Tra le rosse stradine costeggiate di portici può capitare che qualcuno ne parli ancora, in quel che resta dei baretti del Pratello, in via Zamboni, o alle spalle delle due torri. Sono trascorsi 40 anni eppure “I delitti del Dams” riecheggiano ancora tra le storie della Bologna degli anni ’80 che come uno stupefacente mosaico andò a comporsi raccogliendo l’impulso vitale e creativo del decennio pregresso. Lo stesso che ha generato fenomeni irripetibili: “Paz”, gli Skiantos, Carlo Mazzacurati solo per citarne i più storici.

Da quel fermento prese vita l’idea di Benedetto Marzullo, di fondare uno spazio accademico destinato alle arti, il mitologico Dams, la prima facoltà dedicata ai linguaggi dello spettacolo, fortemente voluta da Umberto Eco. Ci sarebbero voluti solo pochi anni perché questo cosmo si tingesse di nero, con ben tre crimini, ribattezzati “i delitti del Dams”.

Ad uno di questi, il primo e il più celebre, la rivista d’arte Dune ha dedicato un numero speciale. Al centro non c’è solo una vittima ma anche una critica d’avanguardia come Francesca Alinovi – ricercatrice del Dams e assistente dell’iconico Renato Barilli – che ha rivoluzionato la visione e l’approccio ai linguaggi visivi, portando per prima in Italia il graffitismo, Basquiat e Keith Haring, tanto per cominciare. A cosa sarebbe arrivata nessuno può dirlo perché la sua strada è stata falciata quando aveva solo 35 anni, il 15 giugno del 1983 in via del Riccio numero 7, dove fu trovata senza vita, in una pozza del suo stesso sangue, con a fianco un fiore di plastica.

Francesca Alinovi fu uccisa da 47 coltellate, piccolissime, inferte con un taglierino. Nel bagno, una scritta in inglese, sgrammaticata: “You’re Not Alone Any way”, che tradotto sta per: non sarai mai sola ma che nello slang newyorkese vuol dire: ti ho fregato. Francesca era avanti, illuminata dalla propria visione ma anche inquieta, disallineata come la Bologna di quegli anni in cui giravano strane sagome. Per il suo truce delitto è stato condannato in via definitiva a 15 anni di reclusione un suo allievo, Francesco Ciancabilla, sempre dichiaratosi innocente.

A distanza di 40 anni, la rivista accademica ‘Dune. Scritture su moda, progetto e cultura visuale’, diretta da Maria Luisa Frisa (che nel titolo evoca il romanzo fantascientifico di Frank Herbert, a cui si ispirò anche David Lynch per il suo film del 1984) dedica un numero a Francesca Alinovi per posizionare “in una corretta prospettiva storica e teorica” il lavoro di una figura rivoluzionaria nel panorama dell’arte italiana. La presentazione è avvenuta pochi giorni fa, all’Accademia di Belle Arti di Bologna. “Bisogna ricordare Francesca Alinovi per il suo coraggio – le parole della Frisa –, per l’originalità delle sue idee, per la profondità dei suoi studi, perché si è fatta strada in un mondo di uomini, perché i suoi studi sono stati seminali e hanno fatto generare nuove idee. Celebriamola, perché dobbiamo imparare le persone importanti e le loro gesta”.

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