Fa doppiamente rabbia pensare a questo tumore. La prima ragione è legata al suo essere molto aggressivo e subdolo. Può stare in silenzio per molti anni, anche cinquanta, e poi emergere con tutta la sua gravità. Spesso infatti la diagnosi arriva quando la malattia ha già superato gli stadi iniziali ed è ormai difficile da trattare. Il mesotelioma, di cui il giornalista Franco Di Mare ha rivelato di essere gravemente malato, è un tumore con prognosi raramente positiva: dopo 5 anni dalla diagnosi sono ancora vivi solo l’8 per cento degli uomini e il 10 per cento delle donne colpiti dal mesotelioma. La seconda ragione è che si sapeva già dagli anni Trenta quale fosse la causa principale, l’esposizione all’amianto. Ma colpevolmente, come racconta il grande ricercatore Renzo Tomatis nel suo saggio postumo del 2008 (L’ombra del dubbio, Sironi Editore), questo fattore di rischio è stato per decenni occultato dagli interessi dell’industria chimica, esponendo per lunghi anni operai e persone che avevano a che fare con questo materiale ai suoi effetti altamente nocivi.

Che cos’è il mesotelioma
Si tratta di un tumore che nasce dalle cellule del mesotelio, la membrana che riveste gli organi interni. Come spiegano gli esperti dell’Airc nel loro sito, “a seconda dell’area che ricopre, il mesotelio assume nomi diversi: si chiama pleura nel torace, peritoneo nell’addome, pericardio nello spazio attorno al cuore e tunica vaginale nella zona attorno ai testicoli”. Il mesotelioma pleurico è il più comune tra i vari tipi di mesotelioma. Tra le diverse tipologie di mesoteliomi pleurici i più diffusi sono i mesoteliomi pleurici epitelioidi.

Effetto amianto
Il mesotelioma maligno è di fatto un tumore raro che colpisce prevalentemente gli uomini. In Italia rappresenta lo 0,8 per cento di tutti i tumori diagnosticati nell’uomo e lo 0,3 per cento di quelli diagnosticati nelle donne. Ma questi dati non devono trarre in inganno. Come detto, infatti, alla base di quasi tutti i mesoteliomi – Il 90 per cento – c’è l’esposizione all’amianto, un materiale che è stato utilizzato soprattutto negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. E siccome passano in genere alcuni decenni tra l’esposizione all’amianto e l’eventuale insorgenza del mesotelioma, “ci si attende che il numero di diagnosi continuerà a salire nei prossimi anni”, sottolineano gli esperti Airc, per raggiungere il picco già in questi anni e, in particolare, nella prossima terza decade. Inoltre, dato che spesso si tratta di una malattia da esposizione professionale, tutti i casi di mesotelioma vengono segnalati al Registro nazionale mesoteliomi.

A rischio anche i familiari
L’amianto o asbesto è un minerale molto resistente al calore. Le fibre sono sottilissime, oltre mille volte più di un capello umano, e possono essere inalate e danneggiare le cellule. Se si depositano nei polmoni, le fibre possono dare origine ad altre malattie come l’asbestosi (una sorta di fibrosi del tessuto polmonare che impedisce la corretta espansione dell’organo) o il tumore polmonare. Sono a rischio non solo le persone che sono state esposte direttamente all’amianto, anche per esempio i loro familiari dato che le fibre di amianto si possono depositare sui vestiti ed essere trasportate dal posto di lavoro a casa. Il periodo che intercorre tra l’esposizione all’amianto e la comparsa del mesotelioma, è molto lungo, circa 40-50 anni. Il rischio aumenta all’aumentare della durata dell’esposizione e della quantità di fibre di amianto inalata.

Sintomi
I primi sintomi di un mesotelioma pleurico sono respiratori, causati in genere dall’accumulo di liquido nella cavità pleurica (versamento pleurico), come fiato corto e tosse. Possono essere presenti anche dolore nella parte bassa della schiena o a un lato del torace e sintomi più aspecifici, come debolezza muscolare e perdita di peso. Dolore addominale, perdita di peso, nausea e vomito sono, invece, i sintomi più comuni in caso di mesotelioma peritoneale. Il volume dell’addome può aumentare a causa dell’accumulo di liquido nel peritoneo (ascite).

Prevenzione
È evidente che la strategia migliore per evitare il mesotelioma è non esporsi all’amianto. Ricordiamo che in Italia la lavorazione e l’utilizzo di questo materiale sono vietati dal 1992. “In Italia esistono programmi di sorveglianza per i lavoratori che sono stati esposti all’amianto e per coloro che lo sono correntemente per ragioni professionali”, sottolineano all’Airc. “Questi programmi hanno lo scopo di ricostruire la storia lavorativa e informare i soggetti esposti (e le loro famiglie) dei rischi e di alcuni aspetti medico-legali, come la possibilità di ricevere un indennizzo”.

Diagnosi
Qui emerge uno dei problemi principali. Non esistono test di screening validi, perché non sono disponibili esami specifici che permettano la diagnosi precoce del mesotelioma in una persona che non presenta sintomi. Quando questi compaiono ed emerge un sospetto di mesotelioma, l’iter da seguire è prima di tutto verificare se ci sono situazioni in cui il paziente è stato esposto all’amianto. Si eseguono poi esami di diagnostica per immagini. Se la radiografia fa sospettare la presenza del tumore, si procede con una tomografia computerizzata (TC), per valutare anche la possibile diffusione del cancro ad altri organi. Possono essere utili anche l’ultrasonografia e la risonanza magnetica (RM). La conferma di diagnosi di mesotelioma è affidata alla biopsia. “In alcuni casi si prelevano piccoli campioni di liquido presenti nel torace (toracentesi), nell’addome (paracentesi) o nella cavità attorno al cuore (pericardiocentesi)”, spiegano gli esperti Airc, “e si verifica al microscopio la presenza di cellule tumorali. In altri casi, invece, è necessario prelevare piccole porzioni di tessuto con un ago sottile inserito sottopelle con l’ausilio della TC (biopsia percutanea) oppure introducendo nella cavità toracica una sonda dotata di videocamera (biopsia toracoscopica). Quest’ultima procedura, seppure più invasiva, consente di prelevare una maggiore quantità di tessuto e permette quindi una diagnosi più affidabile”.

I quattro stadi del tumore e i trattamenti
Nel mesotelioma si individuano quattro stadi (I-IV) sulla base dei criteri che tengono conto dell’estensione del tumore (T), dell’eventuale coinvolgimento dei linfonodi (N) e delle metastasi (M). Per il trattamento è previsto l’intervento chirurgico. I mesoteliomi in stadio iniziale sono tecnicamente operabili, ma l’opportunità di rimuoverli dipende dal sottotipo, dalla posizione, dalle dimensioni e dalle condizioni generali del paziente. Infatti nella maggior parte dei casi la chirurgia non ha intento curativo, ma serve a prevenire o ridurre i sintomi legati al versamento pleurico. “È stato appena pubblicato uno studio randomizzato che confronta un gruppo di pazienti trattati solo con chemioterapia con un gruppo sottoposto a un trattamento combinato di chemioterapia e chirurgia con intervento radicale sul tumore”, spiega al FattoQuotidiano.it la professoressa Giulia Veronesi, direttrice del programma strategico di Chirurgia Robotica Toracica presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele. “Purtroppo quello che è emerso è che la chirurgia non sembra efficace nel migliorare la sopravvivenza dei pazienti, ma al contrario ridurrebbe la qualità di vita aggiungendo morbilità e mortalità. Un risultato che ci induce a riflettere sul ruolo dell’intervento chirurgico a scopo radicale in questo campo. La chirurgia mininvasiva invece risulta efficace nel migliorare la sintomatologia dei pazienti. Infatti, con la rimozione di liquido dalla cavità toracica, addominale o attorno al cuore si permette di dare sollievo al paziente che respira meglio”. Recentemente, nel 2022, l’Agenzia italiana del farmaco, Aifa, ha approvato la rimborsabilità della combinazione di due farmaci immunologici, Nivolumab e Ipilimumab, come trattamento di prima linea in pazienti non operabili con tumore non epitelioide. Una svolta rispetto al trattamento standard con chemioterapia. Di fatto, la combinazione dei due farmaci, rispetto alla chemioterapia, aumenta la sopravvivenza con quasi 1 paziente su 5 vivo a 4 anni dall’inizio del trattamento; in alcuni sottogruppi la combinazione ha più che raddoppiato la sopravvivenza che, in media, ha raggiunto 18,1 mesi rispetto a 8,8 con la chemioterapia standard. “La ricerca va nella direzione di trovare nuove molecole per i trattamenti”, conclude Veronesi, “e migliorare le conoscenze sul rapporto tra tumore e sistema immunitario per facilitare la riattivazione di questo contro la patologia”.

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