Gli sfrattati d’Italia si rivolgono all’Onu per la violazione dei loro diritti. E un tribunale italiano chiama in causa la presidenza del Consiglio perché chiarisca la sua posizione in merito ai patti internazionali che il nostro Paese ha firmato e ai diritti che si è impegnato a tutelare. Come quello di ogni individuo “ad un livello di vita adeguato per sé e la propria famiglia che includa un’alimentazione, un vestiario e un alloggio adeguati”, sancito dal Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. L’iniziativa nasce meno di un anno fa, grazie ai contatti tra i Sindacati inquilini catalani e spagnoli con una rete di realtà italiane che hanno dato il via ai ricorsi. L’ennesimo viene da una famiglia di Roma. La Capitale ha 12mila nuclei in lista per una casa, ma nel 2021 gli uffici del Comune hanno assegnato appena 46 alloggi. Intanto, merito della pandemia, “nell’ultimo anno gli sfratti sono triplicati”, spiega l’Unione inquilini. Che denuncia l’insufficienza degli strumenti di contrasto all’emergenza abitativa di fronte ad affitti sempre più cari. “Per questo il sindacato, come già altri sindacati e associazioni, affianca le famiglie che si rivolgono all’Onu, perché l’Italia sia chiamata a rispondere del mancato rispetto dei Trattati che ha ratificato”, spiega Emanuela Isopo dell’Unione inquilini.

Non bastasse una Costituzione che garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e considera inderogabile la solidarietà economica, nel 1978 l’Italia ha ratificato il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (il Pidesc), uno dei trattati delle Nazioni Unite figli della più nota Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Il Patto definisce, tra gli altri, diritti come quello di guadagnarsi da vivere, quello alla salute, a un’equa retribuzione e alla sicurezza sociale. Non ultimo, all’articolo 11 della Convenzione c’è il diritto a un alloggio adeguato, che per gli Stati firmatari comporta il dovere di prendere misure idonee all’attuazione di tale diritto. Misure che negli anni, dice l’Unione inquilini, “sono diventate una coperta troppo corta”. Da un lato un patrimonio di edilizia popolare insufficiente, dall’altro contributi pubblici che non reggono il passo con un mercato immobiliare inaccessibile ai più bisognosi, e col mercato del lavoro che sempre più spesso offre impieghi precari che non coprono l’affitto. Un’emergenza che il Covid ha ulteriormente accentuato: “Di questo passo, a livello nazionale prevediamo 150mila sfratti già in esecuzione entro la fine dell’anno”, avverte il sindacato. Che ricorda come adesso i fondi per impostare nuove politiche abitative e intervenire sul patrimonio edilizio ci siano, “a partire da quelli del Pnrr e non solo”.

A Fiumicino, solo per citare un esempio, il primo in graduatoria per un alloggio è saldamente in testa dal luglio dell’anno scorso. “Nessuno lo ha mai chiamato e intanto è già al terzo accesso dell’ufficiale giudiziario per lo sfratto: significa che da allora il comune non ha assegnato nemmeno una casa”, commenta Emanuela Isopo, rappresentante dell’Unione inquilini per il decimo municipio di Ostia. La Capitale, a proposito di misure idonee, è in grande difficoltà. Stando alle 46 assegnazioni dell’anno scorso, di questo passo il comune avrà bisogno di 260 anni per smaltire le persone già in graduatoria. E sempre che si voglia prendere a riferimento il 2021, “perché nel 2020 gli alloggi assegnati non arrivano a dieci”, riferisce Isopo. Così, mentre tanti italiani si adoperano meritoriamente per accogliere chi si è visto bombardare la casa dai russi, altri combattono per non vedersi togliere la propria, e senza che dallo Stato sia offerta una soluzione. “Per una famiglia sotto sfratto, a Roma l’unico aiuto concreto è un contributo all’affitto per il mese corrente e un rimborso per l’eventuale cauzione, e poi un aiuto del 50 percento sul canone qualora la famiglia riesca a trovare un’altra casa da affittare”, spiega. E rilancia: “Il problema è a monte, perché la maggior parte delle famiglie non riescono comunque ad accedere a locazioni sempre più onerose, e i comuni non mettono a disposizione alloggi loro”. Da qui il crescente numero di ricorsi alle Nazioni Unite.

Le comunicazioni all’Onu per violazioni del diritto alla casa si sono intraprese per iniziativa di una rete di realtà di cui fanno parte anche Sciopero Affitti, Movimento per il diritto ad abitare e Asia-Usb, primi a cogliere un’opportunità che viene dalla ratifica di un’ulteriore accordo, più recente. Nel 2014 l’Italia ha infatti accettato anche il Protocollo aggiuntivo del Patto sui diritti economici, sociali e culturali, e così facendo ha riconosciuto al comitato Onu la giurisdizione sui diritti oggetto del Pidesc. Proprio per questo, di fronte a una famiglia romana sotto sfratto che ha fatto ricorso alle Nazioni Unite, la giudice Giulia Messina del tribunale di Roma ha ritenuto di estendere il contraddittorio alla presidenza Consiglio dei ministri. E aggiornare l’udienza a a giugno, quando lo Stato italiano dovrà esprimere la posizione che intende mantenere in merito ai Patti internazionali sottoscritti. Se intende garantire il passaggio diretto a una nuova abitazione per una famiglia con madre disabile e figli che hanno perso il lavoro, e quindi garantire i diritti che si è impegnato a tutelare. Insomma, se intende evitare che finiscano sulla strada. “A Roma siamo già al quinto ricorso all’Onu, con l’intenzione che Mario Draghi debba porsi il problema del mancato rispetto di un trattato che abbiamo firmato”, aggiunge Isopo. Mentre da Asia-Usb avvertono: “A dicembre, al nostro settimo ricorso all’Onu, il magistrato ha convocato Palazzo Chigi che però ha pensato bene di non presentarsi“. Stando alla Convenzione, e in base alla segnalazione, il comitato Onu apre un confronto con lo Stato firmatario. Se questo non risolve la violazione può ricevere un ammonimento perché adotti ogni misura necessaria a impedire un danno irreparabile alle persone che hanno fatto ricorso. Ma in caso contrario, lo Stato può addirittura essere espunto dall’elenco dei firmatari.

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