“La settimana scorsa abbiamo avuto incrementi a 360 gradi su tutte le materie prime. Venerdì abbiamo rivisto il listino dei prezzi di marzo per la seconda volta in pochi giorni”. La guerra in Ucraina sta iniziando a far sentire i suoi effetti sulla siderurgia italiana. Rosalba Vizzini, purchasing manager di Rubiera Special Steel, acciaieria con uno stabilimento in provincia di Reggio Emilia, racconta che, al netto dell’energia, “tutte le materie prime alla base del nostro acciaio hanno subito incrementi del 20% in una settimana”. Una diretta conseguenza del conflitto. L’Italia, infatti, è il principale mercato di sbocco europeo per l‘export siderurgico ucraino: sul totale delle materie prime l’Italia conta per il 50,5% e per i semilavorati addirittura per il 74,5%. Se si considera anche la Russia, le importazioni del nostro Paese sono pari a 5,5 milioni di tonnellate tra ghisa, rottame, e prodotti intermedi come bramme e billette. In euro il giro d’affari è di quasi 3 miliardi.

Come se non bastasse, tutte le acciaierie ucraine si trovano nel Donbass, dove le ostilità erano in corso già prima dell’invasione. Non sono un segreto del resto le difficoltà della prima industria siderurgica del Paese, Metinvest, che ha un grosso stabilimento a San Giorgio di Nogaro, in Friuli, ed è uno dei principali fornitori del gruppo Marcegaglia. I carichi diretti in Italia devono passare per lo stretto di Kerc che separa il Mar Nero dal Mar d’Azov, ormai in mano ai russi. Inoltre, negli scorsi giorni il colosso siderurgico russo Severstal ha annunciato il blocco delle consegne in Europa. “È un passaggio molto delicato e difficile”, sottolinea Gianni Venturi, segretario nazionale della Fiom con delega alla siderurgia. “Ci sono imprese del Nord Italia che stanno accennando alla possibilità di ricorrere agli ammortizzatori sociali. Sono aziende che, lavorando col forno elettrico, hanno risentito di più dei rincari energetici”. Se per il momento a sospendere la produzione a caldo è stato solo il gruppo Pittini, che acquista anche molti semilavorati dall’Ucraina, Venturi vede “il rischio di un allargamento” anche ad altre imprese.

Insomma, se i problemi di approvvigionamento dovessero peggiorare il settore rischia di fermarsi. “Nell’immediato non rischiamo di bloccare la produzione: dubito che avremo grossi impatti fino a giugno”, sottolinea Vizzini di Rubiera Steel. Importanti scali come Amsterdam o Rotterdam, infatti, hanno ancora disponibilità di materie prime. Tuttavia, le scorte delle imprese non coprono più di un mese, un mese e mezzo di produzione. “Sono volumi importanti e occorrono spazi immensi”, spiega Vizzini. E non è nemmeno conveniente riempire i magazzini: i prezzi delle materie prime siderurgiche sono molto volatili. Interruzioni temporanee della produzione non sono quindi escluse, anche per la difficoltà di rivolgersi in tempi rapidi ad altri fornitori. “Sono ormai dieci giorni che c’è un sostanziale blocco degli approvvigionamenti”, spiega Federico Mazzolari, presidente dell’Associazione italiana di Metallurgia (Aim), “anche se nell’immediato è difficile vedere le conseguenze”. Le imprese, infatti, hanno ancora scorte e un certo margine di manovra. Ma tutto dipende da quanto dura il conflitto. “In molti hanno fermato l’offerta non sapendo che costi dovranno sostenere”, sottolinea il presidente di Aim.

“Il problema che si staglia all’orizzonte è legato all’aumento delle materie prime, come ghisa, rottame, ferroleghe (composti di ferro e un altro elemento chimico, ndr), e ai rincari energetici che possono ulteriormente comprimere i margini delle imprese”, spiega Carlo Mapelli, membro del cda di Acciaierie d’Italia e docente al Politecnico di Milano. I prezzi di alcuni materiali, d’altra parte, sono già cresciuti. L’alluminio, usato come additivo dell’acciaio per particolari prodotti, è passato in sei mesi da 2500 dollari alla tonnellata a 3900 dollari, un aumento del 56%. L’acciaio inox, invece, ha risentito del rincaro del nichel, metallo che proviene per il 40% dalla Russia, il cui prezzo è cresciuto di oltre il 60%. Ma la situazione attuale potrebbe da un altro verso avere anche effetti positivi per la siderurgia italiana. Secondo Mapelli “in seguito alle sanzioni che hanno messo fuorigioco la Russia potrebbe esserci un incremento della domanda verso i produttori nazionali”.

Una struttura produttiva concentrata sui forni elettrici – Negli ultimi anni il nostro Paese si è concentrato sui forni elettrici, che vengono alimentati dal rottame. Dall’elettrosiderurgia proviene infatti l’80% dell’acciaio italiano. Si tratta di un metodo meno inquinante rispetto al ciclo integrale, che esiste ormai solo a Taranto e produce a partire da carbone e minerali di ferro. Le imprese italiane del comparto sono in difficoltà perché sono state esposte ai fortissimi rincari degli ultimi mesi, a differenza della maggior parte dell’industria europea, dove il ciclo integrale conta ancora per il 65% della produzione mentre l’elettrico solo per il 35%. Secondo il segretario della Fiom Venturi, “la dimensione dello choc è tale che rischia seriamente di compromettere la competitività dell’insieme del settore”. Secondo i calcoli del presidente di Aim, Mazzolari, i rincari dell’elettricità e del gas incidono per 200 euro su una tonnellata di acciaio, contro i 30-60 euro di sei mesi fa. L’Italia, inoltre, importa ogni anno 7 milioni di tonnellate di rottame dall’estero, il cui prezzo si sta impennando. “Serve un piano nazionale della siderurgia che unisca il tema dell’energia con quello della fornitura delle materie prime”, dice Venturi. “In una fase come questa con prezzi del rottame in salita e problemi di approvvigionamento di preridotto (pellet di ferro usate al posto del rottame, ndr), una struttura produttiva schiacciata sulle acciaierie elettriche si trova in difficoltà”.

“Siamo uno strano Paese: importiamo molto ed esportiamo molto” prosegue Mazzolari, con un saldo negativo per circa 5 milioni di tonnellate all’anno. Del resto, il fabbisogno dell’Italia, come quello di tutte le economie mature, è molto elevato e la produzione interna difficilmente potrebbe soddisfarlo. Si tratta infatti di 28-30 milioni di tonnellate di acciaio all’anno destinate agli usi più disparati: dalla meccanica agli elettrodomestici all’edilizia. “Siamo il secondo Paese produttore in Europa dopo la Germania” conclude Mazzolari “ed esportiamo il 50% di quanto produciamo per un giro d’affari di 7-8 miliardi di euro”.

Come detto, la maggiore sensibilità per i temi ambientali ha spinto negli ultimi anni a privilegiare le acciaierie con forno elettrico. Il costo è stata una minore produzione nazionale, passata dai 30 milioni di tonnellate nel 2008 a 25 milioni l’anno scorso. “Negli ultimi anni abbiamo spento gli altoforni di Trieste e Piombino, mentre Ilva ha dimezzato la sua produzione, da 9 milioni a 4,5 milioni” sottolinea il membro del cda dell’ex Ilva, Mapelli. L’acciaieria di Piombino ha infatti subito la concorrenza dei forni elettrici del Nord Italia. Mentre la chiusura dell’area a caldo della Ferriera di Servola di Trieste, avvenuta nel 2020, “è stata una scelta obbligata: aveva altoforni piccoli che la rendevano poco competitiva” spiega Mapelli.

Il caso Ilva – Per quanto riguarda Taranto, la situazione è più complicata. “È stato un intreccio di problemi giudiziari e di scarsità di risorse per gli investimenti” sottolinea il manager. “Da quando è stata commissariata, Ilva non è riuscita a tornare ai livelli produttivi dei tempi dei Riva” aggiunge Mapelli. Ma l’elemento cruciale sono gli investimenti: “Non se ne fanno dal 2014 né per la manutenzione né per la sostituzione degli impianti, che ormai sono a fine vita”. Del resto, il piano industriale approvato a dicembre del 2021 è, a detta dei sindacati, piuttosto vago. Il progetto, che prevede 4,3 miliardi di euro di investimenti in dieci anni, deve essere ancora definito nei suoi dettagli. “Stiamo approfondendo il piano: è una situazione delicata che non ammette margini di errore” conclude Mapelli. Il punto è dirimente anche per i sindacati. “Quello degli investimenti è un grande tema”, sottolinea il segretario Fiom Venturi, “in questi anni c’è stata una gestione che ha privilegiato il galleggiamento”. Gran parte della responsabilità della situazione di Ilva, però, secondo il sindacalista è da attribuire ad ArcelorMittal, il colosso dell’acciaio da 76 miliardi di ricavi che nel 2018 ha rilevato Acciaierie d’Italia, la società proprietaria del sito pugliese. “È chiaro che una multinazionale con stabilimenti in tutto il mondo definisce la propria strategia produttiva in ragione di priorità e di convenienze” che non sempre hanno combaciato con le necessità di Taranto. Inoltre, gli impianti Ilva sono sotto sequestro dal 2012 e ArcelorMittal deve pagare l’affitto alla gestione commissariale per poterli usare: “è ovvio che preferiscono investire nei siti di cui hanno la proprietà piuttosto che in quelli in cui sono in locazione” spiega Venturi. “Ma gli investimenti non sono stati fatti nemmeno negli altri stabilimenti” che fanno parte del gruppo Acciaierie d’Italia “come Novi Ligure e Genova” aggiunge il segretario della Fiom. Per quanto riguarda l’impatto ambientale, “è fuori di dubbio che ci siano stati interventi anche significativi” conclude Venturi. Ma la situazione per l’ex Ilva rimane critica: negli ultimi giorni Acciaierie Italia ha chiesto la cassa integrazione straordinaria per 2500 dipendenti del sito di Taranto.

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