La Russia schiva il default un’altra volta, pagando sul filo di lana – a un giorno dalla scadenza – 649 milioni di dollari per due eurobond che avevano scadenza il 4 aprile e godevano di un ‘periodo di grazia’ di un mese. Secondo quanto riporta Bloomberg tre investitori si sono visti accreditare sui rispettivi conti le cedole in dollari. Una nuova puntata nella guerra finanziaria che Mosca conduce in parallelo a quella militare e che ha visto il Cremlino rimangiarsi la minaccia di ripagare in rubli le somme dovute e attingere alle sue riserve in dollari che vanno via via assottigliandosi per i costi della guerra, ma vengono rimpolpate dall’afflusso di risorse sotto forma di pagamenti per gas e petrolio esportati in Europa e non ancora colpiti da sanzioni.

Il compromesso è anche opera di Washington: anche se il Tesoro Usa non ha specificamente autorizzato la transazione l’Ofac, l’ente che vigila sui flussi, ha continuato ad applicare una scappatoia consentita al regime delle sanzioni lasciando che i dollari fluissero sul conto della banca agente, Citigroup, che sta via via accreditando le somme agli investitori. All’inizio di aprile il Cremlino aveva minacciato azioni legali nel caso in cui gli Usa avessero impedito alla Russia di pagare gli interessi bloccando l’operatività dei conti russi presso banche nazionali. Salvo sorprese dell’ultimo minuto – i soldi devono arrivare entro domani – il default che era dato quasi per certo dalle agenzie di rating è dunque scongiurato. O perlomeno rinviato.

La ‘Licenza Generale 9A‘ consentita dalle autorità statunitensi scade il 25 maggio, e due giorni dopo, il 27, Mosca deve nuovamente mettere mano al portafoglio per le cedole di due bond, in euro e dollari, con scadenza 2026 e 2036. Che tuttavia, a differenza di quelli scaduti un mese fa, offrono strade alternative se Mosca non può pagare per cause indipendenti dalla sua volontà: pagare in rubli per il bond in euro, pagare in una piazza diversa da New York, come la Svizzera o il Regno Unito, per quello in dollari. La saga del default continua, mentre i mercati fanno i conti con nuovi record del gas a New York e con rendimenti infiammati dalla stretta monetaria che si profila all’orizzonte: oltre il 3% per il treasury Usa decennale, il 2% per i Gilt britannici e l’1% per il Bund, ai massimi dal 2015, con lo spread dell’Italia a quota 192.

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