Mosca compie un primo passo verso la de-escalation e ha annunciato il ritiro di una parte delle truppe schierate al confine con l’Ucraina visto che queste hanno terminato le esercitazioni militari nell’area. Ma Vladimir Putin, che oggi ha incontrato a Mosca il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ora chiede un segnale da parte della Nato: “Non accetteremo mai l’allargamento della Nato fino ai nostri confini, è una minaccia che noi percepiamo chiaramente”, ha dichiarato nel corso della conferenza stampa congiunta aggiungendo che “le risposte dell’Alleanza sulla sicurezza” finora “non soddisfano le nostre richieste” ma ci sono dei “ragionamenti” che possono essere portati avanti. Il presidente russo ha inoltre aggiunto che “da 30 anni ci dicono che la Nato non si allargherà verso la Russia, invece è accaduto. E ci dicono che l’Ucraina non è ancora pronta per entrare nella Nato. Ma se questo avverrà domani o dopodomani, per noi non cambia nulla. Vogliamo risolvere questa questione adesso“. E avverte: “La Russia teme che i colloqui sulla sicurezza in Europa possano andare troppo per le lunghe senza ragione e non permetterà che nel protrarsi di questi colloqui la sua situazione possa peggiorare”. Sulle aspirazioni atlantiste di Kiev, però, tra i due leader c’è ancora distanza: “Sono stato chiaro che su alcune posizioni non ci sono possibilità di negoziare“, ha risposto Scholz a chi gli ha chiesto se si potesse ipotizzare una moratoria sull’eventuale ingresso dell’Ucraina nella Nato. A frenare gli entusiasmi sono arrivate anche le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, secondo il quale non ci sono al momento evidenze riguardo a un ritiro anche parziale: “Non ci sono segnali sul terreno che la Russia stia riducendo le truppe ai confini dell’Ucraina”, ha detto aggiungendo che “ci sono segnali da Mosca che la diplomazia deve continuare e questo è materia per un cauto ottimismo“.

Il bilaterale tra i due leader tedesco e russo, però, sembra aver sbloccato un’impasse dalla quale era sempre più difficile uscire col passare dei giorni e gli scambi di accuse. Non a caso, è stato proprio Scholz a dichiarare al fianco del capo del Cremlino che la sicurezza dell’Europa “non può essere costruita contro la Russia ma in cooperazione con la Russia“, respingendo così le posizioni oltranziste assunte in particolar modo dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Parole che gli sono valse l’appoggio di Putin che ha ritrovato nelle sue parole la volontà di lavorare per “un’ulteriore cooperazione benefica e pragmatica” fra Russia e Germania. Le riposte di Usa e Nato alle richieste di sicurezza, ha aggiunto il capo del Cremlino, contengono “elementi” su cui la Russia “è pronta a lavorare”. E ha poi risposto a chi ha accusato il Cremlino di usare il gasdotto Nord Stream 2, che se messo in funzione trasporterebbe il gas della Federazione fino in Germania, come arma politica contro l’Occidente: è un “progetto strutturale per rafforzare la sicurezza energetica in Europa e risolvere problemi energetici ed ambientali e non ha nessuna valenza politica”, ha detto.

A dare l’annuncio del parziale ritiro russo è stato, in mattinata, il maggiore Igor Konashenkov che in una nota ha spiegato: “Unità dei distretti militari meridionali e occidentali, che hanno completato i loro compiti, hanno già iniziato a caricare i mezzi di trasporto ferroviari e terrestri e oggi inizieranno a rientrare alle proprie basi. Mentre le misure di addestramento al combattimento si avvicinano alla conclusione, le truppe, come sempre avviene, effettueranno marce combinate alle proprie basi permanenti”. La notizia ha subito fatto il giro delle cancellerie con le conseguenti dichiarazioni del caso. L’Ucraina, attraverso il proprio ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba, rivendica la paternità della de-escalation: “Insieme ai nostri partner”, cioè i Paesi occidentali, “siamo riusciti a impedire ogni nuova escalation da parte della Russia”, ha dichiarato. Mentre la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, afferma: “La data del 15 febbraio del 2022 entrerà nella Storia come il giorno del fallimento della propaganda di guerra da parte dell’Occidente. Svergognati e annientati senza sparare un colpo”. Il Cremlino rincara la dose: “Il ritiro dei diplomatici occidentali è un’isteria esibizionista e senza senso“, ha detto il portavoce Dmitry Peskov, mentre Putin in persona ha ironizzato sull’atteggiamento di Washington: “Hanno già detto a che ora inizia la guerra?”.

A Stoltenberg, però, non sembra bastare questo primo passo compiuto da Mosca e sostiene che per considerare la mossa russa come un chiaro segnale verso la de-escalation la Nato vuole vedere il ritiro dei mezzi pesanti e dell’equipaggiamento militare nelle zone limitrofe all’Ucraina e non solo quello degli uomini. “Il processo di accumulo delle forze russe va avanti, con alti e bassi, dalla scorsa primavera”, ha aggiunto.

La mossa di Mosca potrebbe essere legata alle risposte ricevute da Washington riguardo alle richieste di sicurezza di Mosca. Il ministro degli Esteri, Serghej Lavrov, ha infatti dichiarato che gli Usa e la Nato hanno dato una risposta “positiva” ad “alcune delle iniziative” russe “sulla sicurezza” che erano state “respinte per lungo tempo”: “L’Occidente alla fine ha risposto, quando si è reso conto che stiamo discutendo seriamente la necessità di cambiamenti radicali nel campo della sicurezza – ha spiegato – La sua risposta è stata positiva ad alcune delle iniziative che aveva respinto per lungo tempo”.

Un altro ostacolo alla pace arriva però dalla Duma che porta avanti rivendicazioni territoriali sulle Repubbliche ribelli in territorio ucraino. I deputati del ramo basso del Parlamento russo hanno approvato un appello al presidente Putin affinché Mosca riconosca le autoproclamate Repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. Questa risoluzione, scrive Meduza, prevede l’invio dell’appello direttamente al presidente russo. Hanno votato a favore 351 deputati, contro 16 e uno si è astenuto. Ma su questo punto è Stoltenberg a tracciare una linea rossa: il riconoscimento equivarrebbe a una “violazione del diritto internazionale”, ha detto aggiungendo che sarebbe anche una violazione dell’integrità territoriale e della sovranità dell’Ucraina, oltre che degli accordi di Minsk. Posizione sposata anche dall’Alto rappresentante della Politica Estera dell’Ue, Josep Borrell, che in un tweet ha scritto: “L’Ue condanna fermamente la decisione della Duma di Stato russa di presentare un appello al presidente Putin affinché riconosca le zone non controllate dal governo di Donetsk e Lugansk in Ucraina come entità indipendenti. Questo riconoscimento sarebbe una chiara violazione degli accordi di Minsk“. Su questo anche Scholz, al fianco di Putin, ha affermato che il riconoscimento da parte di Mosca delle due repubbliche sarebbe una “catastrofe politica” e una “violazione degli accordi di Minsk”.

È anche il giorno del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in visita a Kiev, prima di volare, come ripetuto anche oggi, a Mosca giovedì. Al termine del vertice con il suo omologo ucraino, Di Maio ha dichiarato di poter “affermare che esiste uno spazio per una soluzione diplomatica, ovviamente una soluzione per essere tale dev’essere condivisa in un quadro più ampio di sicurezza europea. Per questo motivo ne parlerò giovedì a Mosca con il collega russo Lavrov e nei prossimi giorni continueremo a consultarci con i nostri partner europei e atlantici”. Il capo della Farnesina ha inoltre raccolto “le recenti valutazioni da parte ucraina sulla mancanza di segnali relativi a un’imminente invasione o a un’offensiva militare su vasta scala e del permanere, allo stesso tempo, di forti preoccupazioni per eventuali azioni di destabilizzazione, anche attraverso modalità ibride”.

Da parte sua, Kuleba dice di sperare “che l’Italia riesca a convincere la Russia a risolvere la situazione in modo pacifico. Quando sei in difficoltà un amico è accanto a te, per questo sono lieto di vedere Luigi accanto a me oggi”. L’Italia, ha aggiunto, “capisce che la situazione minaccia anche l’Europa e i partner atlantici”.

L’Ucraina, da parte sua, non allenta la pressione mediatica e diplomatica su Mosca e chiede che la Russia ritiri tutte le sue forze dalla frontiera, ha detto Kuleba. “Abbiamo una regola: non credete a quello che sentite, credete a quello che vedete“, ha detto ai giornalisti. Quando vedremo un ritiro, crederemo in una de-escalation”. Proprio oggi la Germania, attraverso la ministra degli Esteri Annalena Baerbock, aveva chiesto alla Russia di ritirare le armate. “La situazione è particolarmente pericolosa e può degenerare in qualsiasi momento, dobbiamo utilizzare tutte le opportunità di dialogo per ottenere una soluzione pacifica”, aveva affermato Baerbock in una nota, sottolineando che “la responsabilità di una de-escalation è chiaramente dal lato della Russia e spetta a Mosca ritirare le proprie truppe”.

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