di Davide Zanichelli*

L’inflazione sta crescendo in Europa principalmente per lo shock sull’offerta delle materie prime e dell’energia. Un innalzamento dei prezzi conseguente anche al doping monetario che ha visto gonfiare le masse finanziarie in anni di quantitative easing sbloccate prima nel post pandemia dagli stimoli fiscali del 2021 ed esploso in seguito al conflitto Russia-Ucraina di quest’anno e determinando un “effetto ketchup” per i prezzi di beni e servizi.

A partire dalla crisi dei mutui sub-prime e dei debiti sovrani, infatti, gli stimoli monetari che puntavano al rialzo dell’inflazione hanno avuto effetti esclusivamente nella finanza e hanno gonfiato nel frattempo un polmone finanziario che ora si sta riversando sulla “realtà”. Le banche centrali si sono accontentate per anni d’aver sostenuto i mercati finanziari con la continua immissione monetaria che non ha portato l’inflazione al 2% come da obiettivo ma che però ha creato le precondizioni per la magnitudo di ciò che stiamo osservando, ma va anche detto che le Banche Centrali in sé, più di ciò che hanno fatto non avrebbero potuto fare a meno di un helicopter-money.

Ora, il ketchup monetario sta uscendo dal tubetto in maniera dirompente facendo schizzare l’inflazione a livelli impensabili solo un anno fa per ecosistemi monetari come il Dollaro o l’Euro.

Se negli Usa però lo shock inflazionistico è connesso sia alla domanda che all’offerta, e la politica della Fed e di Washington possono rallentare per lo meno la leva della domanda per tirare le briglie dell’inflazione sul dollaro, l’Europa ha maggiori difficoltà, perché la corsa dei prezzi è sopratutto dovuta al rialzo dell’offerta di beni. E porre un freno (monetario e fiscale) in Europa rallentando la domanda, quindi riducendo gli stimoli pubblici, può non essere sufficiente specialmente in relazione al fatto che comunque l’offerta vede al rialzo i propri prezzi per conseguenze geopolitiche e non economiche dato che siamo noi quelli più vicini alla Russia e all’ Ucraina.

Questo scenario rappresenta dunque che la Banca Centrale Europea ha fatto l’unica cosa che poteva fare, ma l’ha fatta con un anno di ritardo, dato che le prime avvisaglie d’inflazione risalgono all’estate 2021 ma che questa azione difficilmente avrà l’effetto sperato di ridurre l’inflazione ma ha la consapevolezza che ciò non potrà che avere effetti depressivi sulla domanda aggregata, esacerbando di fatto l’effetto stagflazionistico. Tant’è che ha creato una spirale depressiva sui mercati finanziari, sia per i titoli azionari sia per il mercato obbligazionario e dei titoli di Stato tanto da correre ai ripari con una riunione d’emergenza per annunciare (tardivamente anche qui) lo scudo anti-spread.

Purtroppo la Bce s’è messa da sola in un vicolo cieco in una corsa che per anni ha reso la finanza dipendente dalla droga monetaria e che rende doloroso ora uscirne. Ma quel che è peggio è che le mosse vengono prese tardivamente e in modo per certi versi scomposto.

Di sicuro il periodo che stiamo assistendo chiude il decennio dei tassi negativi e ripropone, specialmente per noi italiani, la questione della sostenibilità del debito, una sfida rispetto alla quale il nostro continente potrà reagire come 10 anni fa con le crisi dei debiti sovrani, in cui ciascuno stato badava esclusivamente ai propri interessi, oppure, come il Covid c’ha insegnato, imparando la lezione che il nostro continente si può salvare solo se si salva tutto insieme.

L’unica speranza che abbiamo è che lo “scudo anti spread” segua questa filosofia perché non è il caso di mandare in onda il sequel del film della Grecia del 2010.

*Deputato M5S – Commissione Finanze Camera

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