Pronunciare quelle due parole significava evocare un’antica maledizione, materializzare davanti ai propri occhi uno di quei mostri che abitano le favole dei bambini. Entità eteree e sfumate, ma che si portano dietro paure assolutamente concrete. È andata avanti così per trent’anni. Almeno fino a una notte di fine maggio trascorsa con il fiato sospeso sotto il cielo di Tirana. Perché è su quel prato verde alla periferia del mondo calcistico che la storia è cambiata, che Wile E. Coyote ha preso finalmente il suo Beep Beep. Il merito è tutto di José Mourinho, l’uomo rende i miracoli semplici come un gioco di prestigio. Il portoghese ha vinto una coppa europea con una squadra che le finali continentali le aveva solo perse. Prima contro il Liverpool in Coppa dei Campioni. Poi contro l’Inter in Coppa Uefa. Ma José, l’uomo che aveva detto di venire subito dopo Dio, ha soprattutto dimostrato che l’ambiente romano, più famigerato che famoso, può essere un acceleratore e non un freno. Prima di lui quelle due parole avevano rappresentato un jolly da calare sul tavolo ogni volta che le cose non andavano bene. Lo hanno fatto tutti. Giocatori, allenatori, presidenti, giornalisti. A volte anche i tifosi stessi. L’idea di “ambiente romano” è stata ripetuta così spesso che ha finito per trasformarsi prima in alibi e poi in mitologia applicata alla quotidianità, in una divinità capricciosa che si divertiva a sabotare i sogni di gloria di un club. E difficilmente gli uomini riescono a sovvertire il volere degli dei. Soprattutto di quelli che hanno creato loro. “Ambiente romano” è diventato così un contenitore di paure imprecisate, un generatore di problemi vaghi. Dentro c’è finito praticamente di tutto. Per qualcuno il problema erano le radio sportive romane, per altri i tifosi troppo passionali, per altri ancora i giornali e le televisioni. Oppure, per i più oltranzisti, tutti questi elementi agitati e non mescolati insieme. Un’entità multiforme in grado di destabilizzare e di venire destabilizzata al tempo stesso, di tramutare i calciatori in epigoni di Sisifo, costretti a portarsi sulle spalle il macigno delle aspettative.

La prima volta che il termine “ambiente romano” compare su un giornale è il gennaio del 1997. E l’effetto, letto a posteriori, è straniante. Perché a pronunciare quelle parole è Beppe Signori, il capitano della Lazio. Il bomber biancoceleste rassicura i tifosi, non si muoverà da Roma: “Ebbene, io a Cragnotti, alla Lazio e all’ambiente romano sono grato”, dice. Anche se il divorzio si consumerà davvero, qualche mese più tardi. La prima connotazione negativa arriva due mesi più tardi con Carletto Mazzone. Piccolo dettaglio: l’allenatore si è accasato a Cagliari dopo essere stato sostituito sulla panchina della Roma da Carlos Bianchi. E proprio con gli isolani riesce a battere i giallorossi. Prima della partita Mazzone “ha dato addirittura consigli al collega sull’ambiente romano”, scrive Repubblica. Poi, al fischio finale, Er Magara si presenta davanti ai giornalisti e dice: “Questa partita è stata caricata troppo dall’ambiente romano. Si è esagerato con i toni. Suvvia, anche lo scorso anno con la Roma abbiamo perso a Vicenza, era lo stesso periodo: poi abbiamo ottenuto sei vittorie e due pareggi e siamo andati in Europa. Qualche tifoso giallorosso oggi ha esulato per il nostro successo? Non è giusto, bisogna tifare Roma e… Mazzone”.

Giusto. Ma è anche la genesi di un’entità ferina che sarebbe capace di indirizzare da sola, e contro il proprio interesse, l’esito di una partita. E di una stagione. Non è un caso che una settimana più tardi Franco Sensi decide di silurare il tecnico argentino e di affidare la partita a Nils Lidholm perché, come dice Falcao, “nessun allenatore in Italia conosce meglio l’ambiente romano”. La pericolosità della locuzione è confermata dal complimento di uno che a Roma viene percepito più come un nemico che come un avversario. Nel 1998 Luciano Moggi strapazza in giornalisti. A modo suo: “La Juve ha patito illazioni e accuse preconcette – tuona – Le combattiamo. Come combattiamo tutto ciò che ci è avverso. Chiediamo solo il nostro, il giusto. Invidio l’ambiente romano: laggiù le squadre sono protette, ci si spacca in quattro per loro, compresa la stampa. Se ci sono fatti reali e logici, tutti difendono Lazio e Roma. Qui è tutto troppo freddo e professionale. Da una parte c’è tutto. Dall’altra non c’è nulla”. È più una provocazione che una dichiarazione di stima. La svolta arriva nel 1999. La fine dell’era Zeman, amatissimo dal pubblico giallorosso, coincide con uno dei momenti più turbolenti della tifoseria. Secondo Repubblica il boemo “è stanco dell’ambiente romano”. Così come Di Biagio e Delvecchio, che avrebbero chiesto la cessione. Anni dopo, invece, Eusebio Di Francesco dirà: “Quando sono stato qui a Roma da calciatore non ascoltavo le Radio perché ti può condizionare, devi avere una grande forza mentale. L’ambiente romano non aiuta, devi saperti distaccare da certe situazioni“.

È una dichiarazione che contiene un elemento fondamentale. Perché le radio sportive sono un aggregatore di solitudini, un moltiplicatore d’amore per il club. Trasmettono a ciclo continuo, sette giorni su sette. Fanno intervenire tifosi, giornalisti ed esperti. Ma hanno anche delle loro linee editoriali. Alcune sono filo societarie, altre sono in netto contrasto con la proprietà. Una libertà totale che a volte si è trasformata in fuoco (poco) amico. Durante la seconda esperienza di Zeman a Roma una Radio ha iniziato a criticare pesantemente il vice capitano Daniele De Rossi. Non una scelta casuale, visto che in quel periodo il boemo preferiva Tachtsidīs al campione del mondo. La campagna mediatica uscita dai microfoni di alcuni speaker portò a etichettare De Rossi come “Capitan Ceres” e a contrapporre la figura del centrocampista a quella di Francesco Totti. Un periodo he DDR non dimenticherà facilmente, tanto che nel gennaio del 2015 arriverà a dire: “In questa città un po’ strana qualcuno ha provato a raccontare la storia di me e di lui contro, per dare forza alle sue tesi. Ma sono maiali col microfono e restano maiali col microfono”. L’idea che la stampa possa incidere direttamente sull’ambiente, e quindi sui risultati sportivi della squadra diventa scienza esatta a cavallo del nuovo millennio. E non solo nel calcio. Il basket sta vivendo un momento importante in città. E i rischi dell’ambiente romano vengono copincollati anche sul destino della Virtus. La squadra è a un passo dai play off e dopo undici anni può finire la regular season fra le prime quattro del campionato. “Se l’ambiente romano non rovinerà tutto – scrive Lubrano su Repubblica – la stagione della Virtus Roma sarà da ricordare”. Franco Sensi andrà ancora oltre, arrivando a denunciare l’incidenza negativa dei giornali e delle radio sui risultati della squadra con una frase che passerà alla storia: “Se avessi avuto, e non c’è, una grande stampa romana…”. Un concetto che nel 2011 verrà ripreso da Rosella Sensi e da Claudio Ranieri. “Sono d’accordo con la dottoressa Sensi sul fatto che ci sono romanisti e non romanisti – dice il tecnico – Noi veniamo criticati, alla minima cosa succede il 48. Anche il papà della Sensi diceva che con un’altra stampa avremmo fatto altre cose”.

È con l’arrivo di Capello che la retorica dell’ambiente viene elevata a sistema. Nella sua prima conferenza stampa l’uomo di Pieris afferma che non parlerà con le radio romane, ma solo con quelle nazionali. Ed è un concetto che ripeterà per i successivi venti anni. In maniera quasi ossessiva. All’interno di qualsiasi intervista. “L’ambiente romano? Per me non era un problema, io con le radio non andavo d’accordo: avevo detto subito che con le radio del raccordo anulare non avrei parlato. Non ero disponibile a parlare ogni giorno di quello che succedeva nello spogliatoio”. L’ambiente romano diventa topos letterario. Capello si ritaglia il ruolo di condottiero illuminato capace di guidare la squadra oltre i limiti di una città. “L’ambiente romano è complicato perché ti ammalia, ti avvolte e ti addormenta – dirà – quando io ero nella capitale ho lottato per sei mesi per dimenticarci del titolo in modo da puntare a quello successivo. Al Milan o alla Juventus vincere è un dovere. Roma è una città meravigliosa da cui per devi estraniarti per pensare a lavorare”. E ancora: “Chi conosce l’ambiente romano sa che le radio o ti esaltano o sono sempre molto negative, non hanno mai un equilibrio e questo può influenzare il pubblico”. Il punto più alto di questa costruzione viene toccato il 3 luglio del 2020. La Roma perde in casa 2-0 contro l’Udinese. È un risultato che sconfina dell’umiliazione. A fine partita Fonseca risponde alle domande dei giornalisti di Sky. In studio Capello prende la parola e dice: “Paulo ti do un consiglio: non ascoltare le radio romane. Devi stare fuori da quelle cose lì. Non c’è equilibrio nelle radio romane e per questo non vanno ascoltate. I giocatori non devono essere influenzati. Tutti gli allenatori che hanno allenato la Roma dicono che le radio sono un problema. Ma è un problema che ha anche Madrid”. In studio non tutti sono convinti. Paolo Condò si tira indietro: “Non si può dare la colpa ai giornalisti per la partita vista oggi. C’è una crisi aperta. Meglio parlare delle radio quando si vince, per evitare che i giocatori si esaltino troppo”. L’idea di un ambiente romano tossico, però, è diventata ormai condivisa. Nel gennaio del 2016, quando Mihajlovic è allenatore del Milan, un giornalista gli domanda: “È più complicato l’ambiente di Milano o di Roma?”. La risposta è diretta: “Conoscendo l’ambiente romano, è più difficile di questo milanese“.

Il mito di Roma come piazza difficile, di un ambiente senza mezze misure e con aspettative spesso sovradimensionate rispetto al valore della squadra poggia indiscutibilmente su una verità. Ma ha finito con l’esasperarla. Molti allenatori si sono soffermati sull’aspetto negativo della questione, solo Mourinho ne ha dimostrato la positività. Dopo la sconfitta ai quarti di Conference in casa del Bodø, la gara di ritorno all’Olimpico, nonostante la modestia dell’avversario, ha richiamato allo stadio 65mila tifosi che hanno sostenuto incessantemente la squadra e che hanno frastornato il club norvegese, non abituato a contesti simili. Con la sua enorme credibilità e con la scelta di togliere ogni alibi ai suoi giocatori, Mourinho è riuscito a plasmare l’ambiente romano, a trasformarlo in un terreno fertile su cui costruire la sua squadra. Un’impresa impossibile per tanti. Non per l’uomo che viene subito dopo Dio.

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