Dice che sarebbe rimasto volentieri per “completare il lavoro” ma non gli è stato consentito da una maggioranza che si è sfaldata con l’avvicinarsi della scadenza della legislatura. Adesso non è più a disposizione per altri incarichi, perché fa il nonno. Ma continua a osservare l’evoluzione della situazione politica e i passi del nuovo governo. E quindi Giorgia Meloni, pur senza entrare nel merito del suo agire, la definisce una “leader abile”. Dopo mesi di silenzio, Mario Draghi torna a parlare e ripercorre la sua esperienza a Palazzo Chigi.

In un’intervista al Corriere della Sera, l’ex presidente del Consiglio spiega la sua versione del percorso al timone del Paese e la sua caduta. Partendo da un concetto: “Sarei dunque rimasto volentieri per completare il lavoro, se mi fosse stato consentito”. Ma “a un certo punto, la volontà dei partiti di trovare compromessi è venuta meno, anche per l’avvicinarsi della scadenza naturale della legislatura”. Nessun giudizio sul governo nato dalle elezioni, poi però la puntualizzazione: “Meloni ha dimostrato di essere una leader abile”.

“Faccio il nonno. E mi godo il diritto dei nonni di poter scegliere che cosa fare – spiega Draghi – Anche per questo ho chiarito che non sono interessato a incarichi politici o istituzionali, né in Italia né all’estero”. A febbraio 2021 quando è stato chiamato da Sergio Mattarella a guidare il Paese, ricostruisce Draghi, la “situazione era molto difficile” tuttavia “l’Italia ha mostrato di sapercela fare”. E piazza lì i numeri: “Quest’anno cresceremo di quasi il 4%, più di Francia e Germania, dopo i sette trimestri di crescita consecutivi durante il mio governo”. Adesso la sfida, sottolinea, è l‘inflazione: “Preservare la stabilità dei prezzi è essenziale”.

“Se guardo alle sfide raccolte e vinte in soli venti mesi di governo, c’è da sorridere a chi ha detto che me ne volessi andare, spaventato dall’ipotetico abisso di una recessione che fino a oggi non ha trovato riscontro nei dati”, dice ancora senza ricordare il passaggio dell’elezione del presidente della Repubblica quando da molteplici parti era chiaro che il passo verso il Colle non gli sarebbe di certo dispiaciuto. E ricostruisce quelle che a suo avviso sono state le motivazioni che hanno portato alla sfiducia: “Il governo si poggiava sul consenso di una vasta coalizione, che aveva deciso di mettere da parte le proprie differenze per permettere all’Italia di superare un periodo di emergenza. Non avevo dunque un mio partito o una mia base parlamentare”.

Ma un certo punto, sottolinea, “la volontà dei partiti di trovare compromessi è venuta meno, anche per l’avvicinarsi della scadenza naturale della legislatura”. Insomma: “Con il passare dei mesi, la maggioranza che sosteneva il governo si era andata sfaldando e diversi partiti – dice Draghi – si andavano dissociando da decisioni già prese in Parlamento o in Consiglio dei ministri”. In particolare, il Movimento 5 Stelle “era sempre più contrario al sostegno militare all’Ucraina, nonostante avesse inizialmente appoggiato questa posizione in Parlamento insieme a tutte le altre forze politiche, e nonostante questa fosse la linea concordata con i nostri alleati in sede europea, G7 e Nato”.

Mentre Forza Italia e Lega “erano contrarie ad aspetti di alcune importanti riforme, fisco e concorrenza, a cui era stato dato il via libera in Consiglio dei ministri. Lega e Movimento Cinque Stelle chiedevano inoltre a gran voce uno scostamento di bilancio nonostante, come stiamo vedendo, l’economia e l’occupazione andassero bene”. Da lì il passo indietro, le urne e il nuovo governo, dice. Rispetto a Meloni “non spetta a me giudicare il governo, soprattutto non dopo così poco tempo”. Tuttavia il giudizio arriva: “Meloni ha dimostrato di essere una leader abile e ha avuto un forte mandato elettorale. Occorre stare attenti a che non si crei di nuovo un clima internazionale negativo nei confronti dell’Italia”.

La premier, gli viene fatto notare, dice che le ha lasciato un sacco di cose da fare sul Pnrr: “Abbiamo rispettato tutti gli obiettivi dei primi due semestri. Questo è l’unico indicatore da cui dipende l’erogazione dei fondi, che infatti è avvenuta in modo puntuale. Mi avrebbe fatto piacere completare il lavoro che avevamo portato avanti”. I rimanenti obiettivi, conclude, “sarebbero certamente stati raggiunti prima della fine di questo semestre. Credo che il governo attuale sia altrettanto impegnato, e non ho motivo di dubitare che raggiungerà tutti gli obiettivi della terza rata”.

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