Il tema della gestazione per altri (Gpa) è tornato alla ribalta dopo le immagini della clinica di Kiev, in cui si vedono decine di bambini nati con surrogacy e bloccati in Ucraina a causa della pandemia. Le immagini di quelle culle sono molto forti e interrogano le coscienze di chiunque, favorevole o contrario che sia alla pratica.

Tra le voci contrarie, c’è quella di Flavia Perina. In un pezzo su Linkiesta sottolinea l’enormità di quelle “esistenze indifese in balia di un gruppo commerciale che li giudica ‘prodotti’ già venduti e che è palesemente scocciato di doverli tenere in magazzino per chissà quanto, coi relativi costi”. Mattia Feltri sull’Huffington Post ci narra degli abusi del business attorno alla Gpa: “Se si sceglie il ‘pacchetto Vip'” infatti, si può rateizzare, “individuare deviazioni genetiche e scegliere il sesso del piccolo”. Oltre a trasporto e soggiorno in “albergo con aria condizionata, cucina europea e ucraina”.

Feltri fa pur notare che “se in Italia ci fosse una legge che anziché chiudere gli occhi li aprisse e, anziché vietare, regolasse, undici famiglie italiane non sarebbero andate a Kiev, bimbo in braccio o chiavi in mano”. Alcuni di quei bambini, infatti, hanno genitori italiani. Perina è per bandire la pratica, sempre e comunque: “La sua natura speculativa – argomenta – è ben evidente” nelle immagini di quegli infanti nelle loro culle.

Due articoli che, seppur di segno opposto, sono ben lontani dal solito fanatismo attorno alla questione. Eppure presentano ugualmente dei limiti abbastanza evidenti.

In primo luogo confondono pratica e business, per sottolinearne lo sfruttamento. Sfruttamento che troviamo laddove il rispetto dei diritti umani – e, nello specifico, delle donne – non è proprio tra le prime priorità dell’agenda politica. Tale confusione non aiuta a capire la complessità del fenomeno. Per fare un esempio, è un po’ come non distinguere tra trapianti di organi e traffico illegale degli stessi.

Secondo poi: si critica sì il business attorno alla Gpa, ma si dimentica tuttavia di tirare in ballo, e con una critica rigorosa, l’intero sistema economico in cui ci troviamo. Sistema – capitalistico, se non fosse abbastanza chiaro – del quale quella clinica è diretta conseguenza.

E infine, quegli articoli non sottolineano un aspetto fondamentale: le famiglie che si sono rivolte alla clinica ucraina (italiane e non) sono tutte eterosessuali. L’Ucraina, infatti, non permette che i bambini, adozione o Gpa poco importa, vadano a coppie gay o lesbiche. Utile da ricordare, nell’Italia di oggi. Durante il dibattito sulle unioni civili, ricordate?, le stepchild adoption vennero silurate – anche da certe femministe – proprio perché ritenute l’apripista all’“utero in affitto”. Chissà quanti maschi gay sarebbero andati in paesi come l’Ucraina a “comprare bambini”, si pensava. Ora conosciamo la risposta: nessuno.

Il dibattito, insomma, rischia di riaprirsi con un punto di vista offuscato da scarsa conoscenza del fenomeno e dai soliti pregiudizi ideologici, su cui non voglio perdere tempo. Sarà utile allora tirare in ballo altre due voci: Sergio Lo Giudice, papà arcobaleno ed ex parlamentare, e Monica Cirinnà. Che sempre sull’Huffington correggono il tiro.

“Ogni volta che una società ha confuso, per motivazioni ideologiche, fra una pratica e il suo abuso – sostiene proprio Lo Giudice – ha prodotto danni e dolore inutile”. E ricorda, l’ex senatore, che “come ogni esperienza umana anche la Gpa va analizzata e valutata nella sua effettività e non sulla base di astratte valutazioni ideologiche, ascoltando la voce delle persone coinvolte, a partire dalle gestanti“. Forse sarebbe utile sapere che in paesi come Canada, Usa e Inghilterra l’aspetto relazionale tra gestanti a coppie non è quello proposto dall’agenzia.

Monica Cirinnà, ancora, ricorda non solo che l’Ucraina non può essere un modello, ma che dietro le storie delle donne che permettono liberamente, e con il proprio corpo, ad una vita di nascere c’è una scelta di autodeterminazione che andrebbe rispettata. Entrambi, infine, convergono sull’idea di regolamentare la pratica. Che è l’unica cosa da fare se si vuole evitare di vedere scene come quelle registrate in Ucraina. Sappiamo, d’altronde, dove porta il proibizionismo.

Il dibattito che ne scaturirà deve insomma impostarsi su questo tentativo di dialogo e conoscenza dei fatti. Tutti. Contrariamente a ciò che pensa chi ha esultato troppo presto per qualche sentenza contro l’omogenitorialità – maschile, soprattutto, e malcelando così la matrice omofobica del proprio no alla Gpa – la questione sulle scelte genitoriali alternative è solo all’inizio nel nostro Paese. Sta a noi, quindi, decidere come affrontare la questione. Se con la clava dell’ideologia o con gli strumenti, ben più raffinati, della ragione.

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