Sugli spalti e a volte in campo se ne sentono di tutti i colori, ma la violenza verbale contro i calciatori – che siano professionisti o non – adesso ha anche nuove valvole di sfogo: i social. Sono 114 gli atti di intimidazione e minacce verso i calciatori con quattro casi su cinque che si registrano nei campionati professionistici (il 63% in Serie A). È la fotografia rilevata dal report Calciatori sotto tiro diffuso dall’Associazione Italiana Calciatori, che dalla stagione sportiva 2013/14 ha istituito un Osservatorio con l’obiettivo di censire tutti gli atti di violenze, intimidazione e minacce compiuti nei confronti dei calciatori, sia professionisti che dilettanti. I dati si riferiscono alle ultime due annate.

La Serie D è il campionato dilettantistico più ‘pericoloso’ (9%), trend in controtendenza con le ultime 5 stagioni, nelle quali era stato il campionato di Eccellenza quello in cui si minacciava e si intimidiva di più. Un caso su dieci (9%) si verifica nei campionati giovanili. Non ci sono differenze in ambito geografico tra Nord, Centro e Sud-Isole, mentre a livello regionale guidano la classifica Lazio (20%), Campania (13%) e Lombardia (11%). I casi relativi ai calciatori di Roma e Lazio, Napoli, Inter e Milan influiscono sui dati.

“Il Covid ci costringe a vivere un calcio molto diverso – ha commentato il Presidente dell’Assocalciatori Umberto Calcagno – Stadi chiusi, o con capienza ridotta, che hanno messo a dura prova in questi anni la passione dei tifosi e, di contro, aumentato le minacce ai danni di calciatori e calciatrici”. I giocatori vengono offesi e intimiditi attraverso cori offensivi dentro e fuori dagli impianti (31%) ma anche attraverso i social network (26%), in particolare Instagram, sia direttamente sia attraverso i profili di mogli, figli o fratelli. L’utilizzo di questo canale di offesa (con profili veri o falsi) si è largamente incrementato nel periodo di chiusura degli stadi. Le intimidazioni via social sono state attuate soprattutto da singole persone, in alcuni casi individuate e sanzionate dai club stesso o dalla giustizia.

Il resto delle minacce avviene tramite striscioni (18%), offese e minacce verbali (11%) e aggressioni fisiche (6%), in diminuzione rispetto agli anni precedenti. Il razzismo (42%) resta la principale causa per cui i calciatori vengono minacciati. In alcuni casi gli arbitri hanno anche sospeso temporaneamente le partite richiamando l’intervento dello speaker (come a Parma, Sassuolo, Brescia) in altri la partita è stata sospesa a causa dell’uscita dal campo dei calciatori offesi (vedi Bagnolo in Piano, campionato di Eccellenza). Seguono tra le ‘motivazioni’ prestazioni ritenute scarse (32%) e il trasferimento di calciatori a un’altra squadra (8%). Contrariamente a quanto emerso nei Report precedenti, nelle ultime due stagioni sportive sono stati soprattutto le tifoserie avversarie a offendere, minacciare ed intimidire i calciatori (65% dei casi) sia per motivi che rasentano l’odio verso le singole persone e ciò che esse rappresentano, sia per ‘deconcentrare’ gli atleti in vista di una sfida importante.

“I dati mostrano chiaramente che la pandemia, pur limitando il contatto fisico, ha cambiato il modo di minacciare e intimidire gli atleti. Le minacce fisiche si sono trasferite sui social network. In molti casi non si tratta di contestazioni o post polemici, quanto piuttosto di vere e proprie ingerenze nella sfera personale – ha proseguito Calcagno – Minacce circostanziate che colpiscono aspetti della vita privata del calciatore o dei suoi famigliari. Forme di violenza, fisica, psicologica e culturale, inaccettabili a qualsiasi livello ed in qualsiasi forma”. “Avvilisce registrare – ha concluso il presidente dell’Aic – che il razzismo resti ancora la causa principale delle intimidazioni, con episodi che riguardano soprattutto calciatori africani o sud-americani. In questo triste quadro, tuttavia, spicca l’impegno concreto di alcune società che hanno voluto allontanare dagli stadi gli autori (riconosciuti) di alcuni episodi per 5 anni o, addirittura, a vita”.

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