Il Bodø/Glimt è la quarta squadra norvegese a raggiungere i quarti di finale di una competizione europea dopo Rosenborg (Champions League 1996-97), Brann Bergen (Coppa delle Coppe 1996-97) e Vålerenga (Coppa delle Coppe 1998-99). Se da un lato è evidente come l’ingresso nelle prime otto di Conference League abbia un peso diverso rispetto al medesimo risultato ottenuto in Champions, non si può nemmeno ignorare come 25 anni fa, quando il Rosenborg di Nils Arne Eggen compì l’impresa di finire davanti al Milan nella fase a gironi di Champions per incrociare – senza successo – la Juventus ai quarti, il divario economico tra l’elite europea e i campionati minori non era paragonabile a quello attuale. Il Rosenborg pagava stipendi 20-30 volte inferiori a quelli di Milan e Juventus, mentre oggi il giocatore meno pagato della prima squadra della Roma guadagna più dei 13 giocatori del Bodø/Glimt con lo stipendio più alto messi assieme. E i giallorossi non appartengono certo alle squadre top d’Europa.

L’aspetto più curioso riguarda ciò che rappresenta il Bodø/Glimt per il calcio norvegese. I discriminati di ieri sono diventati l’orgoglio nazionale di oggi. Anche la moderna e progressista Norvegia ha infatti i suoi scheletri nell’armadio, dalle politiche di assimilazione forzata nei confronti del popolo sami (basti pensare che solo all’inizio degli anni Novanta è stato riconosciuto ai bambini sami il diritto a essere istruiti nella propria lingua) alla discriminazione che per decenni ha colpito la popolazione della Norvegia settentrionale. Per illustrare quest’ultima è sufficiente prendere come esempio il calcio. Fino al 1971 le squadre provenienti da quell’area, che ha nelle città di Bodø e Tromsø le sue realtà più rappresentative, non erano ammesse nella massima divisione nazionale. La motivazione ufficiale riguardava il livello del loro calcio, ritenuto eccessivamente scadente. In realtà nessuno dei club del sud voleva viaggiare ore e ore (su strada Bodø e Tromsø distano dalla capitale Oslo rispettivamente 1.200 e 1.738 chilometri) per raggiungere luoghi ritenuti inospitali nei pressi del Circolo Polare Artico, nonché popolati da selvaggi taglialegna e rozzi pescatori. Un autentico pregiudizio territoriale che negli anni Sessanta aveva portato diversi locatori di Oslo a pubblicare cartelli nei quali dichiaravano di non affittare le proprie stanze a persone provenienti dalla Norvegia del Nord. Oggi questo pregiudizio si è trasformato in uno stereotipo da cabaret sul quale molti norvegesi amano ridere. Un mutamento di immagine alla quale il Bodø/Glimt ha contributo in maniera sostanziale.

Il Bodø/Glimt è stato il primo club della Norvegia del Nord a vincere un trofeo nazionale (la Coppa di Norvegia nel 1975, un successo che, come dichiarato dall’ex giocatore Runar Berg a FourFourTwo, “andò oltre la dimensione sportiva, regalando un’identità alla gente del nord”), il primo a partecipare a una coppa europea e il primo a vincere il campionato. Quest’ultimo successo è datato 2020, l’anno in cui incrociò il Milan in Europa League. Solo che la squadra dell’Artico non si è limitata a mettere in bacheca un trofeo comunque storico, ma ha anche polverizzato diversi record nazionali: maggior numero di vittorie stagionali (26), di reti segnate (103) e di punti totalizzati (81), oltre che il più ampio divario (19 punti) con la seconda classificata. Una sconfitta per 4-2 sul campo del Molde nelle battute finali del campionato, con il titolo già ufficializzato, ha invece impedito al club di eguagliare il Rosenborg di Eggen quale squadra laureatasi campione da imbattuta. Più contenuti invece i numeri nella stagione seguente, nella quale comunque il Bodø/Glimt si è confermato sul gradino più alto del podio. Successi che hanno reso la città e il territorio appetibile, ribaltando completamente l’immagine del passato. Recentemente, per un posto vacante come istruttore nel vivaio del Bodø/Glimt sono state contate più di 400 candidature. Nel 2016 la città di Bodø era stata votata come il posto più bello della Norvegia, mentre nel 2024 sarà Capitale Europea della Cultura.

Il successo della proposta calcistica del tecnico Kjetil Knutsen, ispirata tanto alla filosofia di Jürgen Klopp quanto a quella “british vintage” di Nils Arne Eggen (la Norvegia, calcisticamente parlando, è sempre stata una piccola Inghilterra), è alla base del circolo virtuoso che sta caratterizzando le ultime annate della squadra. Da un lato il club continua, per ovvie necessità economiche, a vendere i propri migliori prodotti (quattro titolari nel 6-1 rifilato alla Roma lo scorso ottobre nella fase a gironi di Conference League sono stati ceduti durante il mercato invernale), dall’altro però fatica meno nel trovare dei sostituti proprio grazie all’immagine costruitasi nel panorama internazionale, attirando giocatori che vanno a implementare il lavoro fatto dal vivaio e dallo scouting (locale, in quanto il club non possiede un network di osservatori). Buona parte del merito spetta a Knutsen, la cui nomina come allenatore è avvenuta in maniera poco convenzionale. Nel 2017 il Bodø/Glimt stravinse il campionato di seconda divisione sotto la guida di Aasmund Bjørkan, che venne votato allenatore dell’anno per la categoria. Ma per la stagione successiva nella Eliteserien, Bjørkan decise di fare un passo indietro promuovendo il suo assistente, Knutesn appunto, riconoscendogli qualità manageriali superiori alla media, e passando dietro alla scrivania con il ruolo di direttore tecnico. Una sinergia che ha prodotto risultati straordinari e impossibili da pronosticare, basti pensare che alla vigilia del campionato 2020, il primo vinto dal Bodø/Glimt, non c’era testata che non indicasse la squadra dell’Artico quale candidata numero uno alla retrocessione.

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