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Il massacro di Rio de Janeiro è il frutto avvelenato di disuguaglianze e criminalità

Nei feudi elettorali del Partito dei lavoratori nel Nord Est del Brasile - da sempre lo zoccolo duro di Lula - si riscontra la povertà maggiore e l'arretratezza sociale della nazione
Il massacro di Rio de Janeiro è il frutto avvelenato di disuguaglianze e criminalità
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Rio de Janeiro, 28 ottobre: il Bope (Battaglione di polizia per operazioni speciali) entra nelle favelas della zona nord di Rio de Janeiro dominata dal cartello Comando Vermelho, leader del narcotraffico brasiliano. Il bombardamento di droni da parte dei narcos ferma il primo assalto dei militari che dispiegano rinforzi fino a schierare 2500 uomini tra Bope e polizia civile. È una carneficina: restano sul terreno 121 civili (tra cui alcuni giustiziati dopo che si erano arresi) 4 poliziotti, più altri deceduti per le ferite.
L’operazione di polizia più sanguinosa della storia brasiliana.

Secondo fonti locali, il governatore Castro sarebbe intervenuto dopo una serie di omicidi efferati tra cui una ragazza prima violentata, una madre uccisa con il figlio di pochi mesi e una coppia sequestrata da membri delle bande. Le accuse che hanno fatto seguito alla strage hanno coinvolto il governatore che avrebbe agito senza autorizzazione federale, mentre Lula e Lewandowski (ministro della Giustizia ex membro della Corte Suprema) sono sotto pressione da parte di stampa e opposizione per essersi rifiutati di appoggiare un disegno di legge che equipari gruppi criminosi come CV e PCC alle organizzazioni terroriste, solo per il fatto che questi agirebbero per fini di lucro e non spinti da ideologie.

Ciro Gomes, ex governatore del Ceará, è andato oltre, puntando il dito sul partito di Lula e il loro alleato PSB, accusando membri dei due schieramenti di aver intrattenuto per fini elettorali rapporti con i vertici di CV e PCC, anche attraverso riciclaggio di denaro sporco.

Razzismo istituzionale e welfare ridotto

La disperazione dei ceti più bassi, formati soprattutto da pretos e pardos (neri e mulatti), ingrossa le file della manovalanza criminale, carne da cannone per i vertici narcos, sacrificati da costoro nelle guerre urbane con la polizia e le bande rivali. L’élite della scala sociale, carioca e brasiliana in genere, continua a essere bianca, rappresentata in Parlamento e in tribunale da politici e giudici bianchi.

Destra o sinistra – Bolsonaro, Rousseff o Lula – i presidenti che si sono alternati al potere in questi ultimi 20 anni non hanno minimamente scalfito la mentalità razzista del brasiliano medio, accanendosi nell’emarginazione delle etnie indios e dei quilombolas, i discendenti degli schiavi africani fuggiti in Brasile durante la schiavitù. E quello che è peggio, proprio nei feudi elettorali del PT (Partido dos Trabalhadores) nel Nord Est – Ceará, Paraíba, Pernambuco innanzi tutto, che formano da sempre lo zoccolo duro di Lula – si riscontra la povertà maggiore e l’arretratezza sociale della nazione, con oltre metà della popolazione afflitta dalla mancanza di acqua corrente, lavoro malpagato, servizi carenti ed epidemie di dengue cicliche.

Nel post di cinque anni fa quando ero a Recife descrissi questa decadenza che continua tuttora, aggravata dallo schema di corruzione che ruotava intorno al colosso petrolifero Petrobras, costato all’economia brasiliana tra denaro riciclato e richieste di risarcimento circa 50 miliardi in real, oltre a condurre il paese verso la recessione e la disoccupazione per il conseguente crollo degli investimenti. Allora c’era Bolsonaro presidente, ma laggiù i governatori vengono dall’opposizione.

Adesso, con i tagli al welfare accettati da Lula per far fronte al deficit federale e alle esigenze di bilancio, il suo bacino elettorale ha subito un duro colpo: programmi storici come Bolsa Familia sono stati tagliati per 7,7 miliardi di reais (1 Mld e 250 Mil di euro) Farmácia Popular – basilare per le famiglie indigenti che potevano comprare farmaci a prezzi agevolati – decurtata di 1,7 Mld di reais. Bloccati 580 Mil a Auxílio Gás, che concede bonus in denaro alle famiglie di basso reddito per comprare il gas da cucina, con circa 2 Mil di famiglie penalizzate nel 2024. Minha Casa, Minha Vida, il progetto per gli alloggi popolari: congelati 426 Mil destinati al FDS (Fundo de Desenvolvimento Social).

Nel 2011, IBGE (Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística) censì 12 milioni di brasiliani che abitavano le favelas metropolitane in condizioni di vita subumane. 14 anni dopo, i numeri sono raddoppiati negli alveari urbani del Sud Est, la fascia più popolata del Brasile, 90 milioni circa. Sâo Paulo registra oltre 1500 favelas, e Rio de Janeiro detiene il primato con Rocinha, 75.000 residenti.

Il simbolo più marcato della disuguaglianza brasiliana, rimane comunque il latifondo agrario, che nel Nord Est continua a farla da padrone, come nello stato di Paraiba, che tuttora fonda la sua economia nelle coltivazioni di zucchero, caffè, mais e cotone come ai tempi della schiavitù, concentrate nella regione del Brejo Paraibano, con i centri rurali di Areia e Alagoa Grande dove il tempo sembra essersi fermato.

L’agro business tocca i vertici dello sfruttamento e delle violazioni ambientali con gli sterminati appezzamenti di soia per la produzione di biocarburanti, sottraendo le risorse idriche alle comunità locali e alle etnie indigene, oltretutto deviando i fiumi con dighe mostruose come la Belo Monte eretta nel Pará, avallata dalla frenesia “energetica” di Dilma Rousseff, e altre il cui crollo ha causato disastri permanenti come Mariana che ha cancellato il villaggio di Bento Rodrigues (30 morti) e Brumadinho, che ne ha annegati 300, entrambe nello stato di Minas Gerais.

Photocredit: F.Bacchetta

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