di Carblogger

Il metaverso promette di sostituire Internet nella comunicazione e di far fare profitti miliardari alle società che ci lavorano. Se non avete mai sentito parlare di metaverso, sappiate che la parola è stata inventata giusto trent’anni fa dallo scrittore americano Neal Stephenson e che Facebook in suo onore ha appena cambiato nome in Meta. Investendoci (pare) dieci miliardi di dollari soltanto l’anno scorso per guadagnarne domani molti ma molti di più. Così sembrano pensarla anche a Google, a Microsoft (vedi mega acquisizione per quasi 70 miliardi di Activision Blizzard) e compagnia di giro.

Il metaverso – che il correttore di word mi sottolinea ancora in rosso, un errore! – nasce in letteratura come un mondo virtuale dove rifugiarsi per evitare le catastrofi del mondo reale. Ma per fare business, fine alle distopie dei soliti scrittori e via alla descrizione di un nuovo modo di vivere in una realtà virtuale così magnifica da surclassare quella reale. Più immersiva di quanto si possa immaginare rispetto alle esperienze attuali, più figa nonostante la tecnologia necessaria ancora non ci sia. Tutto piuttosto vago, salvo la certezza di Mark Zuckerberg che nella sua presentazione dell’ottobre scorso ha condito il metaverso che non esiste con many billions, incredible e altri superlativi.

Mentre mi arrabatto per provare a capirci qualcosa, mi rendo conto di quanto sia rimasto prosaico (oltre che ignorante in materia) nel pensare subito: possibile che l’industria dell’auto che piange miseria ogni giorno ignori questo promesso business rivoluzionario? Agli inizi del millennio, tipo 2003-2004, a un certo punto si parlava e scriveva (ognuno ha i suoi scheletri) solo di Second Life, un mondo virtuale dove saremmo tutti finiti a vivere la nostra nuova vita. Tra gli altri, diversi costruttori cominciarono ad aprire su Second Life concessionarie virtuali, dove vendere auto non virtuali in cambio di denari veri. Vedere cammello. Poi la cosa svanì in una bolla così come era arrivata, soldi buttati ma molto meno di quelli che ci portò via la gigantesca crisi dei subprime dal 2007. Al cinema i reduci di Second Life (e non solo) si consolarono con Avatar, era il 2009.

Prendo il telefono che ancora è un telefono e chiamo un amico ai piani alti dell’industria dell’auto, uno che nel suo lavoro deve badare innanzitutto a margini e costi per non essere cacciato. Domandina subdola: “voi lavorate sul metaverso?” butto lì come se fossi il cugino italiano di Zuck. E mentre parlo ripenso alla sua presentazione in cui la prima delle meraviglie mostrate è una partita a poker virtuale con i giocatori in assenza di gravità come si fosse nello spazio. Ma il poker online non esiste già? “Abbiamo montagne da scalare”, mi risponde l’amico, “ti pare che siano tempi di mettere soldi sull’esperienza di vendita virtuale ai clienti? Mica la provi sul metaverso l’auto“.

Prima che m’insulti, evito di dirgli che mio cugino Zuck prevede che il metaverso cambierà lo stile di vita di miliardi di persone mentre lui sta lì a sbattere la testa su dove comprare chip da un dollaro l’uno per far funzionare una radio sull’ultimo modello. Però meglio tenermi caro l’amico non virtuale. E la mia Vespa, più immersiva di metaverso.

@carblogger_it

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