“Il mistero della mela ai confini della Galassia”. Una pubblicazione scientifica, comparsa (pare) su “Newton”, e che parla (pare) di astrofisica. Già, ma cosa c’entra una pubblicazione scientifica in cui si parla presumibilmente di cose come gravitazione universale e materia oscura con una rubrica di ricordi pallonari? Niente, per la verità. O quasi. Già perché come le leggi di pallone e cosmo sono spesso oscure e misteriose anche il web spesso presenta le stesse caratteristiche. E dunque, ancora: cosa c’entra “Il mistero della mela ai confini della galassia” con Ti ricordi? Ebbene, quella pubblicazione, secondo un sito web, appartiene a Roberto Trotta, ex calciatore, campione del mondo col Velez Sarfield, ultrabidone della Roma di Sensi. Attenzione: quella pubblicazione dovrebbe appartenere davvero a Roberto Trotta, che è uno stimato professore di Astrostatistica a Londra, omonimo dell’ex calciatore.

Ma sul Web, nella bio sull’autore, parlano inequivocabilmente dell’argentino che si presume non abbia mai trattato di astrofisica in vita sua (a parte le stelle fatte vedere agli avversari). Che si tratti di un abbaglio piuttosto grossolano o di una burla non lo sappiamo: ma a pensarci bene non è un modo così sbagliato, il concetto della mela misteriosa ai confini della galassia, per raccontare Roberto Luis Trotta da Piguè, Buenos Aires. Già, perché era il 1994, e il Milan di Capello che stradominava in Italia e in Europa doveva giocarsi il titolo di campione del mondo col Velez Sarsfield. Sulla carta non ci sarebbe partita: di quel Milan è inutile parlare, mentre quel Velez, in un momento in cui internet nella case non c’è e la tv satellitare neppure, era pressoché una squadra sconosciuta. Al massimo arriva in Europa qualche eco di Chilavert, portiere della scuola sudamericana che fa pure qualche gol, poi c’è Basualdo che ha giocato in nazionale con Maradona, l’ex veronese Sotomayor (il che non depone benissimo per la squadra argentina) ma il resto della squadra è praticamente sconosciuto.

In panchina c’è Carlos Bianchi, ricordato per le caterve di gol da calciatore, col Paris Saint Germain, ma da allenatore praticamente senza curriculum a parte un 18esimo posto il Ligue 1 col Nizza, e poi gli scudetti e la Libertadores col Velez, certo. E invece in quell’intercontinentale il Milan stecca: la superdifesa rossonera è da horror, quella del Velez, guidata da un ignoto ragazzo, ma col piglio da condottiero, perfetta. Quel ragazzo è Roberto Trotta: non solo non fa segnare Massaro, Savicevic, Boban e Simone, ma fa anche gol su rigore, e diventa campione del mondo. Per il presidente della Roma Franco Sensi quell’allenatore in grado di guidare un gruppo di sconosciuti (con 7 ragazzi provenienti dalle giovanili in campo) sul tetto del mondo è l’ideale per le sue ambizioni di far grande la Roma. Nell’estate 1996 arriva Carlos Bianchi e a Sensi non chiede nulla sul mercato se non Roberto Trotta per la difesa e Christian Bassedas per il centrocampo. Sensi riesce ad assicurargli il primo, per circa 15 miliardi di lire, il secondo è ricercato da mezza Europa e non se ne fa nulla. La difesa giallorossa con Trotta e Aldair dovrebbe essere blindata, in teoria. In pratica però è molto diverso: Trotta ha un menisco che non va, dovrebbe operarsi ma non vuole star lontano dal campo, e dunque tiene duro. Questa è parte del problema, l’altra parte è facilmente ravvisabile nel vederlo giocare: se in Argentina era “El Jefe”, a Roma non può esserlo perché quel ruolo è di Aldair, e marcare in Italia è altro rispetto a farlo in Argentina.

Già, e il primo saggio lo offrono Dario Hubner e il condor Agostini in Coppa Italia, ad agosto: Roberto non li prende praticamente mai, e la gara finisce 3 a 1 per il Cesena. Calcio d’agosto, già, ma non va meglio in campionato, quando di fronte Roberto trova ora Montella, ora gli attaccanti del Verona, o in Coppa Uefa Fink del Karlsruhe. Troppo. Tanto che Bianchi lo manda in vacanza in Argentina in pieno campionato, a fine ottobre. “È forte – dirà il mister – ma ha subito troppe critiche, ha bisogno di riposo”. Non funzionerà. Non funzionerà la Roma di Bianchi, in rotta praticamente con tutto lo spogliatoio giallorosso. Non funzionerà Trotta, che in pratica ha invertito i poli calcistici, diventando centro del mondo nel barrìo Liniers e mela misteriosa ai confini della galassia a Roma. A Gennaio ’97 sarà spedito in prestito al River Plate, e con Bianchi esonerato, pur avendo voglia di ritornare e riscattarsi, Roberto Roma la vedrà solo per le vacanze essendo stato bocciato da società e tifosi (sebbene qualcuno, seppur come battuta, vedendo Cesar Gomez nei ritiri successivi un “Aridatece Trotta” l’abbia buttato lì). Comincerà il declino, vagando tra Argentina, Messico, Ecuador per poi chiudere la carriera nel 2005 all’Union Santa Fe. In patria ha anche un record: è il calciatore più espulso (17 volte) nella storia del campionato argentino. E oggi compie 53 anni: tra entrate dure e misteriosi wormhole temporali ai confini della galassia.

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