Quest’estate ho partecipato come relatore alle assise del congresso della Eurofederazione di Psicoanalisi, in quel di Bruxelles. Il tema trattato quest’anno era “Volere un figlio”. Un tema attuale, interrogato utilizzando gli strumenti della psicoanalisi, grazie alla quale possiamo leggere un ‘nuovo’ in maniera diversa, non omologante e senza pregiudizi o torsioni confessionali. Famiglie ‘non tradizionali’ alle prese con la maternità e la paternità, l’uso della tecnica che permette di generare facendo a meno dell’altro. Un tempo da studiare, approfondire, e sul quale riflettere senza timori e pregiudizi.

In tutti questi anni ho incontrato la questione del desiderio di maternità nelle sue molteplici forme. Maternità anelata, ricercata, negata, surrogata. Ho avuto la possibilità di intuire un universo forse poco conosciuto e per nulla avvezzo alle luci dei media, ma assai cospicuo, trasversale, composto da tantissime donne che, non potendo per le questioni più disparate avere un figlio, ricorrono all’inseminazione, all’adozione, all’affido, alla pratica della gestazione per altri (GPA). Ne è nato un progetto ampio, di tipo giornalistico e dunque non analitico, di parola e testimonianza, di lungo respiro, che vedrà presto la luce. Tra queste voci, voglio qua dare spazio alle parole di Victoria, che ne rappresenta tante altre.

Victoria non è ovviamente una mia paziente, ma una donna che ho conosciuto e che ha accettato di raccontare la sua storia, come la descrisse tempo fa a me. Victoria parte da un presupposto, vale a dire che “nessuno può giudicare il desiderio di una donna di divenire madre così come, al contrario, la scelta di non avere figli”. Durante l’adolescenza sopraggiunse il dramma di una patologia che è divenuta sempre più invadente tanto da ridurre drasticamente la sua qualità di vita e costringerla a continui ricoveri, in cui i suoi organi sono stati via via ‘tagliuzzati’ fino ad arrivare nel tempo all’isterectomia totale. Victoria si sposò e iniziò la pratica dell’adozione. Dopo un percorso durato anni, ottenne il certificato di idoneità all’adozione nazionale ed internazionale. Ma il suo ex coniuge “alla fine del percorso se ne andò, e rimasi sola”.

Chiedo a Victoria quali furono i passi successivi, visto che il nostro paese non consente ad un single di adottare. “Conoscevo la possibilità di accedere alla maternità surrogata o gestazione per altri’, una pratica diffusa ormai ovunque, ad esclusione, tra gli altri paesi, dell’Italia. Quando le faccio notare che, relativamente alle donne che offrono l’utero, spesso in paesi poveri, forte è il sospetto dello sfruttamento che fa leva sulle precarie condizioni economiche, lei risponde di “non aver mai pensato si trattasse di sfruttamento” poiché basterebbe, a chi cerca di vietarla, incontrare – come è capitato a lei – quelle donne che si prestano a mettere il proprio corpo a disposizione di altre donne. Nella sua esperienza ha invece visto una scelta libera e consapevole e, ci mancherebbe, ben remunerata; ma che nella maggior parte delle cliniche è comunque concessa a chi, tra le ‘candidate’, ha già figli e una posizione lavorativa stabile. Questo, ci tiene a ribadirlo, “proprio per evitare situazioni di sfruttamento o l’accesso a donne che vedono nella gestazione per altri un guadagno facile”.

Mi dice che, a suo sentire, anche “la famiglia ‘tradizionale’ perfetta non esiste e che il bambino ha semplicemente bisogno di amore; soprattutto se rinchiuso in un orfanotrofio dopo essere stato abbandonato dalla ‘coppia tradizionale’ che avrebbe dovuto amarlo. Per non parlare delle tante coppie che ho visto scoppiare all’arrivo dei bambini adottati e questo durante gli incontri volti ad ottenere appunto le idoneità. In questi casi i piccoli sono rimasti poco dopo con la mamma, costituendo nei fatti una famiglia monogenitoriale”.

Victoria ha cercato sui tanti forum e siti online fino ad optare per l’Ucraina. È scontato il motivo: i prezzi sono molto più abbordabili e non per lo ‘sfruttamento’ di donne in difficoltà, mi ribadisce, ma per i costi della vita che, ovviamente, sono molto più ridotti rispetto a quelli americani ad esempio. Nella sua esperienza, “la stessa clinica permette ai clienti di presentarsi, nell’eventualità, con una persona di fiducia per portare avanti la gestazione”, senza scegliere per forza una delle ‘candidate’. Dopo aver raggiunto il personale sanitario è stata messa nelle condizioni di conoscere ogni dettaglio del contratto e sottoposta alle visite del caso. Parliamo di una cifra di “poco meno di 40mila euro”, che comprende le analisi cliniche della paziente, il prelievo degli ovuli, il transfer sulla madre surrogata e tutta l’assistenza alla gestante. Queste cliniche non permettono a donne ‘a rischio‘, in tema di salute, di intraprendere il percorso proprio a tutela del futuro pargolo. Scelse su una sorta di “banca del seme” il suo donatore e fu sottoposta al prelievo di ovociti, poi fecondati in vitro.

Mentre le parlo, le chiedo se non abbia avuto al consapevolezza di aver violato la legge. La maternità surrogata è infatti una pratica vietata in Italia dalla legge del 19 febbraio 2004, n. 40. Victoria ci tiene a sottolineare che “dal momento, però, che anche gli aspiranti genitori che vivono in Italia possono accedere a un’offerta internazionale di servizi di maternità surrogata, questo divieto finisce per essere relativo”. Infatti il divieto di surrogazione di maternità è limitato al territorio italiano e dal momento che le coppie si recano nei paesi in cui la tecnica è consentita, la pena non si applica: non si può condannare un fatto commesso all’estero se in quello stato è legittimo.

Con la sentenza n. 5198/21 depositata il 10 febbraio, la terza sezione penale della Corte di Cassazione ha stabilito che non è applicabile la legge italiana in materia penale quando, pur in presenza di un divieto sanzionato penalmente come nel caso di ricorso alla maternità surrogata all’estero, l’azione o l’omissione non sia realizzata “in tutto o in parte in Italia” e quando la parte di condotta commessa sul territorio italiano non sia significativa e collegabile a quella commessa all’estero. L’Associazione Luca Coscioni dal 2016 insieme ad altre associazioni, con giuristi ed esperti, ha lavorato ad una bozza di proposta di legge sulla cosiddetta gestazione per altri “solidale”, portata avanti cioè senza alcun compenso, con l’obiettivo di mettere al centro la tutela dei nati e della gestante. La guerra ha ovviamente bloccato ogni attività ma la sua speranza, prima di tutto, “è che il meraviglioso popolo ucraino possa presto trovare la propria libertà e riprendere la propria vita”.

Victoria, ovviamente, non si chiama Victoria. E, assieme, leggiamo e rileggiamo il testo per evitare che qualsiasi elemento possa renderla riconoscibile. Victoria è una delle tante, tantissime donne che hanno utilizzato la pratica della GPA, dopo aver tentato ogni strada pur di coronare un sogno di maternità. Le ho espresso le mie perplessità, ma senza giudizio. Ha ragione lei. I giudizi spesso cadono come pietre su percorsi accidentati.

Victoria mi ha raccontato di uno spaccato di mondo che permette di osservare lo stato delle cose da un’angolatura particolare, svelando zone grigie nelle quali luci ed ombre si fondono.

Qualunque sia il nostro giudizio, quando esiste un fenomeno così complesso ed articolato come quello della GPA, ne dobbiamo prendere atto e cercare di inquadralo, senza voltarci altrove. Questa testimonianza è una finestra spalancata sul reale, là fuori, che esiste anche se noi tiriamo le tende. “Il reale” , dice Lacan, è tutto quello che non va, che non funziona, che ostacola la vita dell’uomo e l’affermazione della sua personalità. Il reale torna sempre allo stesso posto, lo trovi sempre li, con le stesse sembianze.

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