Il gol è bello e importante: una botta di sinistro da centro area che non lascia spazio a Guardalben e porta in vantaggio la Lazio a Verona contro l’Hellas. È quel che si vede dietro che non è granché bello, e considerato che si tratta di un difensore i gol passano in secondo piano. E dire che quel gol arriva nel periodo migliore, quello in cui Mark Fish, primo sudafricano della storia della Serie A, cerca disperatamente di dire “Ehi, non sono un bidone, io qui posso starci”. L’aveva detto nella partita precedente, giocando molto bene nella gara vinta per 3 a 0 contro il Milan (quello scalcagnato che Sacchi aveva ereditato da Tabarez, non un granché), l’aveva confermato nella gara successiva col Verona…al netto di qualche svarione. Una costante per Mark Antonhy Fish da Città del Capo: dover dimostrare di poter stare là dove tutti dicono che non puoi stare. A Città del Capo, per esempio: bianco e figlio di coloni inglesi arrivati in Sud Africa, senza però fare fortuna. Gioventù difficile, turbolenta, con qualche problema giudiziario. E poi il calcio. Già, che pure tirare calci a un pallone da quelle parti è problematico.

È il Sud Africa dell’apartheid, punito con l’esclusione da ogni competizione Fifa perché si pretendeva di far giocare nazionali di soli bianchi. Perciò il calcio viene snobbato: i bianchi giocano a rugby. A Fish però giocare a pallone piace, e dopo i primi calci nel Kaizer Chiefs ottiene il primo contratto da professionista ai Jomo Cosmos, per poi passare agli Orlando Pirates. Intanto è arrivato Nelson Mandela, qualcosa in Sud Africa sta cambiando, la nazionale è multietnica: i “Bafana Bafana” che vedono assieme Doctor Khumalo ed Eric Tinkler, e appunto Mark Fish arrivano addirittura a vincere la Coppa d’Africa a gennaio 1996. Ed è una vetrina privilegiata per Mark: quello stopper roccioso, alto e forte, bravo pure in zona gol si fa notare dal mondo del calcio che conta. La concorrenza su di lui è forte, tra club (lo vorrebbe lo United) e pure tra intermediari che fiutano l’affare.

Alla fine il giocatore, 22enne, nell’estate del 1996 sceglie la Lazio di Zeman. O meglio, la Lazio, non Zeman che intervistato in merito dice “non so chi sia”. Da classica usanza degli stranieri dell’epoca, cui non veniva mai suggerita prudenza nelle conferenze di presentazione, né nelle dichiarazioni e spesso neppure nel dress code, le prime parole sono ambiziose, troppo: “Mi ispiro a Baresi, ma assomiglio a un Desailly bianco”. Hai detto niente. Naturalmente non ha nulla né dell’uno, né dell’altro: è un buon marcatore e ha piedi buoni, ma è molto lento, e neppure giocare in una difesa con Nesta come compagno lo salva. I primi mesi sono pessimi, a partire dalla preparazione: anche questo tratto comune per chi, proveniente da campionati minori, si ritrovava a gestire i gradoni di Zeman. Però Fish si impegna e si ritaglia il suo spazio: buone gare col Milan, bene col Verona gol compreso…poi Zeman viene esonerato e gli subentra Zoff, che lo esclude. Rientra in un derby, in cui si perde Balbo, rimediando togliendo il gol dell’argentino dalla porta, ma non secondo arbitro e guardalinee che lo assegnano.

I biancocelesti provano a girarlo in prestito al Bologna a fine stagione, ma Ulivieri lo boccia già in ritiro: troppo lento. Perciò quando arriva l’offerta del Bolton di 4 miliardi Cragnotti, che per prenderlo ne aveva sborsati poco più di 2, non ci pensa due volte. In una Premier all’epoca meno tecnica e con difensori molto simili a lui Mark trova la sua dimensione: al Bolton resta 3 anni, altri cinque li trascorre al Charlton, poi passa all’Ipswich Town, ma si infortuna gravemente, e poi si ritira. Fuori dal campo vive diverse vicissitudini familiari e problemi di salute: un malore, con la fidanzata che lo salva, e qualche tempo dopo addirittura una fake news che annuncia la sua morte. Ma Mark smentisce: ancora una volta costretto a dimostrare di poterci stare.

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