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5 Giugno 2024

Ultimo aggiornamento: 15:02 del 5 Giugno 2024

Gaza, Israele: “Chiude il campo di detenzione di Sde Teiman”. La Cnn ha raccontato le violazioni dei diritti umani sui palestinesi

di F. Q.
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Gaza, Israele: “Chiude il campo di detenzione di Sde Teiman”. La Cnn ha raccontato le violazioni dei diritti umani sui palestinesi
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Decine di uomini vestiti con tute grigie seduti a terra su coperte ingabbiati dietro una rete sormontata da filo spinato. Tutti bendati, la testa reclinata sotto la luce dei riflettori. L’immagine pubblicata a inizio maggio dalla Cnn era devastante. Ricordava Guantanamo o Abu Grahib. I racconti di chi a Sde Teiman era stato o aveva lavorato avevano fatto il resto e il mondo aveva saputo che nel campo di detenzione per prigionieri palestinesi gestito dall’Israel defense Force nel deserto del Negev venivano violati sistematicamente i più elementari diritti umani. Oggi funzionari della giustizia israeliana hanno annunciato che il governo sta ridimensionando la struttura. Rispondendo a una petizione presentata da un’associazione israeliana, gli avvocati dello Stato hanno affermato che 1.200 prigionieri sono già stati trasferiti e che nel campo, che si trova a circa 30 chilometri dalla Striscia di Gaza, sono rimasti solo 200 detenuti. Secondo i funzionari la riduzione del numero migliorerà le condizioni del campo, il cui futuro deve tuttavia ancora essere deciso.

L’emittente televisiva statunitense aveva raccolto le testimonianze di 3 informatori che hanno lavorato nel campo. I loro racconti avevano aperto uno squarcio sulle torture subite dai prigionieri. Secondo i racconti la struttura è divisa in due parti: recinti in cui i detenuti sono sottoposti a estrema costrizione fisica e un ospedale dove i feriti sono legati ai letti, indossano pannolini e si nutrono tramite cannucce. “Li hanno spogliati di tutto ciò che avevano di umano”, ha raccontato un ex medico. Nella struttura, inoltre, “i pestaggi non erano fatti per raccogliere informazioni. Sono stati fatti per vendetta”, ha raccontato inoltre uno degli informatori alla Cnn, aggiungendo che “è stata una punizione per quello che hanno fatto il 7 ottobre e una punizione per il comportamento nel campo”.

Ad aprile era stato Haaretz ad accendere un faro sulla struttura. In una lettera indirizzata ad alti funzionari israeliani un medico dell’ospedale aveva descritto le condizioni catastrofiche in cui versano i detenuti, incatenati con tutti e quattro gli arti 24 ore al giorno: “A due prigionieri sono state amputate le gambe a causa delle ferite provocate dalle manette”, aveva raccontato l’uomo. Non esiste il rispetto di alcuna disposizione prevista per la salute dei detenuti, aveva aggiunto. “Questo rende tutti noi, le équipe mediche e coloro che ci incaricano nei ministeri della Sanità e della Difesa, complici della violazione della legge israeliana. E forse peggio per me come medico, perché ho violato il mio impegno fondamentale nei confronti dei pazienti, ovunque essi siano, come ho giurato quando mi sono laureato 20 anni fa”.

Le condizioni dei detenuti erano state raccontate dallo stesso quotidiano anche a inizio marzo, quando in prima pagina aveva riportato la notizia di 27 detenuti palestinesi – catturati fra Gaza e la Cisgiordania – morti per i maltrattamenti subiti durante la prigionia, come testimoniavano i loro corpi brutalizzati dalle percosse. Una situazione raccontata anche dai funzionari dell’Unrwa e dalle denunce da loro raccolte: sbarre di ferro per i pestaggi, scosse elettriche, cani e bruciature di sigaretta. Condizioni in violazione del diritto internazionale e che portano spesso alla morte dei prigionieri, i cui corpi vengono sepolti in fosse comuni.

A febbraio a Gaza è stata trovata una di queste con i corpi in decomposizione di decine di detenuti palestinesi bendati e ammanettati, come scritto da Al Jazeera online secondo cui almeno 30 corpi sono stati trovati in “sacchi di plastica neri” vicino alla scuola Hamad, nel nord della Striscia. Il ministero degli Affari Esteri palestinese aveva chiesto un’indagine internazionale su quelli che ha descritto come “massacri” israeliani, chiedendo che una squadra visitasse Gaza “per scoprire la verità e le dimensioni del genocidio a cui è esposto il nostro popolo”.

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  • 20:12 - Delfin, Leonardo Maria Del Vecchio: "Inviato ai soci un'offerta per acquistarne le quote". Quattro su otto dicono no

    Roma, 2 nov. - (Adnkronos) - "Oggi ho inviato ai soci di Delfin un'offerta per acquistarne le quote. E' la proposta più seria che io abbia mai fatto. Ho ottenuto la disponibilità da parte di un primario istituto di credito internazionale a finanziare l'operazione. Ho proposto sia un acquisto totale e immediato delle quote, sia altre forme di acquisizione più diluite nel tempo, lasciando a ciascuno la libertà di scegliere". Lo scrive Leonardo Maria Del Vecchio, presidente di Lmdv Capital ed editore di 'QN Media', in una lettera pubblicata sul 'Quotidiano Nazionale'. "Da quando nostro padre è scomparso - spiega Del Vecchio - ho sentito il peso di custodire ciò che ha costruito. Non sempre l'ho fatto nel modo giusto. In questi anni ho cercato soluzioni diverse e talvolta ho scelto la strada dello scontro. Lo riconosco: ci sono stati errori, anche di tono, e non ne vado fiero".

    "All'inizio ho cercato di dare stabilità, impegnandomi direttamente in EssilorLuxottica e difendendo l'assetto che si era costruito nelle ore successive alla sua morte. In seguito - continua - ho provato a rafforzare quell'equilibrio acquistando le quote di chi era più lontano dalla gestione. Quando ho capito che quella strada non portava da nessuna parte, ho fatto un passo indietro. Negli ultimi mesi ho scelto un'altra direzione: ridurre i conflitti e riaprire il dialogo. I miei consulenti parlano ogni giorno con quelli degli altri soci. Ho dato mandato di rinunciare alle azioni legali che avevo promosso nei confronti di alcuni dei miei familiari. Non è stato semplice, ma era necessario". "Negli ultimi giorni mi sono arrivati molti appelli privati e, nelle ultime ore, anche pubblici. Mi hanno chiesto di provare un'ultima volta a ricomporre la situazione, - continua Del Vecchio - prima che fosse troppo tardi. Li ho ascoltati con attenzione. Alcuni venivano da persone che hanno lavorato a lungo con mio padre, altri da chi semplicemente tiene a ciò che ha costruito. Nel frattempo, la nostra situazione familiare ha attirato l'interesse di soggetti esterni. E' legittimo. Ma credo che il futuro di Delfin debba essere deciso da chi ne conosce la storia e ne condivide la responsabilità. Per questo ho deciso di raccogliere quegli appelli".

    Del Vecchio prosegue scrivendo che "so che un'iniziativa di questa portata richiede garanzie, non solo intenzioni. Per questo il veicolo che acquisirà le quote avrà regole di governance rafforzate, fissate in uno statuto vincolante. Accanto a me siederanno in consiglio due persone con una lunga esperienza manageriale, finanziaria e legale che avranno pareri vincolanti sulle decisioni finanziarie più rilevanti. E' la condizione perché questa proposta sia credibile per la mia famiglia, per i mercati e per le persone che lavorano nelle società che nostro padre ha fatto crescere. Ho proposto ai soci di incontrarci entro il 7 novembre, tutti insieme o singolarmente, per presentare il progetto nel dettaglio. Non chiedo a nessuno di rinunciare alle proprie idee. Chiedo di valutare una soluzione che può tenere insieme chi vuole uscire e chi vuole restare. Mio padre ha costruito qualcosa che appartiene non solo alla nostra famiglia, ma anche a chi ci ha lavorato e a un Paese che in quella storia si è riconosciuto. Il mio compito oggi non è avere ragione: è contribuire a proteggerla".

    Quattro degli otto soci di Delfin, gli stessi che avevano già respinto la proposta del miliardario ceco Michal Strnad, hanno detto no anche all'offerta presentata da Leonardo Maria Del Vecchio. A confermarlo all'Adnkronos sono fonti finanziarie.

  • 19:51 - Manovra, Sumai: "Dimenticati 18mila specialisti ambulatoriali, a rischio sanità territoriale"

    Roma, 2 nov. (Adnkronos Salute) - "Abbiamo letto con attenzione il disegno di legge di bilancio 2027-2029 e la sua Relazione tecnica. Il risultato è tanto semplice quanto grave: ancora una volta i 18 mila specialisti ambulatoriali convenzionati, i veterinari e i professionisti che operano con l’Accordo collettivo nazionale Sumai non esistono. Non sono mai citati. Nel testo non compaiono le parole 'specialisti ambulatoriali', 'personale convenzionato', 'Accordo collettivo nazionale'. La specialistica ambulatoriale ricorre solo due volte, e sempre come tipologia di prestazione, mai come categoria di professionisti che quelle prestazioni le erogano ogni giorno negli ambulatori pubblici del Paese". Così in una nota Antonio Magi, segretario generale del Sumai Assoprof, il sindacato di categoria maggiormente rappresentativo, commenta la manovra finanziaria.

    "Nonostante l’impegno del ministro della Salute Orazio Schillaci – aggiunge Magi – il Mef nella finanziaria ha previsto meno risorse di quelle richieste e, per la quarta volta in quattro anni, ha ignorato il contributo della specialistica ambulatoriale convenzionata interna: quei 18 mila professionisti che operano ai sensi del D.Lgs. 502/92. È una dimenticanza che pesa perché arriva nel momento in cui tutti, prima delle elezioni, a parole, dicono di voler rafforzare l’assistenza territoriale, ridurre le liste d’attesa e alleggerire i pronto soccorso".

    La manovra - si legge nella nota - aumenta il fabbisogno sanitario nazionale di 2.365 milioni nel 2027. Vediamo dove vanno i fondi 'mirati': 500 milioni l’anno per aggiornare le tariffe dei ricoveri ospedalieri per acuti; 380 milioni per l’indennità di pronto soccorso del personale dipendente; 300 milioni per le prestazioni aggiuntive contro le liste d’attesa, riservati ai soli dipendenti del Ssn e non per i convenzionati; tre punti in più sul tetto di spesa per l’acquisto di prestazioni dai privati accreditati, per assorbire nuove tariffe che la stessa Relazione tecnica stima in 365 milioni l’anno; una Carta da 300 euro per gli over 75 da spendere in beni e prestazioni sanitarie. "Quindi ospedale, Pronto soccorso, Privato accreditato. Per la specialistica ambulatoriale pubblica a rapporto convenzionale, che è lo strumento più diretto e meno costoso per aumentare l’offerta pubblica e abbattere le attese, invece non è previsto nulla - riferisce la nota - . Non c’è un euro per il rinnovo delle convenzioni: gli oneri dell’Acn 2025-2027 vengono lasciati all’incremento indistinto del fondo o alla libera disponibilità delle Regioni, senza alcuna garanzia. Non un euro in più. E le due leve introdotte per il personale, prestazioni aggiuntive e indennità, escludono i convenzionati. A parità di funzione assistenziale, per professionisti che lavorano assieme, accanto uno all’altro, per la stessa identica attività esistono retribuzioni che hanno due pesi e due misure. Vergogna".

    "Lo diciamo con chiarezza: senza gli specialisti ambulatoriali la riforma dell’assistenza territoriale resta sulla carta. Le Case della comunità, la presa in carico dei pazienti cronici, la diagnostica di primo livello, la continuità tra medico di famiglia e ospedale si reggono sul lavoro quotidiano di migliaia di specialisti che in silenzio e spirito di servizio garantiscono con fatica ed impegno quotidiano visite specialistiche ed esami strumentali, sul territorio, vicino a casa dei cittadini" aggiunge Magi. "Se il territorio non viene potenziato - avverte il segretario generale di Sumai Assoprof - il paziente non ha alternative: torna in Pronto soccorso, finisce in ospedale, oppure paga di tasca propria. È il paradosso di questa manovra: si finanziano gli effetti, ricoveri e accessi impropri al Pronto soccorso, e si dimentica la causa, cioè un territorio che non riesce a rispondere. Si spende di più per curare dopo, invece di investire per curare prima e meglio. Alla faccia della riforma sanitaria del territorio, del Pnrr e del Dm 77, con miliardi spesi per Case della comunità e Ospedali di comunità che rimangono e rimarranno vuoti senza personale".

    "Gli specialisti ambulatoriali hanno sempre garantito il servizio, anche negli anni più difficili, senza mai far mancare la propria presenza ai cittadini. Ma la pazienza ha un limite. Se nel corso dell’esame parlamentare non arriveranno risposte chiare, il Sumai è pronto alla mobilitazione nazionale della categoria, in tutte le province, per difendere non soltanto il lavoro dei professionisti, ma il diritto dei cittadini a essere curati sul territorio, vicino a casa e senza attese infinite. Investire sulla specialistica ambulatoriale pubblica non è un costo: è la condizione perché il Servizio sanitario nazionale resti pubblico, universale e sostenibile", conclude Magi.

  • 19:20 - Gabrielli (Polizia Postale): "Creare filo antropologico con famiglie"

    Roma, 2 nov. (Adnkronos) - “Bisogna costruire un filo antropologico tra famiglie e nuove generazioni. I ragazzi nativi digitali, che crescono con un device in mano, hanno una velocità di apprendimento incredibile per quel che riguarda l'utilizzo delle tecnologie”. Sono le parole di Ivano Gabrielli, direttore del Servizio Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica, agli Stati generali dell’educazione e della prevenzione, organizzati alla Camera dei Deputati su iniziativa dell'on. Enzo Amich. Nel corso dell’iniziativa è stato presentato il documentario 'Oltre la medaglia' dell’Osservatorio Nazionale sul Bullismo e sul Disagio giovanile. Si tratta di un documentario che dà voce ai campioni per parlare ai giovani.

    “A mancare è il background evolutivo, che alle generazioni passate ha permesso di affrontare pericoli e riconoscere insidie - aggiunge - Quest’ultimo, oggi, non può essere trasmesso da generazioni che non sono cresciute allo stesso modo. Bisogna avvicinare le generazioni e lo si fa attraverso l'acquisizione di competenze, con strumenti digitali che permettono di essere più vicini e consapevoli dell'utilizzo che ne fanno i ragazzi”.

    “Occorrono poi alcune regole, che passano anche da decisioni politiche condivise - precisa - a livello europeo. Stiamo infatti cercando di trovare un terreno comune in Ue sul quale costruire una generazione di ragazzi totalmente nuova dal punto di vista dell'approccio alla vita, al dominio cibernetico, alle attività lavorative e di studio e alle capacità di relazione sociale, che passeranno inevitabilmente attraverso lo strumento digitale”.

  • 18:58 - L'Udinese esonera Runjaic, in arrivo Paolo Zanetti

    Udine, 2 nov. (Adnkronos) - L'Udinese ha deciso di cambiare guida tecnica. Fatale la pesante sconfitta 5-2 con la Roma e un inizio di campionato molto negativo con solo 5 punti in dieci partite di Serie A. Il club bianconero ha comunicato "di aver sollevato Kosta Runjaic dalla guida tecnica della prima squadra. Le strade del tecnico e dei bianconeri si separano dopo oltre due anni puntellati da obiettivi importanti raggiunti. Il club ringrazia sentitamente Kosta e i suoi collaboratori Małecki e Trukan e augura loro le migliori fortune professionali", rende noto l'Udinese.

    Al posto del tedesco Runjaic è in arrivo Paolo Zanetti. Il tecnico vicentino è pronto a tornare in panchina nove mesi dopo essere stato esonerato dal Verona.

  • 18:39 - L'Udinese esonera Runjaic, in arrivo Paolo Zanetti

    Udine, 2 nov. (Adnkronos) - L'Udinese ha deciso di cambiare guida tecnica. Fatale la pesante sconfitta 5-2 con la Roma e un inizio di campionato molto negativo con solo 5 punti in dieci partite di Serie A. Il club bianconero ha comunicato "di aver sollevato Kosta Runjaic dalla guida tecnica della prima squadra. Le strade del tecnico e dei bianconeri si separano dopo oltre due anni puntellati da obiettivi importanti raggiunti. Il club ringrazia sentitamente Kosta e i suoi collaboratori Małecki e Trukan e augura loro le migliori fortune professionali", rende noto l'Udinese.

    Al posto del tedesco Runjaic è in arrivo Paolo Zanetti. Il tecnico vicentino è pronto a tornare in panchina nove mesi dopo essere stato esonerato dal Verona.

  • 18:18 - Brenner: "Il controspionaggio non riguarda più solo i governi, anche le aziende sono nel mirino"

    (Adnkronos) - La Russia potrebbe lanciare attacchi fortemente destabilizzanti contro un Paese della Nato nei prossimi tre-cinque anni. La probabilità, secondo Joel Brenner, è "molto alta". E mentre Mosca si prepara a mettere alla prova la tenuta dell'Alleanza Atlantica, Pechino potrebbe avere tutto l'interesse a evitare una guerra, persino su Taiwan, perché la competizione con l'Occidente sta già evolvendo a suo favore.

    È un quadro tutt'altro che rassicurante quello tracciato in un'intervista all'Adnkronos da Brenner, già National Counterintelligence Executive degli Stati Uniti, ispettore generale della National Security Agency (Nsa), oggi docente al Massachusetts Institute of Technology (Mit) e membro dell'Advisory Board di Highground, che si riunirà a Roma in occasione degli HG Dialogues. Un uomo che ha passato buona parte della propria carriera a occuparsi delle minacce alla sicurezza americana e che oggi individua il principale pericolo per l'Occidente nelle sue stesse debolezze.

    Lei sostiene che la minaccia più grave per le democrazie occidentali arrivi oggi proprio dalle loro fragilità interne, che possono essere sfruttate dalle potenze autoritarie. È questo il principale problema dell'Occidente?

    "La questione dei punti di forza e di debolezza delle società aperte rispetto a quelle autoritarie non è nuova. Era forse il problema filosofico fondamentale della prima metà del Novecento. Negli anni Trenta, quando le economie liberali crollarono, molti pensavano che il futuro sarebbe stato fascista o comunista: in entrambi i casi, una soluzione autoritaria all'incapacità delle società aperte di risolvere i propri problemi strutturali.

    Oggi stiamo assistendo a qualcosa di simile. Il mondo è più disorganizzato e instabile che in qualsiasi momento dalla fine della Seconda guerra mondiale e, con l'eccezione di alcune settimane durante la crisi dei missili di Cuba del 1962, anche più pericoloso.

    Il problema fondamentale dell'Occidente è la difficoltà ad affrontare questa sfida, per ragioni sia culturali sia strutturali. C'è un profondo risentimento sociale verso le élite di governo, accompagnato da una sorta di ripiegamento su se stesse delle democrazie dei consumatori. I romani parlavano di panem et circenses. Oggi abbiamo i sussidi pubblici e, al posto dei giochi del circo, TikTok e altre forme di intrattenimento superficiale. Anche il settore privato riflette questa ricerca della gratificazione immediata, con l'ossessione per i risultati trimestrali e l'incapacità di programmare sul lungo periodo.

    Abbiamo poi costruito una cultura politica che enfatizza i diritti senza attribuire altrettanta importanza ai doveri e agli obblighi verso la collettività. Le generazioni più giovani conoscono poco la propria storia e il funzionamento delle istituzioni. Nel frattempo, tra le persone immensamente ricche si è diffusa un'ideologia contraria all'intervento pubblico, che non riconosce nemmeno allo Stato il compito di definire obiettivi collettivi.

    E poi ci sono le disuguaglianze, con concentrazioni di ricchezza straordinarie e multinazionali che dispongono di risorse e potere superiori a quelli di molti governi. A tutto questo si aggiungono le migrazioni, aggravate dai cambiamenti climatici e sfruttate anche dalla Russia come strumento di pressione sull'Europa. Non sorprende che assistiamo alla crescita dell'estrema destra in tutto l'Occidente".

    La Cina sta cercando di rafforzare la propria capacità di attrazione in Europa, soprattutto presso imprese, università e centri di ricerca. Gli Stati Uniti sembrano invece avere perso parte della loro capacità di proporre un modello. Sta venendo meno il legame culturale e politico tra le due sponde dell'Atlantico?

    "La storia degli Stati Uniti e dell'Europa è, per molti versi, la storia di una comunità nordatlantica. Abbiamo origini culturali comuni, ma questo racconto sta cominciando a cambiare, anche per effetto delle trasformazioni demografiche americane. Ci sono cittadini provenienti dalla Somalia o dall'America Latina che si chiedono perché dovrebbero interessarsi all'Ucraina quando gli Stati Uniti hanno mostrato scarso interesse per le regioni da cui provengono.

    Durante la Guerra fredda avevamo capito che era essenziale avere una storia da raccontare. Non soltanto l'economia occidentale era enormemente più forte di quella sovietica, ma avevamo anche un racconto migliore. E quel racconto piaceva. Piace ancora: le persone continuano a voler venire in Europa e negli Stati Uniti.

    Il problema è che oggi non lo stiamo raccontando. Negli Stati Uniti siamo stati governati da un'amministrazione che ha abbandonato le istituzioni internazionali attraverso le quali si esercita l'influenza. Ma l'atteggiamento mostrato agli altri popoli non è una caratteristica americana: è una caratteristica di chi ci governa oggi".

    Pensa che, con una diversa amministrazione americana, sia possibile tornare a un rapporto più forte con l'Europa? O qualcosa è cambiato definitivamente?

    "Dobbiamo fare attenzione all'espressione 'tornare indietro'. Potremmo avere una nuova amministrazione democratica, orientata alla cooperazione internazionale, ma non torneremo a quello che avevamo prima. Quando Trump venne eletto nel 2016 e poi arrivò Biden, pensammo che tutto fosse tornato alla normalità. Non succederà di nuovo.

    Credo però che sia molto probabile l'arrivo di una nuova amministrazione che comprenda quanto la forza dell'Occidente dipenda dalle sue alleanze. Non penso che continueremo ad avere questa visione estremamente transazionale dei rapporti internazionali. L'Europa richiederà comunque l'attenzione degli Stati Uniti, che agli americani piaccia oppure no. E Vladimir Putin avrà molto da dire al riguardo".

    Come stanno interpretando Cina e Russia le debolezze occidentali?

    "Credo che cinesi e russi stiano traendo lezioni molto diverse da quello che sta accadendo. Se fossi Xi Jinping, l'ultima cosa che vorrei in questo momento sarebbe una guerra. Le guerre sono rischiose, pericolose, e gli Stati Uniti, anche quando vengono considerati un soggetto imprevedibile, restano un soggetto imprevedibile molto potente. Per la Cina le cose stanno andando nella direzione giusta. Perché rischiare una guerra, persino su Taiwan? Nessuno sa come andrebbe a finire. Le forze armate cinesi si stanno modernizzando rapidamente, ma quelle americane rimangono enormemente potenti. Se fossi Xi, non vorrei scommettere sull'esito di un conflitto.

    La Russia vede il mondo diversamente. Putin ha giocato molto, molto bene una mano debole. Il suo Paese gli sta cadendo a pezzi intorno, ma dispone ancora di forze armate potenti, che sono migliorate notevolmente rispetto alla débâcle del febbraio e marzo 2022, quando sembravano incapaci persino di allacciarsi le scarpe. Credo che la probabilità di attacchi russi davvero destabilizzanti contro un Paese Nato nei prossimi tre-cinque anni sia molto alta.

    Mosca vede un'Unione europea squilibrata, bloccata dalla regola dell'unanimità e incapace di prendere decisioni significative negli affari internazionali. E vede anche una Nato in difficoltà. Già dieci o quindici anni fa, nelle riunioni dell'Alleanza, si sentivano domande del tipo: andremmo davvero in guerra per difendere questo o quel Paese? Putin capisce perfettamente queste debolezze. È un uomo del judo, sa che tutto si basa sull'equilibrio. Credo che vedremo l'intera alleanza difensiva sottoposta a una prova molto seria. Non conosco nessuno che pensi che i russi non tenteranno qualcosa del genere entro cinque anni. Alcuni parlano di tre. La Cina è il nostro concorrente più importante per il benessere e la posizione complessiva dell'Occidente nel mondo, ma la Russia rappresenta probabilmente il problema più urgente".

    L'AI sta trasformando anche il lavoro delle agenzie di intelligence. Il vantaggio americano nelle tecnologie più avanzate si tradurrà in una superiorità strategica rispetto alla Cina?

    "Non conosco la risposta a queste domande. Nessuno la conosce. Ma penso che ci stiamo concentrando eccessivamente su chi sia in testa nella corsa all'AI, su chi possieda il chip migliore o il modello leggermente più avanzato. Una cosa nella quale i cinesi sono sicuramente più bravi di noi è la diffusione delle tecnologie e la loro applicazione nell'economia e nella società. Credo che questo sia importante quanto la capacità di sviluppare i sistemi più sofisticati. Gli europei amano parlare di sovranità tecnologica e digitale, sostenendo di possederla o di volerla conquistare, ma non hanno né l'una né l'altra.

    Lo dico da amico dell'Europa: non potete uscire da questo problema a colpi di regolamenti. Dovete uscirne innovando. E non credo che l'Europa sia oggi nelle condizioni di farlo. È troppo affezionata alla regolamentazione di ogni cosa. Alcune delle caratteristiche che rendono l'Europa un posto meraviglioso in cui vivere derivano proprio da quelle regole, ma stanno anche frenando la crescita nei modi peggiori. La maggior parte dei Paesi europei è un pessimo posto in cui avviare un'impresa. La pressione fiscale è altissima e gli ostacoli regolamentari sono molto pesanti".

    Quanto all'intelligence, l'AI potrà davvero aiutare i governi ad anticipare crisi e minacce? Il giudizio umano resterà indispensabile?

    "Tutti utilizzano l'AI. La usano i miei studenti, la uso io e naturalmente la utilizzano le agenzie di intelligence per elaborare enormi quantità di informazioni che altrimenti non potrebbero essere analizzate e sintetizzate. È anche uno strumento straordinariamente utile per comprendere come cambiano i risultati quando si modificano determinate variabili. Per la pianificazione militare, per esempio, è estremamente prezioso.

    Ma l'idea che l'AI sia un oracolo capace di guardare nel futuro è un mito. Utilizzarla senza il controllo di un giudizio umano esperto è molto pericoloso per qualsiasi decisione strategica. Credo che l'elemento umano resterà indispensabile per sempre. L'AI è un generatore di probabilità estremamente sofisticato. Può essere addestrata soltanto su ciò che è già accaduto nel mondo, non sul futuro.

    Come ci ricordano gli intermediari finanziari, i risultati passati non garantiscono quelli futuri. Naturalmente il passato ci aiuta a capire ciò che potrebbe accadere, ma non lo determina. Il mondo è pieno di sorprese e non credo che l'AI eliminerà la possibilità di essere colti di sorpresa. Può arricchire la nostra riflessione sugli scenari futuri, ma non dirci che cosa accadrà. Inoltre è vulnerabile all'avvelenamento dei dati e alla disinformazione, che la stessa AI può produrre a velocità sempre maggiore. Il bisogno di giudizio umano non scomparirà".

    Oggi si parla sempre più spesso di sicurezza economica e di un approccio che coinvolga l'intera società, comprese le imprese private. Quanto è cambiata la responsabilità del settore privato nella sicurezza nazionale?

    "Quando ero responsabile delle politiche di controspionaggio del governo americano, dicevo alle aziende che il controspionaggio era stato a lungo un problema dei governi, ma ormai era diventato anche un loro problema. Perché le imprese hanno segreti da proteggere, operazioni da difendere, e ci sono attori che vogliono rubare quei segreti e interrompere quelle attività. Nelle società aperte occidentali, la maggior parte di ciò che chiamiamo infrastrutture critiche è controllata dal settore privato: reti elettriche, sistemi finanziari, trasporti, petrolio, gas ed energia. Sono sistemi dai quali dipende il funzionamento dei nostri Paesi e che, durante una guerra o nella fase che la precede, verrebbero attaccati.

    Il problema è che i consigli di amministrazione e i dirigenti devono preoccuparsi dei risultati economici e degli azionisti. Ma i costi di un eventuale collasso di queste infrastrutture ricadrebbero sull'intera società, non soltanto sulle aziende proprietarie. E quei costi non vengono adeguatamente considerati. I governi devono quindi occuparsi molto di più delle vulnerabilità nazionali create dalle debolezze delle imprese private. È un problema con cui mi confronto da circa vent'anni. L'Europa è più propensa degli Stati Uniti a regolamentare, ma applica le regole in modo discontinuo. Mi è capitato di incontrare aziende, anche in Germania e in Giappone, i cui responsabili della sicurezza sapevano di non essere in grado di proteggere le reti informatiche, mentre i vertici non volevano nemmeno sentirne parlare.

    Ho l'impressione che le grandi imprese americane oggi siano più consapevoli del problema rispetto a quelle europee, anche se è difficile generalizzare. In Europa, comunque, c'è ancora molto da fare. E i russi stanno contribuendo a far capire la gravità del problema a chi prima non voleva vederlo. Basta guardare quello che sta succedendo in Ucraina".

  • 17:53 - La sicurezza nazionale passa anche dalle imprese: Highground, confronto tra intelligence, difesa e industria

    Roma, 2 nov. (Adnkronos) - La sicurezza nazionale non si difende più soltanto con eserciti, diplomazia e intelligence. Passa anche attraverso i cavi sottomarini, le reti di telecomunicazione, i semiconduttori, le infrastrutture energetiche e le tecnologie digitali. In un mondo segnato dalla competizione tra grandi potenze, le imprese sono diventate protagoniste della sicurezza degli Stati, e il confine tra interessi economici e interessi strategici è sempre più sottile.

    È da questa trasformazione che prendono le mosse gli HG Dialogues 2026, in programma venerdì 6 novembre, dalle 14.30, all'Università Luiss Guido Carli di Roma. L'incontro, dal titolo Sicurezza nazionale, imprese e nuovi equilibri tra pubblico e privato, è promosso da HighGround, società italiana specializzata nell'analisi del rischio geopolitico e nella consulenza strategica, in collaborazione con la Luiss. Andkronos sarà media partner.

    Il punto di partenza è che la sicurezza nazionale ha ormai superato il suo perimetro tradizionale. La frammentazione geopolitica, la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento e il ricorso crescente alla coercizione economica espongono le aziende a rischi che un tempo riguardavano prevalentemente i governi.

    La competizione tra potenze si combatte anche attraverso il controllo delle tecnologie, delle infrastrutture e delle risorse strategiche. In questo scenario, il settore privato è chiamato a svolgere un ruolo sempre più importante nella resilienza nazionale.

    Ma si pone anche una questione politica: come rafforzare la collaborazione tra Stato e imprese senza compromettere le libertà economiche e i principi delle democrazie liberali? È questo uno degli interrogativi centrali dell'iniziativa, concepita come un forum indipendente di confronto tra rappresentanti delle istituzioni, esperti di sicurezza e protagonisti dell'industria.

    I lavori saranno aperti da Gaetano Quagliariello, Dean della Luiss School of Government, e da Beniamino Irdi, fondatore e CEO di HighGround. Seguirà l'intervento introduttivo di Gianni Letta, già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e membro dell'Advisory Board di HighGround.

    Il primo panel, dedicato al nuovo perimetro della sicurezza nazionale, vedrà confrontarsi Roberta Pinotti, già ministra della Difesa, Elliott Abrams, già vice consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Carmine Masiello, capo di Stato Maggiore dell'Esercito, e Raffaele Marchetti, direttore del Center for International and Strategic Studies. Modererà Giancarlo Loquenzi, conduttore di Zapping su Rai Radio 1.

    Al centro della discussione il ruolo delle istituzioni, i poteri di controllo pubblico, la protezione delle infrastrutture critiche e l'evoluzione degli strumenti normativi con cui gli Stati tutelano gli interessi strategici.

    Una sessione specifica sarà dedicata al ruolo del diritto nella competizione tecnologica, con Carlo Gagliardi, Emea Leader di Deloitte Legal, in conversazione con Giorgio Rutelli, vicedirettore di Adnkronos.

    Il secondo panel affronterà invece le conseguenze concrete della competizione geopolitica per il mondo produttivo. Interverranno i rappresentanti di Rheinmetall Italia, Pirelli e Sparkle. Modererà Gabriele Carrer, National Security Editor di Linkiesta.

    La discussione si concentrerà sulla protezione degli asset strategici, sulla capacità delle aziende di anticipare il rischio politico e sull'evoluzione del loro rapporto con i decisori pubblici.

    Le conclusioni saranno affidate a Vittorio Rizzi, direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS).

    L'evento si terrà presso l'Università Luiss Guido Carli, in viale Romania 32 a Roma. Informazioni e richieste di partecipazione sono disponibili sul sito ufficiale HG Dialogues.

Adn Kronos www.adnkronos.com
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