Se n’è andato il 10 febbraio 2016 David Bowie, lasciando una discografia sterminata e un’eredità culturale che, partendo da quel suo rock definito Glam, rivoluzionò i suoi anni e il nostro mondo. Moonage Daydream è la prima opera filmica ad esser supportata dalla David Bowie Estate, evento eccezionale se pensiamo a Velvet Goldmine, che nel 1998 avrebbe dovuto raccontare filmicamente Ziggy Stardust ma che fu alla fine osteggiato dallo stesso Bowie, così da divenire giusto una gradevole opera taroccata. Invece Brett Morgen non ha ottenuto solo i permessi per raccontare, ma l’accesso esclusivo a una notevole quantità di materiali video e audio inediti. Se poi ci mettiamo che il regista, originalissima punta di diamante nel genere documentario, è anche l’autore del sublime Cobain: Montage of Heck dedicato al frontman dei Nirvana, l’hype per questo suo nuovo film musicale ufficialmente in sala dal 26 al 28 settembre è totalmente legittima. Anche se dal 15 al 21 è passato nelle sale imax, numericamente mosche bianche per l’Italia.

Niente producer malinconici a tre quarti su un trespolo o ricordi lacrimosi dai colleghi. Morgen c’immerge direttamente in un flusso di coscienza condotto dalla voce dello stesso Bowie. Sono registrazioni audio mai pubblicate in precedenza. Ricordi, ragionamenti, riflessioni sulla vita, sull’arte, sulla creatività e sul suo sentire. Sulla sua esistenza in quanto artista a partire da prima del successo fino alla maturità. “Se non ti godi il percorso i sogni non si realizzeranno mai” ci suggerisce Bowie. E ne ha per tutti, anche in interviste (video) dove tiene al guinzaglio giornalisti che lo stuzzicano sull’immagine androgina o si lascia condurre a rivelarci di sé da altre intervistatrici con le quali ci offre conversazioni illuminanti, oggi come oggi impensabili nella nostra povera tivù generalista. Ne sa qualcosa Adriano Celentano, che lo intervistò in diretta con magri risultati.

Morgen monta immagini a tinte lisergiche di sovrapposizioni, sdoppiamenti e split dell’icona Ziggy Stardust on stage mai visti precedentemente su pezzi riadattati. Alcuni inediti, come quello che intitola lo stesso film. Ma poi ci troviamo dinnanzi a versioni pazzesche come per Modern Love, dove un mix unico parte con il pianoforte della traccia ma cresce nel ritornello ed infine esplode con i cori a cappella che fanno risaltare i singoli elementi in questa hit del 1983. O la versione live inedita del 1974 di Rock n’Roll With Me o le classiche e immancabili Space Oddity e Life On Mars.

V’immaginate Bowie a una quarantina d’anni, solo ad un check-in, mentre le persone in fila per i loro voli guardano incuriosite questo biondo elegante dandy che ricorda loro qualcuno? O mentre passeggia di notte, sempre da solo come un flaneur, tra i quartieri popolari di una grande città orientale? Il regista ci mette anche di fronte a questi sprazzi di vita dell’artista. C’è la sua spiegazione sul lavoro musicale fatto con Brian Eno per ripensare lo scambio di ruoli tra gli strumenti ritmici e quelli armonici in sala registrazione, ci sono i folli duetti per gli spot Pepsi insieme a Tina Turner negli anni ’80. Poi, a ripercorrerne il fenomeno musicale, il rito collettivo e la starità (concetto usato da Edgar Morin per spiegare i fenomeni sociologici legati alle star, nel rapporto con immaginari, linguaggi, pubblico e industria culturale), ci sono loro, i fan con i fulmini disegnati sul viso, le zazzere rosse, e le ragazze innamorate e piangenti per l’arrivo di David fuori dai concerti in almeno tre decenni diversi. Il caleidoscopio di Morgen sembra non avere limiti spaziali o temporali. Dura infatti due ore e mezza questo viaggio nel mondo di Bowie.

Ma l’ardito tocco autoriale del regista sta nelle citazioni visive di tanti film che hanno scritto il cinema e l’immaginario del Novecento prima e intorno al musicista londinese. Così nell’armonia multiforme di quest’opera s’intravedono a dar luce alle parole e al genio del Duca Bianco frame da Arancia Meccanica, Nosferatu, Blade Runner; o ancora dal Viaggio nella Luna di Méliès, L’Impero dei Sensi, Frankenstein, 8 e 1/2 e quel Labyrinth dove Bowie faceva lo stregone malvagio; ma anche Barbarella, 2001: Odissea nello spazio, Johnny Mnemonic, Il Settimo Sigillo, Fantasia di Disney e decine di altri tra lungometraggi e videoclip che potrete sfidarvi a cogliere e riconoscere.

Se siete fortunati il vostro cinema terrà il volume un po’ più alto del solito, e sarà difficile non ballare come foste a un concerto. Atro che Covid. In giorni di pre-politiche cariche d’incertezza per il nostro paese, e in cui si susseguono notizie di possibili forme di vita su Marte, minacce nucleari e non da capi di stato guerrafondai, e si è salutata per l’ultima volta, a livello globale, la Regina Elisabetta II, il film su un alieno come David Bowie rappresenta anche un nutriente, momentaneo stacco dalla realtà. E magari vi verrà da esclamare “God Save David Bowie”.

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