La rivista Time, dopo la vittoria azzurra nella finale dell’82 al Santiago Bernabeu, titolava in copertina: “È bello essere italiani”. In queste settimane le celebrazioni per il quarantennale del trionfo ci hanno fatto riassaporare momenti segnati da un sentimento di unione che una nazione solitamente frammentata aveva visto poche volte. Quel Mundial risultò decisivo anche per la Spagna. Non per un risultato sportivo che mancò del tutto – la nazionale di Arconada e Santillana non superò la seconda fase a gironi, eliminata dall’allora Germania Ovest -, ma per i risvolti politici e sociali.

Il paese si aprì al mondo, rivide la luce dopo decenni dominati da una dittatura – conclusasi solo sette anni prima con la morte naturale del Caudillo – che l’aveva ricacciato in un angolo oscuro. Fu quello l’anno in cui in tante case arrivò la televisione a colori, apparecchio che consacrò la capacità organizzativa di un torneo con ben 24 nazionali distribuite in 14 sedi. Gli italiani conobbero la discrezione di Vigo, il secondo stadio di Barcellona, la maestosità del Bernabeu, i tedeschi, prima della storica finale, gli stadi delle austere città del nord affacciate sul golfo di Biscaglia.

Se le immagini che a noi ritornano sono le finte di Bruno Conti sull’ala o i guizzi fulminei di Paolo Rossi negli ultimi metri dell’area di rigore, per gli spagnoli è vivido il ricordo di una rivoluzione vissuta sugli spalti o attraverso il tubo catodico. L’estate dell’82 fu il prologo della rinascita, con le elezioni del successivo ottobre che portarono al successo i socialisti di Felipe González, prima formazione di sinistra al governo nella fase post-franchista. Il viatico per l’ingresso nel salotto buono della modernità concretizzatosi con l’adesione, quattro anni dopo, nel club dei paesi membri della Comunità Economica Europea.
Anche il paesaggio urbano cambiò, innanzitutto nella capitale. Madrid, metropoli decadente e conservatrice, vide avanzare il futuro in campo urbanistico e tecnologico, nel quartiere Salamanca venne eretta la Torrespaña, conosciuta come el Pirulí, la famosa torre di comunicazione inaugurata l’anno prima per garantire la distribuzione di un evento divenuto oramai globale.

La Spagna mostrò in quelle settimane un’immagine diversa di sé, al civico 99 del Paseo della Castellana la stampa internazionale chiamata a coprire il Mondiale potè ammirare il grande mosaico di Joan Miró allungarsi come un antico fregio sull’entrata del Palacio de Congresos, sede del giornalismo sportivo unita al Bernabeu con una avveneristica passerella costata 60 milioni di pesetas. Intanto nella modernista Barcellona un Camp Nou rivisitato sarebbe diventato uno degli stadi più iconici d’Europa.

España ’82 è Pablito, Pertini in piedi ad ogni gol degli azzurri, Bearzot che gioca a carte con Causio, Zoff e il Presidente, ma è anche l’anno della rinascita spagnola, della rottura definitiva con un passato opprimente e oscurantista. Di certo, quando i congressisti della Fifa designarono nel 1964 la Spagna come sede della prima Coppa del Mondo degli anni Ottanta, non potevano immaginare l’evoluzione che di lì a qualche anno avrebbe avuto il paese organizzatore.

L’11 luglio 1982, una finale memorabile, l’inizio della modernità.

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