazionali tunisina e giordana. “Non sembravano credere che un italiano potesse andare a lavorare in Tunisia”. Da lì, l’attesa, poi l’interrogatorio su una passata visita nella Striscia di Gaza: “Mi hanno chiesto con chi fossi andato e perché, che foto avevo scattato, se ero ancora in contatto con qualcuno”. Dopo un ulteriore interrogatorio, infine, la decisione. “Un funzionario mi ha detto che l’accesso era stato negato”, spiega. Alla richiesta di chiarimenti, la motivazione è stata lapidaria e identica a quella già descritta in precedenza: “Pericolo per la sicurezza dello stato di Israele”.
È il caso anche di Z.F., giornalista a cui è stato negato il visto a un giorno dal suo ingresso nel paese: “Il 3 dicembre, mentre ero ad Amman, ho ricevuto un’email dall’autorità israeliana per l’immigrazione che revocava il mio ETA (la cosiddetta Electronic Travel Authorization, un visto elettronico che, secondo le procedure ufficiali, viene rilasciato dopo alcuni giorni dalla compilazione di un form online dedicato), senza fornire motivazioni”, racconta.”Ho tentato di contattare l’ambasciata italiana e il ministero dell’Interno israeliano, ma senza successo. Anche un tentativo di recarsi all’ambasciata israeliana a Roma è stato inutile, poiché mi è stato detto che non potevano aiutarmi e che dovevo rapportarmi direttamente con Israele”.
Per operare come giornalista nel Paese è “consigliato” – non obbligatorio – ottenere la GPO card, un documento rilasciato dal Government Press Office (GPO) israeliano che attesta lo svolgimento della professione giornalistica in Israele per un determinato periodo. La richiesta è sottoposta a uno screening caso per caso, basato sulla “motivazione della visita giornalistica” e sulla “rilevanza” della testata per cui si lavora. Criteri vaghi e mutevoli, che aprono la porta a decisioni arbitrarie. In ogni caso, come riferito da un funzionario israeliano contattato, essere in possesso della carta non è prerequisito fondamentale per esercitare la professione giornalistica sul territorio dello Stato ebraico, in quanto “il giornalismo è un’attività libera su tutto il territorio di Israele, e anche se la GPO card può essere utile in alcuni precisi casi, si può esercitare tranquillamente la professione senza accredito per un periodo fino a tre mesi all’anno”. Una versione presto contraddetta però dai controlli di frontiera, dove l’assenza del documento diventa motivo di sospetto e interrogatori prolungati.
La pratica si inserisce in un quadro che vede Israele in fondo all’Indice di libertà di stampa stilato dalla World Bank e da Reporter Senza Frontiere: il Paese occupa la 112esima posizione su 180 non solo per gli oltre trecento giornalisti e operatori dell’informazione uccisi a Gaza da ottobre 2023, ma anche per la moltiplicazione di leggi repressive, disinformazione e pressioni crescenti sulla stampa internazionale e locale. Un quadro confermato dalla recente approvazione di un emendamento da parte della Knesset, il parlamento israeliano, che consente di prorogare fino alla fine del 2027 il divieto di trasmissione per media stranieri ritenuti una minaccia alla sicurezza dello stato. La norma, adottata inizialmente nell’aprile 2024 durante la guerra a Gaza e nota come “legge Al Jazeera”, supera i limiti dello stato di emergenza: su decisione del primo ministro e con l’ok del governo, le autorità potranno sospendere le trasmissioni, chiudere redazioni, sequestrare attrezzature e bloccare i siti web delle emittenti coinvolte, rafforzando ulteriormente il controllo sull’informazione internazionale e favorendo i respingimenti dei professionisti dell’informazione.
Ma la stretta non tocca solo i giornalisti internazionali. Ci sono migliaia di famiglie palestinesi trattenute sullo stesso confine, oltre cui c’è la loro casa, che vivono questo incubo all’ennesima potenza. Al valico di Allenby, sul lato giordano, dopo aver superato un enorme cancello in cemento e ferro, i palestinesi si mettono in coda su una fila dedicata ai controlli di sicurezza, mentre i turisti passano rapidamente dall’altro lato. Si sale quindi su un pullman, in direzione del valico israeliano. La struttura in cui si entra dopo aver superato una prima fase di controlli del veicolo, attraverso un casello, sembra un terminal aeroportuale, molto simile nell’aspetto al valico di Eretz, dove fino a ottobre 2023 si accedeva alla Striscia di Gaza da Israele. Si passano quindi i bagagli in un metal detector, prima di accedere in una sala di circa cento metri quadri, in cui migliaia di persone vanno e vengono.
Qui, centinaia di cittadini palestinesi vengono fermati e respinti, alcuni dopo controlli di sicurezza estenuanti e interrogatori ben più serrati di quelli descritti in precedenza.