Negli ultimi 40 anni le calotte glaciali dell’Himalaya si sono ridotte dieci volte più velocemente di quanto abbiano fatto nei sette secoli precedenti. Uno studio pubblicato un mese fa da Scientific Reports mostra che lo scioglimento – da 390 a 586 chilometri cubi di ghiaccio – corrisponde a un aumento del livello marino sul pianeta compreso tra da 0,92 e 1,38 millimetri. Il tasso del fenomeno varia parecchio lungo l’arco della catena, a causa dell’influenza dei monsoni e degli effetti orografici: le perdite più veloci si misurano nel Nepal orientale e in Bhutan, a nord dello spartiacque principale.

C’è un ampio consenso scientifico sul fatto che il cambiamento climatico in risposta al riscaldamento globale abbia accelerato lo scioglimento dei ghiacciai e favorito un aumento della temperatura marina in tutto il mondo. E, tra i fattori della crisi glaciale himalayana, non si escludono i cambiamenti osservati nel monsone dell’Asia meridionale. Le montagne himalayane contengono la terza maggior quantità di ghiaccio del mondo, dopo Antartide e Artico: sono davvero il “terzo polo”. Lo scioglimento dei loro ghiacci minaccia l’agricoltura e, più in generale, l’approvvigionamento idrico di milioni di persone che vivono nell’Asia meridionale. E contribuirà all’innalzamento del livello del mare, un problema enorme per tutte le comunità costiere.

Le alte montagne sono la sorgente primaria delle acque utilizzate dall’uomo in molte parti del mondo. Gli abitanti delle pianure non possono fare a meno dei deflussi che provengono dalle aree montane, il 39% della massa terrestre globale. Stiamo parlando di almeno un miliardo e mezzo di persone, il 24% della popolazione mondiale che vive in pianura. Tutti costoro affronteranno serie crisi idriche entro la metà del XXI secolo: una popolazione a rischio enormemente cresciuta rispetto ai circa 200 milioni (il 7%) degli anni ’60. L’enorme aumento del rischio è principalmente dovuto alla crescita dei consumi in pianura, ma le variazioni di regime dei deflussi montani possono aggravare, e molto, la situazione. Un terzo della pianura irrigua sulla Terra si trova in regioni che, pur fortemente dipendenti dai deflussi montani, fanno un uso insostenibile delle risorse di acqua blu. E, probabilmente, la quota a rischio della pianura irrigua globale salirà a oltre il 50% nei prossimi decenni.

Il rischio ha due facce. Nel transitorio, lo scioglimento irreversibile di una quota consistente dei ghiacciai sosterrà i deflussi di valle, rinforzando così la riottosità a prendere serie misure di risparmio idrico, per via dell’apparente abbondanza di risorse. A medio termine, la mutazione del regime fluviale ribalterà completamente la situazione. L’idrologia glaciale è l’archetipo della natura bifronte del cambiamento climatico. La transizione potrebbe avere effetti del tutto opposti a quelli che si osserveranno a regime. All’inizio può anche essere sopportata con indifferenza o addirittura con piacere; in alcune aree del pianeta sarà perfino apprezzata. E la differente attitudine delle popolazioni nell’affrontare le crisi, testimoniata da quanto avviene oggi con la crisi pandemica, non promette nulla di buono in termini di condivisione, solidarietà, fratellanza climatica.

Trent’anni fa, l’Enel m’incaricò di esaminare le tendenze evolutive dei ghiacciai alpini, in funzione della capacità produttiva idroelettrica. Potevamo usare dati preziosissimi; soprattutto quelli rilevati sul ghiacciaio alpino del Careser dove, grazie alla visione di Ardito Desio, erano stati installati strumenti di misura in quota (più di 2.600 metri sul livello del mare) già alla fine degli anni ’50. Ho riletto in questi giorni alcune conclusioni della ricerca:

I diversi scenari climatici considerati, anche quando dichiaratamente ipotetici, o quando relativi a condizioni di equilibrio, forniscono utili indicazioni circa la sensibilità dei bacini alpini nivo-glaciali alle modificazioni del sistema climatico e, d’altra parte, si rivelano utili ad una migliore definizione delle strategie di analisi che possono essere adottate. In mancanza dell’effetto smorzante del ghiacciaio, un’alterazione relativamente modesta dei valori di temperatura e/o precipitazione comporta una modificazione significativa del regime dei deflussi, trasformandolo in regime nivo-pluviale (1991).

Gli scenari della ricerca indicavano un ritiro del ghiacciaio sostanzialmente in linea con quanto accaduto in seguito. E devo ammettere che alcuni consigli, scaturiti da questo lavoro, erano ingenui ma tutto meno che insensati: rialzare ove e quanto possibile il coronamento della diga al fine di aumentare la capacità dell’invaso. Erano suggerimenti utili ad aumentare la produttività nel transitorio. E indispensabili per salvaguardare la capacità di regolazione dei deflussi di valle, a regime: se allora era il “lungo termine”, il “regime” lo stiamo iniziando a vivere già oggi.

Consiglio agli amanti della montagna una escursione sulle montagne del complesso Ortles-Cevedale dove si trova il Careser. Se avanti con gli anni, potranno confrontare i loro ricordi con il paesaggio odierno. Alcuni sentieri d’alta quota non sono più fruibili; in alcuni casi, sono stati interrotti dalla riemersione di pareti di roccia. Nell’Ottocento, i ghiacciai trentini si estendevano per 110 chilometri quadrati, scesi a 60 negli anni Cinquanta, 40 negli anni Novanta, fino ai poco più di 30 dei nostri giorni. Tanto i modelli matematici di scenario quanto il buon senso degli osservatori sul campo segnalavano l’accelerazione del fenomeno già trent’anni fa.

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