C’è chi nell’ultimo mese ha dovuto ridurre le porzioni di cibo nel piatto, altri sono stati costretti a saltare uno dei pasti quotidiani per sfamare i figli. Altri ancora hanno tagliato i cibi caldi per risparmiare gas ed elettricità. Sono 2 milioni i britannici vittime dirette della “crisi carovita” che ormai in Regno Unito è salita in vetta alle coperture mediatiche, dopo il Covid e insieme alla guerra in Ucraina. Con l’inflazione che ha toccato il 9%, il picco più alto degli ultimi 40 anni di storia, e lo spettro della recessione a gravare sul paese, per il governo britannico l’economia è la nuova emergenza. Il governatore della Bank of England (BoE), Andrew Bailey, ha avvisato che il Regno Unito si deve preparare a un potenziale aumento “apocalittico” dei prezzi sul mercato degli alimentari, nel quadro di una tendenza globale quasi imparabile innescata dalla situazione internazionale: in primis dagli effetti della guerra in Ucraina e delle sanzioni. “Stiamo investendo 22 miliardi di sterline (26 miliardi di euro) per affrontare il problema del crescente costo della vita per la popolazione ed in particolare l’aumento del prezzo di energia e cibo” ha detto il primo ministro Boris Johnson sottolineando come tra le priorità da affrontare ci sia quella della fornitura di energia.

To eat or to heat’, questo è il problema – Il governo punta il dito contro la crisi ucraina che ha esacerbato il problema della fornitura di energia a livello globale. Tuttavia, in Gran Bretagna, costo del cibo e rincaro delle bollette di gas ed elettricità hanno cominciato a pesare sulla popolazione già da gennaio. Downing street ha predisposto un rimborso fiscale di 150 sterline sull’Imu e servizi come “Warm Home Discount” ( sconto di 140 sterline sull’elettricità per i meno abbienti) e il “Winter Fuel Payment” ( un contributo tra le 100 e le 300 sterline 0per il riscaldamento) per aiutare i cittadini tormentati dal dilemma: “mangio o mi riscaldo?” e alle prese con bollette di gas ed elettricità che hanno avuto un aumento rispettivamente del 53.5% e del 95.5% rispetto allo scorso anno.

Da uno studio dell’ Ons (Office for National Statistics, l’equivalente inglese del nostro Istat, ndr) emerge che le imprese britanniche nel settore alimentare sono state le più colpite dagli incrementi dei prezzi dell’energia, in una proporzione del 60% contro il 38% negli altri settori. E di conseguenza l’aumento del costo di produzione è stato riversato sui consumatori, il cibo costa in media il 6,7% in più e per le famiglie britanniche quest’anno si prospetta una spesa aggiuntiva di oltre 270 sterline (320 euro) alle casse dei supermercati. Alcune catene come Iceland stanno cominciando ad applicare uno sconto del 10% ai consumatori sopra i 60 anni mentre le banche del cibo sono sempre meno una soluzione efficace e sempre più a corto di di alimenti.

E i salari? – Ad erodere il potere d’acquisto dei britannici sono buste paga che crescono meno dei prezzi. Secondo l’Ons gli stipendi sono aumentati anche del 7% per alcune categorie come costruzioni e bancario ma solo del 4% nel settore pubblico, dove, se si tiene conto dell’inflazione, gli stipendi hanno perso l’1,2% del loro valore reale. Questo in un momento in cui le fasce più deboli della popolazione devono anche far fronte all’aumento dei contributi previdenziali da versare allo Stato. Il governo ha provato ad incentivare l’occupazione promuovendo programmi come il “Kickstart Scheme” che rimborsa sei mesi di stipendi e contributi agli imprenditori che assumono giovani. Di fatto però questi programmi creano occupazione di corto periodo che va a pompare le statistiche ( il tasso di occupazione a maggio ha superato il 75% e quello di disoccupazione è sceso al 3,7%, i minimi da 48 anni) ed è utile in campagna elettorale. Il lavoro almeno in teoria non manca, soprattutto nel settore turistico-alberghiero e delle costruzioni dove le imprese segnalano carenze anche del 34% di personale. La Brexit sta insegnando agli inglesi che la mobilità dei lavoratori europei non è una questione di immigrazione ma una necessità.

La tecnologia potrà salvare i britannici dalla Brexit? Secondo uno studio dell’organizzazione Uk in a changing Europe l’aumento delle barriere commerciali tra i due lati della manica ha causato un rincaro del 6% sui prodotti alimentari solo tra la fine del 2019 e settembre del 2021 quando dagli scaffali hanno cominciato a sparire pasta, passata di pomodoro, zucchine, per fare solo qualche esempio. La Brexit ha fatto precipitare le importazioni dalla Ue del 25% anche se, per il momento, i prodotti si trovano ancora. Forse perché il governo del brexitiere Johnson ha posticipato per la quarta volte i controlli doganali su latticini, carne e pesce, in entrata dal continente, che sarebbero dovuti entrare in vigore a partire da luglio, per garantire la fornitura di prodotti come i nostri formaggi o il prosciutto di Parma.

Intanto però si punta sull’ingresso di nuove tecnologie, non solo per trovare soluzioni alternative ai controlli fisici, come il tracciamento automatico digitalizzato dei prodotti europei fuori e dentro il mercato comune, ma anche per rifornire gli scaffali del supermercato. Un esempio? Dopo le insurrezioni popolari contro le importazioni di pollo al cloro dagli Stati Uniti, sembra ora che la proposta del governo Johnson sia farsi la carne in laboratorio, facendola crescere da cellule di animali in un bioreattore alimentato da energia rinnovabile. Il piano è ancora in approvazione ma l’idea e’ che ora, fuori dalla UE, il Regno Unito può accelerare l’introduzione di questa tecnologia senza cavilli procedurali.

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