“Il diritto internazionale conta fino a un certo punto”. È questo l’ ‘ipse dixit’ dell’anno
La frase l’ha pronunciata il ministro degli Esteri Antonio Tajani il 2 ottobre, ospite del programma Porta a porta di Bruno Vespa. L’argomento era il violento intercettamento in acque internazionali, da parte della marina militare israeliana, delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla.
È stata una frase uscita male che, chissà, se fosse stato possibile tornare indietro il responsabile della politica estera italiana avrebbe formulato diversamente. O magari è stata detta a mo’ di rassegnata constatazione e avrebbe potuto essere preceduta da “Secondo Israele…”. Chissà, appunto. Ma è stata comunque una frase sintomatica, che ha fatto correre i brividi lungo la schiena alle persone giuriste e alle organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International, che vedono il diritto internazionale come un parametro su cui misurare il comportamento degli stati.
Sintomatica di cosa? Dei doppi standard. Quelli per i quali si chiede il rispetto delle norme internazionali o, al contrario, se ne tollera se non addirittura si giustifica la violazione a seconda della convenienza. Quelli per cui, di fronte ai più gravi crimini internazionali, compreso il genocidio, si verifica chi li abbia commessi per poi decidere se condannarli o condonarli.
Gli ultimi due anni hanno confermato che “il diritto internazionale conta fino a un certo punto” quando si tratta dello stato di Israele: che ha ignorato tre serie di ordini cautelari della Corte internazionale di giustizia, la quale sta valutando se sia stato commesso il crimine di genocidio nei confronti della popolazione palestinese della Striscia di Gaza; che prosegue a costruire insediamenti e a riempirli di coloni violenti in Cisgiordania nonostante tutto ciò sia illegale; che, riguardo al tema di cui si parlava a Porta a porta, ha illegalmente bloccato aiuti umanitari in acque internazionali (e sarebbe tutto da discutere se quelle più vicine alla costa della Striscia di Gaza siano veramente acque israeliane: chi lo sostiene conferma, magari senza accorgersene, che quel territorio è occupato, ovviamente in modo illegale).
Del resto, è proprio a partire dal mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Netanyahu che è iniziata la narrazione del “conta fino a un certo punto”: in questo caso, il soggetto è la giustizia internazionale. Che pure, per lo stesso ministro Tajani, “fino a un certo punto” era importante.
Ricordiamo infatti questa singolare escalation: il 9 dicembre 2024 Amnesty International pubblica un rapporto sul genocidio israeliano nella Striscia di Gaza. Alla domanda di un giornalista, il ministro risponde: “Vabbè, ma Amnesty International non è la Corte penale internazionale”. Un mese dopo, per giustificare la brutta figura mondiale fatta dal governo italiano rimandando in Libia il ricercato Almasri, ricordatogli il fatto che il suddetto era ricercato dalla Corte, arriva la replica: “Vabbè, ma la Corte non è la Bocca della verità”.
C’è un’ulteriore dichiarazione del ministro Tajani, a proposito della giustizia internazionale, che merita purtroppo di essere ricordata. Quando, dopo il vertice di quest’estate in Alaska, il governo italiano cercava di avere un ruolo nei negoziati per porre fine alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, magari ospitando un vertice, l’autore degli ‘ipse dixit’ del 2025 ha affermato “Ma c’è il problema della Corte penale internazionale”, ossia il mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del presidente russo Putin.
Il diritto internazionale “conta fino a un certo punto” e la giustizia internazionale non è la soluzione ma “un problema”. Il contributo che nel 2025 l’Italia ha dato alla lotta contro l’impunità e alla ricerca della giustizia, per tutti i crimini e per tutte le vittime, è stato purtroppo questo.