“Cosa sono cinque milioni di dollari in confronto all’amore di otto milioni di cubani?”. Con queste parole, divenute celebri, Teófilo Stevenson, primo pugile nella storia a vincere tre medaglie d’oro alle Olimpiadi, rinunciò a sfidare Muhammad Ali, dimostrando la sua fedeltà ai valori della rivoluzione cubana. L’offerta di ingaggio milionario veniva dai promoters statunitensi, che gli proponevano di lasciare la sua isola per passare al professionismo, bandito a Cuba dopo la rivoluzione. Quell’incontro fra leggende del ring non venne mai disputato, ma oggi Cuba si apre al professionismo nel pugilato. Una svolta storica, 60 anni dopo l’abolizione del boxeo rentado da parte di Fidel Castro a favore del pugilato amatoriale.

La svolta – D’ora in poi, quindi, i pugili cubani potranno partecipare a competizioni professionistiche. La Federazione cubana di pugilato ha firmato un contratto di rappresentanza con la società messicana Golden Ring, come annunciato dal presidente della federazione stessa Alberto Puig de la Barca al programma radio-televisivo statale Mesa Redonda. I primi incontri sono previsti per maggio in Messico. Sei atleti cubani gareggeranno in Europa e in America Latina, senza lasciare definitivamente l’isola natale. Quattro di loro hanno già firmato contratti triennali. La decisione era nell’aria da tempo. “Sono tre anni e mezzo che lavoriamo a un contratto che corrisponda davvero alla filosofia dello sport cubano, per quanto riguarda l’inserimento dei nostri pugili nella boxe professionistica”, ha spiegato Puig, affiancato dal vicepresidente dell’Inder (Instituto nacional de deportes, educación física y recreación de Cuba, il Coni cubano) Ariel Sainz Rodríguez. “Partecipare ai campionati professionistici aumenterà il nostro livello di competizione, perché affronteremo pugili di alto livello come noi e questo ci permetterà di rimanere nell’élite della boxe”, ha commentato il capitano della Nazionale cubana di pugilato Julio César La Cruz, due volte campione olimpico e cinque volte campione del mondo.

Nel 1962, pochi anni dopo il trionfo della Revolución, Cuba vietò lo sport professionistico, ritenuto contrario ai principi rivoluzionari. La natura amateur della boxe cubana non ha però impedito di primeggiare a livello mondiale, soprattutto alle Olimpiadi e ai Mondiali di pugilato (rispettivamente 41 ori e 80 titoli, un dominio assoluto). Perché quindi tale svolta? Per evitare fughe all’estero di campioni del boxeo, ma anche per introdurre un’altra fonte di reddito per gli atleti, le loro famiglie e gli staff tecnici e medici. Dopo due anni di pandemia, affrontata con restrizioni severissime e pesanti chiusure al turismo, vera fonte d’ossigeno per l’isola, la situazione economica non è certo rosea. Soprattutto con il permanere dell’embargo statunitense, che da oltre 60 anni colpisce Cuba, nonostante svariate condanne da parte dell’Onu. Non solo: durante il mandato di Donald Trump alla Casa Bianca sono state emesse altre 243 misure, dalle restrizioni ai viaggi verso Cuba e alle imprese internazionali che commerciano con il Paese caraibico fino alle limitazioni alle rimesse, fonte di sostentamento per molti cubani.

Sanzioni che l’attuale presidente Usa Joe Biden non ha attenuato. Ecco perché la scelta di aprirsi al professionismo ha il sapore di una retromarcia necessaria, rispetto ai dettami dei barbudos. Già nel 2014, per la verità, i Domadores (come vengono soprannominati i pugili della Nazionale cubana) hanno potuto cominciare a competere a livello semi-professionistico, partecipando alle World Series of Boxing (Wsb): delle cinque edizioni a cui hanno preso parte (l’ultima nel 2018), i cubani ne hanno vinte tre. Da tempo, inoltre, alcune discipline come baseball e pallavolo avevano fatto cadere il tabù del professionismo. L’apertura nel pugilato, però, come sottolineato anche da Rolando Acebal Montes, allenatore della Nazionale cubana, non significa un liberi tutti: la formazione dei boxeadores continuerà ad avvenire sull’isola, mentre una commissione guidata dalla Federazione cubana di pugilato dirigerà le scelte professionali dei pugili, mantenendo una “pianificazione” della disciplina in cui Cuba eccelle. I proventi dei contratti saranno destinati per l’80% agli atleti, per il 15% agli allenatori e per il 5% al personale medico.

Una storia d’oro – Il rapporto di Cuba con la boxe – che potrebbe uscire dal programma dei Giochi olimpici a partire da Los Angeles 2028 – ha radici antiche. Basti pensare a Eligio Sardiñas Montalvo, conosciuto come “Kid Chocolate”, superpiuma negli anni ’30 e fra i più grandi pugili di tutti i tempi. Ma è con la rivoluzione che le discipline sportive hanno assunto un ruolo di primissimo piano. Tra queste, in particolare, la boxe, fiore all’occhiello degli sport da combattimento. Così è arrivata la prima medaglia d’oro: quella di “Orlandito” Martínez, 54 chili, a Monaco 1972. Appena prima di Teófilo Stevenson (poi oro anche a Montreal nel ’76 e a Mosca nel 1980). Da José Gómez, campione ai Mondiali del ’78 e alle Olimpiadi del 1980, a Félix Savón, il pugile più vincente della storia (tre ori olimpici e sei volte campione del mondo), tanti sono stati i talenti cubani con i guantoni.

Oggi la stella è Julio César La Cruz, che lo scorso novembre in Serbia ha ottenuto il suo quinto titolo mondiale battendo ai punti l’italiano Aziz Abbes Mouhiidine. Nato a Camaguey, nell’Oriente cubano – vera roccaforte della tradizione pugilistica dell’Isola – il 32enne è senza dubbio il miglior interprete della filosofia di Alcide Sagarra, il più grande maestro di boxe della storia di Cuba: “Colpire e far sì che non ti colpiscano”. I suoi punti di forza sul ring? Schivare i colpi avversari e colpire rapidamente. Ecco perché gli è stato affibbiato il soprannome “La Sombra” (“L’Ombra”): impossibile colpire l’ombra! Anche se preferisce farsi soprannominare “El Doctor” o “El Capitán”. Nessun dubbio, invece, sulla sua fede politica, come testimonia il suo gesto tipico dopo ogni vittoria: mano destra alla tempia come faceva il Líder Maximo e dedica “a Fidel”. Particolarmente simbolico, infatti, è stato il suo incontro con il cubano naturalizzato spagnolo Emmanuel Reyes alle Olimpiadi di Tokyo, disputatesi lo scorso luglio. Una sfida nella sfida, dal momento che l’avversario, espatriato e sostenitore dei “controrivoluzionari” che proprio pochi giorni prima avevano scatenato violente proteste in varie zone di Cuba, aveva provocato il capitano dei Domadores con lo slogan anti-socialista “Patria y vida”, nato da una canzone di due rapper cubani in collaborazione con altri musicisti stanziati in Florida. È finita con la vittoria di La Cruz e il suo grido liberatorio verso le tribune: “Patria y vida no! Patria o muerte! Venceremos”. Ora però Cuba volta pagina. Non cade il socialismo, ma il dilettantismo cui Stevenson – morto nel 2012 per un infarto e che lo scorso 29 marzo avrebbe compiuto 70 anni – non volle rinunciare. Serve l’amore dei cubani, ma servono anche i dollari.

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