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NBA Freestyle | Non avranno i grandi nomi, ma quanto sono belli questi Cleveland Cavs

Pensieri in libertà (con libertà di pensiero) sulla settimana NBA | L'analisi del capolavoro di coach Atkinson. Ma anche il ritorno di Porzingis, arma tattica micidiale, e i soliti dubbi su Ja Morant
NBA Freestyle | Non avranno i grandi nomi, ma quanto sono belli questi Cleveland Cavs
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Che belli questi Cavs!

È una squadra che se leggi il roster dici: si, gran bei giocatori, ma non ci sono nomi di “grido”. Vero. Non ci sono nomi che colpiscono l’immaginario collettivo. Nomi da copertina. Superstar assolute e riconosciute da tutti. Non lo è Donovan Mitchell, il loro primo violino. Che è un All-Star da diversi anni, ma nessuno lo considera come status a livello di uno Shai Gilgeous-Alexander o di un Luka Doncic. Eppure, Mitchell è la prima punta dell’attacco più efficiente nell’attuale NBA. E da molti addetti ai lavori è considerato alla fine tra i migliori dieci giocatori di questa stagione. Nessun grande nome, grandi risultati. Si, perché i Cleveland Cavs oltre a vincere, giocano un basket molto divertente. Un basket dove (quasi) tutti toccano la palla. Sanno correre e sanno attaccare a difesa schierata. Difendono (ottavi per efficienza) e tirano meravigliosamente da tre (38,3%). Evan Mobley era già un difensore di categoria extra lusso. È diventato anche un attaccante molto velenoso, capace di trovare la conclusione dal palleggio (sullo stile, si potrebbe migliorare…) e di colpire anche dal perimetro. Darius Garland è un palleggiatore e trattatore della sfera micidiale, un po’ in calo nelle ultime dieci gare, ma autore di una stagione da oltre 20 punti di media e il 40% da fuori. Jarret Allen se non è uno dei migliori taglianti del pianeta, poco ci manca. Se sfrutta un blocco sul pick-and-roll va al ferro come se camminasse sull’acqua. Dal campo non sbaglia mai (71%). Poi, ci sono i tiratori. Una bella batteria. Max Strus ha una mano e un rilascio della sfera da manuale in uscita dai blocchi. Sam Merrill, nonostante il calo della percentuale da tre quest’anno, se lo vedi ricevere sul perimetro e caricare le gambe ti viene in ogni caso la tremarella. Insomma, nessuno può sapere come andrà ai playoff. Il dato di fatto è che coach Atkinson ha infiocchettato un capolavoro. Cleveland di quest’anno è la sua Gioconda.

Porzingis, arma tattica di grande valore

Alzi la mano chi, cresciuto a pane e NBA tra gli anni ’80 e ’90, avrebbe mai pensato che un 2.21 potesse tirare con questa fluidità da tre in uscita da un blocco. Kareem Abdul-Jabbar era 2.20. In campo si piazzava in post-basso e non ci pensava nemmeno a uscire dalla lunetta. Hakeem Olajuwon, che aveva una mano deliziosa, tirava dalla media e nulla più. Lo stesso Patrick Ewing, probabilmente uno dei centri tiratori più bravi di sempre, al massimo tirava dal post-alto. Kristaps Porzingis, invece, è un tiratore puro. Stop. Nessuna discussione su questo. È il Dale Ellis dei Seattle Sonics. È il Chuck Person dei Pacers. Solo che quelle erano ali-piccole. Lui gioca centro. Nelle ultime dieci partite, il lettone ne ha giocate sette e sembra tornato a essere quell’arma tattica impagabile che i Celtics faranno pesare a chiunque nella corsa per il Titolo. Salvo guai fisici, sempre dietro l’angolo. Per lui, quasi 22 di media e il 41,2% da tre. Un rebus. È la più lampante spiegazione del concetto di “aprire il campo” tramite un lungo tiratore. Averlo nello spot di “5” è un lusso a tutte le latitudini: porta fuori il lungo avversario, che deve seguirlo per forza sul perimetro, e crea spazio per le incursioni dei vari Tatum, Brown, White e compagnia bianco-verde. Se il lungo che lo marca, invece, decide di coprire in aiuto verso il centro area ed è leggermente in ritardo sul recupero, il giocatore di Boston colpisce da tre senza pietà. Avercene.

Il solito Ja Morant?

Sempre più dubbi sulla carriera di Ja Morant. Stanotte, il play di Memphis ha segnato il tiro della vittoria contro i Miami Heat. I Grizzlies avevano una striscia perdente di quattro gare. Lui l’ha interrotta. Poco importa. Sono episodi. Sono una battaglia in una guerra. C’è sempre qualcosa. C’è sempre qualcosa che non quadra nel suo atteggiamento complessivo. Nel suo tragitto verso la maturazione. Nel suo viaggio verso lo status di stella, che non vuol dire solo saper mettere la palla nel canestro. Girano voci che sia stato tra i “cospiratori” a volere il licenziamento di coach Taylor Jenkins. Non proprio edificante. Ha pure di recente esultato durante una gara contro Golden State Warriors, mimando il gesto del fucile verso la panchina avversaria. Brutta cosa da fare, per uno con i suoi trascorsi. Al talento, nel suo caso immenso, spesso dovrebbe corrispondere la testa. E la testa, qui, non sembra proprio il massimo.

That’s all Folks!
Alla prossima settimana.

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