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Viaggio in Greyhound tra Usa e Messico negli anni Settanta: i miei ricordi tra razzismo e rivoluzioni

Un viaggio tra Stati Uniti e Messico negli anni '70, tra incontri con la storia e scoperte letterarie a bordo dei pullman Greyhound
Viaggio in Greyhound tra Usa e Messico negli anni Settanta: i miei ricordi tra razzismo e rivoluzioni
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Nel 1974 la Greyhound offriva un biglietto “99 dollars 99 days”. Il pass assicurava un chilometraggio illimitato, valido 99 giorni, per tutta la rete nordamericana, capillare e diffusa. Una offerta storica per i giovani europei che volevano esplorare l’America. Avevo comprato il biglietto in primavera assieme a un amico fraterno, Roberto, e viaggiammo a lungo per tutti gli Stati Uniti, fino all’esaurimento del pass.

Spesso approfittavamo dei lunghi percorsi notturni sulle confortevoli corriere Greyhound e per risparmiare sui costi di pernottamento. Se non riuscivo ad addormentarmi, alla luce del faretto leggevo i libri Carlos Castaneda, rileggevo i viaggi di Jack Kerouac e rimasi affascinato dal capolavoro di Dee Brown, Bury My Heart at Wounded Knee: Seppellite il mio cuore a Wounded Knee. Roberto, che aveva un fiuto letterario assai più raffinato del mio, aveva perfino scoperto Post Office di Charles Bukowski, pubblicato da poco. E molto altro scoprì, visto che il pullman è un giaciglio parecchio scomodo per le persone molto alte.

Non solo le vicende dello stregone Don Juan raccontate da Castaneda, ma un racconto scritto da Antonin ArtaudAl paese dei Tarahumara— ci spinsero a integrare il pass con l’estensione messicana. Non racconto qui le escursioni lungo la Barranca del Cobre, dove la gente indigena viveva come se il tempo si fosse fermato. E mi soffermo più avanti sull’incontro con una delle vedove di Pancho Villa —un rivoluzionario che aveva preoccupato parecchio i nord americani tanto da costringerli, nel 1916, a organizzare il raid di Columbus per annientarlo, senza riuscire ad ammazzarlo come pianificato*. Parlo invece di bambini.

Roberto era alto e biondo, simile a un elfo di Dungeon & Dragons, il gioco dove impersono perfettamente la parte del nano. “Malditos gringos”, ci gridavano ovunque le torme di bambini che affollavano i villaggi attraversati, spesso a piedi, spesso sotto un sole a picco in un caldo asfissiante. Talvolta quei bimbi, credendo di spiegarsi meglio, ci urlavano “Gringos go home!” Se iniziavano a tirarci le pietre, una risorsa che non manca mai da quelle parti, mi affrettavo a urlare: “No gringo, italianos, … nosotros, italianos!” Si fermavano, donandoci perfino un sorriso in cambio di un pezzo di gomma da masticare o una sigaretta. Evidentemente, gli yankee alti e biondi non erano granché popolari, gli italiani un po’ tarchiati sì.

A partire dalla metà degli anni ’80, ho diretto per più di dieci anni un master dedicato a quadri tecnico-scientifici latinoamericani, faticando a distillare il linguaggio universale della scienza e della tecnologia. Le parole inglesi infastidivano se non indispensabili. E ho percepito in Brasile e perfino in Cile una netta ostilità verso gli yankee sia tra le classi meno agiate, sia tra molti accademici. Sono ricordi molto vecchi, come me, ma non credo che la situazione sia molto cambiata, ora che il presidente Trump bullizza apertamente l’America Latina anziché lavorare sotto traccia come sempre fatto.

I nordamericani non sono amati in America Latina. La dottrina del Presidente Monroe — l’America agli Americani, 1923 — era una grida contro i colonizzatori europei e le loro nefandezze. Nel corso del tempo, però, è stata interpretata un po’ diversamente: l’America ai Nordamericani. Non tutti hanno gradito, a sud del Rio Grande che i messicani chiamano affettuosamente Rio Bravo. Né molti gradiscono tuttora, nonostante l’influenza delle varie élite locali di provata fede nordamericana e ultraliberista.

A Chihuahua, la sedicente vedova Villa si chiamava Luz, una signora corpulenta che ci offrì un bicchiere di orzata quando visitammo la sua casa-museo. Era molto anziana e ci mostrò orgogliosa la carcassa della Dodge crivellata dalle pallottole che avevano ammazzato Pancho nel 1923; e che vedo oggi restaurata, almeno dalle foto pubblicate in rete. Nonostante che la storia narrasse di un complotto ordito dal presidente Obregon e dal suo delfino, il futuro presidente Calles, Luz era convinta che la manina insanguinata fosse quella dei gringos.

Ritornammo in California pochi giorni prima che il Presidente Nixon fosse costretto a rassegnare le dimissioni sulla scia dello scandalo Watergate. Giovedì 8 agosto 1974, la University Avenue di Berkeley si riempì di giovani. Sul largo viale in leggera salita che porta direttamente al campus, tutti ballavano. Una folla enorme e felice. E tutti cantarono fino a notte, compresi io e l’amico che non c’è più. Ragionai come l’impero americano avesse colonizzato non solo la cultura dominante del mondo, ma anche quella alternativa.

Sono curioso di capire perché gli Stati Uniti siano passati dalla guerra sporca — ma sotto traccia in stile cileno — alla minaccia di una sporca guerra contro Venezuela. Colombia e Brasile sono alla finestra, mentre la Cina è diventata il primo partner commerciale di quasi tutta l’America Latina senza chiedere il permesso a Monroe, l’ultimo veterano della Guerra d’indipendenza a diventare presidente. Era l’era dei buoni sentimenti, grazie ai quali Monroe estese enormemente il suo paese, soprattutto a spese dell’impero spagnolo, nell’assoluta mancanza di opposizione politica.

*Manifiesto a la Nación de Francisco Villa (1914), Punto 13: Per stimolare l’industria messicana e incrementare lo sviluppo dell’industria in generale del Paese, saranno sospese tutte le operazioni commerciali con gli Stati Uniti.

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