di Susanna Stacchini

Uno Stato non in grado di promuovere e tutelare la salute, incapace di garantire a tutti il diritto alle cure, non può definirsi democratico per tutta l’ampiezza della sua accezione. Salute e povertà non hanno punti d’incontro: dove c’è l’una non c’è l’altra. Disconoscere questa oggettività è un esercizio di potere cinico e protervo, dalle deleterie ripercussioni.

Non si investe nella sanità, o lo si fa in modo alquanto discutibile. Di frequente le posizioni apicali delle Asl, a partire dai Direttori generali, sono ricoperte da professionisti con profili curriculari molto distanti dall’area medica o comunque sanitaria. Pertanto mancando competenze specifiche si limitano a soddisfare i desiderata del politico di turno, spesso altrettanto incompetente in materia. Ciò comporta un esercizio dispotico del ruolo e inevitabili frizioni con i professionisti sanitari.

Mentre nelle Asl spuntano come funghi posizioni funzionali e unità operative complesse, spesso di dubbia utilità, i pronti soccorso scoppiano, i reparti di degenza pure. Posti letto ridotti oltre la decenza. Laboratori analisi chiusi. Insufficiente disponibilità di presidi e ausili. Medici e infermieri costantemente sotto organico, costretti a turni massacranti, ridotti a mettere a rischio la propria incolumità. Il declino della sanità pubblica è tale che i pazienti e soprattutto i loro familiari percepiscono il personale sanitario come il nemico potenzialmente in grado di attentare alla vita del congiunto. Insomma, si è rotto il rapporto di fiducia fra cittadino e sanità pubblica, nella figura dei professionisti della salute, tartassati come mai prima, da esposti e querele. Così, per il timore di doversi difendere da eventuali cause, ha preso sempre più piede la “medicina difensiva” che per definizione tende a snaturare le professioni.

Tempi di attesa imbarazzanti trasformano interventi chirurgici programmabili in interventi da trattare in regime di urgenza o emergenza, con tutto ciò che comporta, anche a livello di spesa pubblica. Non va meglio alla sanità territoriale che si limita a fare sfoggio di case della salute e quant’altro, con medici di medicina generale trasformati in meri scrivani. Anamnesi, esame ispettivo e obiettivo del paziente relegati al passato. Ridotta all’osso l’odontoiatria pubblica e più in generale tutte le branche specialistiche. Liste di attesa per visite ed esami strumentali, con appuntamenti a distanza di un anno dalla prenotazione, in barba alla diagnosi precoce. Sempre più numerosi i farmaci a pagamento, anche se fondamentali. Difficile capire fino in fondo la dicitura “salvavita”. Nessuno in grado di tirare le fila e coordinare l’assistenza domiciliare. La persona malata, magari di cancro, confinata al proprio domicilio, senza validi punti di riferimento, costretta a elemosinare assistenza qua e là.

Innegabile quindi quanto la politica abbia operato e operi in favore della sanità privata che fa cassa proliferando in strutture e servizi. Da anni si assiste allo scellerato smantellamento della sanità pubblica, attraverso un sistema capillare e ben articolato che colpisce alle fondamenta. Complice, disincanto e letargia. L’astensionismo, primo partito in Italia, è l’emblema di questo vissuto, peraltro ignorato da politici e governanti che, con spregiudicatezza, continuano a spingerci verso il baratro, incuranti dei drammi e delle miserie umane di cui si macchiano. Regalare, di fatto e a caro prezzo, la gestione della salute al privato a discapito di quella pubblica è un’offesa al buon senso, un’insolenza per tutti e un oltraggio alle classi sociali più povere.

Incentivare la povertà, fare a brandelli la sanità pubblica, combattere la legalità, avversare la pace in favore della guerra per investire sempre più in armamenti è un disegno ordito per mantenere intatti equilibri di poteri e privilegi. Sottovalutare le potenzialità di gente affamata che non ha più niente da perdere, nel migliore dei casi, è espressione di superbia, inettitudine e dilettantismo.

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