Francesca Mereu Vasilyev è stata corrispondente da Mosca e dalle Nazioni Unite per la radio americana Radio Free Europe/Radio Liberty. Ha trascorso sei anni al «The Moscow Times», per il quale si è occupata di giornalismo investigativo coprendo la politica interna e i servizi di sicurezza russi. I suoi reportage sono stati pubblicati dall’«International Herald Tribune», dal «The New York Times» e da numerosi giornali italiani. Ha sposato uno scienziato russo e nella primavera del 2009 ha ricevuto la cittadinanza russa. Ora vive tra Mosca e l’Alabama. Ha pubblicato l’inchiesta “Putin. Dentro i segreti dell’uomo venuto dal buio. Da San Pietroburgo all’Ucraina”, edito da Aliberti. ilfattoquotidiano.it pubblica un’intervista esclusiva all’autrice e un’anteprima del libro tratta dal capitolo sulla libertà di stampa in Russia.

Come sta veramente la stampa indipendente in questo momento in Russia? Ci sono voci libere che parlano? Riescono a raggiungere la gente?
È troppo pericoloso essere liberi. Molti giornalisti hanno lasciato o stanno cercando di lasciare il Paese, perché non vedono nessun futuro per loro in Russia. Il Cremlino ha proibito, qualche giorno fa, anche Facebook, Instagram e WhatsApp, per “attività estremiste”. Molti giovani riescono ad aggirare il divieto usando il VPN. Leggono così i giornali e siti stranieri. Sanno quello che il loro Paese sta facendo in Ucraina. Le persone di una certa età si cibano invece di tv e sostengono quella che Putin chiama “operazione speciale” in Ucraina e il resto del mondo guerra.

Qual è la situazione a «Novaja Gazeta», che ha avuto il Nobel per la pace 2021?
«Novaya Gazeta» si è sempre distinta per i reportage approfonditi, per i giornalisti impavidi. Oggi, anche loro chiamano la guerra “operazione speciale”. Si permettono forse qualcosa in più rispetto agli altri giornali, ma poca roba. A leggere i loro articoli si capisce che la libertà di stampa in Russia è proprio finita.

Hai scritto che Putin ha definito la stampa come una donna che riceve continue offerte da un uomo, che sarebbe il governo o il potere: «Una ragazza perbene deve resistere, mentre un vero uomo deve continuare a insistere». È così che Putin sta gestendo anche adesso il rapporto con i media del suo Paese?
Sin dal primo momento in cui Putin è salito al potere ha iniziato a lottare contro la stampa. Lo ha fatto approvando leggi su leggi che ne limitavano la libertà. Prima che iniziasse la guerra in Ucraina, la Russia aveva, nonostante tutto, ancora pochi media liberi. Erano sopravvissuti alla censura, perché considerati non troppo influenti. Parlo, per esempio, di Ekho Moskvy (Eco di Mosca), una radio indipendente che offriva un’ottima informazione. C’era poi il canale Dozhd, alcuni giornali come «Kommersant», o siti online. Ora non c’è niente. Il vuoto più totale. Ekho e Dozhd sono stati eliminati. Il Cremlino aveva paura che potessero dare informazioni diverse da quelle ufficiali sulla guerra in Ucraina. È triste oggi leggere i giornali russi. Ogni parola è scelta con cura e sembra urlare al lettore la paura del giornalista. Di guerra non si parla. Una legge approvata di recente prevede pene fino a quindici anni di carcere e multe salate per i giornalisti che diffondono informazioni false. E tutto quello che è contro il Cremlino o che accenna alla guerra in Ucraina è ovviamente notizia falsa. La tv pubblica è diventata uno strumento di propaganda che ventiquattro ore al giorno racconta come i russi stiano liberando l’Ucraina dai nazisti. Sono questi nazisti, e non i russi, a bombardare il Paese. I giornalisti non informano, ma confezionano storie che soddisfano il volere del regime.

Nel libro racconti dei turni notturni nella redazione del giornale in cui hai lavorato per anni a Mosca in attesa degli attentati “di Stato” che precedettero la guerra cecena. Davvero Putin e i suoi del KGB furono responsabili di quell’ondata di bombe?
All’inizio di settembre del 1999, dei terroristi piazzarono bombe negli scantinati di palazzi residenziali di Mosca e altre città della Russia. Quasi trecento persone furono uccise nelle esplosioni. Le autorità accusarono subito i separatisti ceceni. E il premier Vladimir Putin usò questi sanguinosi attentati come pretesto per iniziare una seconda guerra in Cecenia. Putin era premier da meno di un mese. Era uno sconosciuto ex agente dell’odiato KGB. Fu proprio questa guerra a trasformarlo in una sorta di eroe popolare il cui indice di gradimento in due mesi salì dal 2 al 78 per cento. I ceceni però gli attentati non li avevano organizzati. Secondo tante fonti da me intervistate, un gruppo di agenti dell’FSB, l’agenzia erede del KGB, organizzò le esplosioni degli appartamenti. Lo scopo di questi uomini era aiutare Putin a salire al potere. Senza quella guerra Putin non avrebbe avuto alcuna probabilità di diventare così popolare e vincere le elezioni. Gli agenti che hanno organizzato gli attentati hanno lasciato tracce dappertutto e poi, per eliminarle, hanno fatto fuori diverse persone che li avevano aiutati.

Estratto dal capitolo “Putin e la lotta contro la stampa”
Quando Yeltsin riunì il Consiglio di sicurezza alla fine del 1994 per approvare lo spiegamento di forze in Cecenia, la NTV aveva già mandato quattro troupe televisive nella regione per coprire quello che sarebbe stato il primo conflitto militare della Russia democratica. Quasi tutti i giornali avevano uno o più corrispondenti nella zona e la guerra arrivava nelle case con i suoi agghiaccianti particolari. Non esistevano tabù. Per la prima volta i giornalisti russi erano liberi e rischiavano la vita per mostrare il conflitto da ogni punto di vista. Si descriveva la tecnica militare, le violazioni dei diritti umani e la miseria nei sovraffollati campi profughi della vicina Inguscezia. Uno show di professionalità mai visto prima. Le autorità avevano cercato di trasformare i media in strumenti di propaganda governativa, ma ogni tentativo era stato vano. Anzi. Quando le autorità nascondevano il numero delle vittime, i giornalisti davano le loro stime e la televisione mostrava i corpi abbandonati nelle fosse comuni. «Il potere non voleva certo questo tipo di copertura, ma sotto Yeltsin noi giornalisti non venivamo toccati. I militari ci criticavano. Potevano farlo, ma non potevano prendere misure contro di noi», mi racconta Vyacheslav Izmailov, un ex maggiore che è stato corrispondente in Cecenia per il giornale indipendente «Novaya Gazeta» e ha usato la sua passata esperienza militare per aiutare le autorità a liberare prigionieri di guerra. Allora, mi raccontano i colleghi russi che avevano coperto la prima campagna cecena, la censura era pressoché inesistente e, nonostante la crudeltà della guerra, l’accesso alle informazioni era relativamente facile: si poteva parlare liberamente con i militari russi, con i ribelli ceceni, con i civili.

La copertura della guerra era stata tale che, secondo molti esperti, la Russia fu sconfitta su due fronti: quello militare e – soprattutto – quello mediatico. Le cruente immagini dei federali bruciati vivi dentro i carri armati, dei corpi dei ceceni legati con il filo spinato e trascinati dai mezzi blindati nelle fosse comuni avevano scioccato l’opinione pubblica, sempre più critica nei confronti di Mosca. Il Cremlino fu costretto a ritirarsi e firmare nell’agosto del 1996 l’accordo di pace di Khasavyurt con il presidente ceceno Aslan Maskhadov. Un accordo che metteva fine alla prima guerra cecena e de facto riconosceva l’indipendenza della Repubblica.

Quando Putin fu nominato primo ministro nell’agosto del 1999, la Russia decise di mandare nuovamente le sue truppe in Cecenia. Era il 30 settembre e il pretesto per violare il trattato di Khasavyurt – che prevedeva di definire lo status della Cecenia entro il 2001 – fu fornito dall’invasione del Daghestan da parte degli uomini di Khattab e Basayev. E dagli attentati del settembre 1999, che avevano ucciso più di trecento persone, dal Cremlino attribuiti ai ceceni. Questa volta Putin era però intenzionato a non ripetere l’errore della prima guerra cecena: nessuna notizia sarebbe dovuta uscire dal teatro degli scontri. La poltrona della presidenza era a portata di mano e l’ex agente del KGB non voleva perderla per colpa della libertà di parola. Anzi, i media li pensava ora in un ruolo preciso: avrebbero lavorato per il potere e lo avrebbero aiutato a raggiungere i suoi scopi. Molti mezzi d’informazione lavoravano già al progetto Putin e certo non fu negativa per lui la copertura della guerra in Cecenia, se lo sconosciuto ex agente dell’odiato KGB venne trasformato in una sorta di eroe popolare il cui indice di gradimento in due mesi salì dal due al settantotto per cento. Ora – come nel 1996 – i canali televisivi pubblici e quelli controllati da Berezovsky lavoravano all’unisono per servire il Cremlino; gli unici che non stavano al gioco di Putin erano quelli di Gusinsky, vale a dire la NTV, il quotidiano «Segodnya» e il settimanale «Itogi» (Risultati).

Putin decise di parlare personalmente con i direttori dei maggiori giornali russi e dei canali televisivi: li invitò alla Casa Bianca, la sede del governo, per un tè e per illustrare i vantaggi presenti e futuri che avrebbero avuto schierandosi dalla sua parte. La NTV e i giornali di Gusinsky non accettarono, ma gli altri scelsero i vantaggi della collaborazione con il potere politico a scapito dell’indipendenza e della libertà di critica. La redazione delle cosiddette fonti ufficiali faceva capo a Sergei Yastrzhembsky, portavoce di Putin per la Cecenia, e al colonnello dell’FSB Ilya Shabalkin, portavoce delle forze armate russe. Per la NTV e i giornalisti indipendenti vigeva il divieto più assoluto di accesso alle zone di guerra, che si estendeva anche ai giornalisti stranieri, fermati al confine della Repubblica Cecena. Quelli che tentavano di entrare senza permesso venivano picchiati o minacciati di perdere per sempre l’accredito o il visto per entrare in Russia. Le maniere forti funzionavano. «Diventò per noi impossibile lavorare. La prima cosa che le autorità fecero fu bloccare ogni tipo di notizia che veniva dalla Cecenia e impedirci di entrare nel territorio di guerra», mi racconta la Eismont, che aveva cercato di coprire anche la seconda guerra cecena. Ai funzionari statali fu mandata una direttiva scritta circa il comportamento cui attenersi con la stampa, che includeva anche un glossario con le parole da usare con i giornalisti. D’ora in poi i combattenti ceceni dovevano essere chiamati terroristi. Diventò impossibile ricevere informazioni, anche dai semplici soldati con cui era sempre stato facile parlare. Erano stati tutti istruiti a tacere.

Anna Politkovskaya, assassinata nel 2006, era una delle migliori giornaliste russe. La Cecenia e il dolore del suo popolo, costretto a subire una nuova guerra, erano diventati per lei non solo un dovere professionale, ma una ragione di vita. Anna non si era arresa ai divieti. Continuava a procurarsi materiale esclusivo e a scrivere. In un’intervista che le avevo fatto qualche anno prima della sua morte, mi raccontò che sin dall’inizio del secondo conflitto ceceno i giornalisti «erano diventati dei nemici, al pari dei combattenti ceceni, se non peggio». Mi raccontava Anna: «Se prima i militari avevano paura che succedesse qualcosa ai giornalisti – all’epoca di Yeltsin l’opinione pubblica contava ancora – adesso sembrava che tutto l’odio represso nei loro confronti stesse venendo fuori. Era diventato quasi impossibile entrare nella Repubblica. Noi giornalisti sapevamo che la gente moriva, e come moriva. Sapevamo delle purghe che i militari organizzavano, delle violenze contro uomini, donne, bambini. Sapevamo che le violazioni più terribili dei diritti umani avvenivano per mano dei nostri militari, bastava andare in un campo profughi per avere le informazioni, ma erano in pochi a rischiare e in pochi a scrivere. I russi non sapevano cosa stesse avvenendo dietro casa loro. Sapevano solo che ora il Paese aveva un eroe buono, capace di proteggerli da quei terribili terroristi che volevano ucciderli solo per il fatto di essere russi. L’opinione pubblica era per la guerra. E per Putin».

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