“I nostri amici bielorussi sono interessati ad avere uno sbocco sul Mar Baltico e a sviluppare infrastrutture portuali. E come potrete immaginare anche io sono d’accordo”. Le parole di Vladimir Putin, riportate da Nation World News, risuonano come una minaccia in un’Europa già sconvolta dall’invasione dell’Ucraina. A temere ora sono anche Lituania e Lettonia, due Stati baltici confinanti con la Bielorussia e in pessimi rapporti con Mosca. Le due nazioni, occupate per cinquant’anni ai tempi dell’Urss, fanno parte dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica. Inoltre, isolano l’exclave russa di Kaliningrad dalla restante parte della Federazione.

In un’escalation di tensioni da scongiurare, Mosca, sfruttando il pretesto bielorusso, potrebbe cercare di entrare in rotta di collisione con Lettonia e Lituania per riprendersi una parte dei territori perduti oltre trent’anni fa. Il ministero degli Esteri russo ha recentemente messo in guardia i 3 Paesi baltici avvertendoli che saranno ritenuti responsabili, come riportato dall’agenzia Adnkronos, delle derive della “psicosi anti-russa” scatenata dalla decisione, adottata con il consenso dell’Unione Europea, di sospendere Mosca dal Consiglio degli Stati del Mar Baltico in risposta alla guerra “non provocata e illegale” contro l’Ucraina. La Russia di Putin è contraria alla presenza delle forze Nato in Estonia, Lettonia e Lituania, in alcune occasioni è arrivata a mettere in dubbio le basi legali che hanno portato all’indipendenza di queste nazioni e il Cremlino stenta a credere che possano essere alleate dell’Occidente.

Come per l’Ucraina, il ruolo ricoperto dagli Stati baltici nel processo decisionale di Nato e Unione Europea è ritenuto da Putin una minaccia alla sicurezza della Russia e Mosca intende ridimensionarlo quanto più possibile. Per raggiungere l’obiettivo resta sempre in campo l’opzione dell’intimidazione bellica: dallo svolgimento di esercitazioni militari alle violazioni dello spazio aereo passando per manovre navali aggressive. Si tratta di forme di pressione asimmetriche e selettive ma non per questo meno minacciose di altre. Nel 2018 i Typhoon italiani hanno intercettato in volo un velivolo russo che attraversava lo spazio aereo dell’Estonia, mentre nel settembre 2021 il governo locale ha denunciato una nuova violazione e ha convocato un funzionario russo per esprimere le proprie recriminazioni ufficiali. Nel gennaio 2022, 20 navi da guerra russe e alcuni vascelli di supporto sono entrati in aree designate del Mar Baltico per effettuare esercitazioni. E già nel 2017 le forze congiunte di Russia e Bielorussia avevano svolto un’esercitazione militare, Zapad, che ha preso di mira un Paese fittizio con una conformazione geografica simile a quella degli Stati baltici.

Le tensioni nei Paesi baltici rappresenterebbero un problema per gli Stati Uniti e gli alleati, qualora la Russia si spingesse oltre le provocazioni. L’articolo 5 della Nato impegna infatti l’Alleanza a difendere tutti i suoi membri ma farlo per Estonia, Lettonia e Lituania potrebbe rivelarsi complesso, almeno nell’immediato. In quest’area sono presenti alcuni contingenti alleati che, però, ammontano a poche migliaia di uomini. Altri 400 soldati statunitensi – che porterebbero il contingente a circa 1.000 unità – arriveranno nei prossimi giorni, come annunciato dal segretario di Stato americano, Antony Blinken, in visita in Lituania. In ogni caso, troppo poco per fare fronte a un eventuale assalto rapido della Russia, che in zona ha già messo in atto nel recente passata un conflitto di breve durata. Almeno questa è la tesi di una ricerca realizzata alcuni fa dal centro studi Rand Corp: lo studio è giunto alla conclusione che un’invasione di Mosca porterebbe all’occupazione delle capitali dei Paesi baltici nel giro di sessanta ore.

L’esiguità demografica di queste nazioni unita ad una superficie territoriale caratterizzata da zone pianeggianti, aperte e difficilmente difendibili ha storicamente impedito di resistere per lungo tempo al condizionamento delle potenze vicine. Nell’agosto del 2008 la Russia affrontò e sconfisse, in soli cinque giorni, la vicina Georgia dopo che quest’ultima aveva inviato le proprie truppe nella provincia ribelle dell’Ossezia del Sud. Il breve conflitto si concluse con le forze militari di Mosca a distanza di tiro dalla capitale georgiana Tbilisi e segnò il ritorno di Mosca come potenza militare. Il territorio della Georgia, che si trova nel Caucaso, è grande una volta e mezzo quello della Svizzera e la popolazione totale è pari a 3,7 milioni di abitanti. Ma quale potrebbe essere il pretesto di Putin per aprire un nuovo fronte dopo aver dato il là all’invasione dell’Ucraina parlando di “denazificazione”? La presenza di minoranze di lingua russa in Estonia, Lettonia e Lituania suscita la preoccupazione che Mosca possa far leva su di loro per convincerle a ribellarsi e cercare di annettere questi Paesi.

In Lituania il 5 per cento della popolazione è composta da Russi etnici ma questa percentuale tocca il 20 per cento a Klaipeda, la terza città più grande della nazione. In Lettonia il 25 per cento della popolazione è russa ma nella capitale Riga ammonta a un terzo degli abitanti e nella popolosa Daugavpils è la maggioranza dei residenti. In Estonia, invece, i russi costituiscono il 24,8 per cento della popolazione. La minoranza nei baltici è molto attiva, protesta quando vengono emanate leggi che vanno contro i suoi interessi, in alcuni casi si sente esclusa e mal sopportata a livello sociale per il solo fatto di possedere una propria identità separata e imbrigliata in un sistema ostile. Artis Pabriks, ministro della Difesa e vicepremier della Lettonia, ha dichiarato, in un’intervista rilasciata a Repubblica, che “tutti i russofoni tremano al solo pensiero di vivere in un Paese guidato da Putin” e che “non c’è alcun timore di una ribellione interna”. La tensione ai confini, però, resta alta.

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