Un giorno, un individuo accompagnato dal suo avvocato si presenta nello studio di uno psicoterapeuta affermando di essere Diego Armando Maradona. Ma è veramente il campione argentino al quale somiglia come un gemello? O siamo di fronte a una delle tante personalità che agitano la mente malata di un probabile assassino? Il nuovo romanzo di Gianfranco Pecchinenda (Maradona, l’impostore, Ediz. Rogas, pp. 93, € 10,70), docente di Sociologia della conoscenza all’università Federico II di Napoli, è un omaggio al famoso calciatore recentemente scomparso, ma anche un pretesto per riflettere sui dilemmi della formazione dell’identità di una persona. Perché ognuno di noi ha vissuto, come ci spiega Pecchinenda, almeno per qualche momento uno strano sentimento di inadeguatezza, come se ci trovassimo nel posto di un “altro”.

Professor Pecchinenda, in sintesi, che significa avere un’identità?
“Quando parliamo di identità, tendiamo in genere a confondere due processi molto diversi. Una cosa è l’identità intesa come strumento necessario per identificare i ‘nuovi arrivati’. Per esempio, il nome e, prima ancora, il cognome (che serve a indicare l’appartenenza a una famiglia o a un gruppo più ampio); altra cosa è l’identità intesa come autopercezione, che serve agli individui per riconoscere se stessi in quell’identità (nome, cognome, genere, nazionalità) attribuitagli dalla società”.

Potremmo tutti noi essere a volte, inconsapevolmente, degli impostori?
“Direi proprio di si. In genere si dice che una socializzazione è riuscita (ovvero che non ci sono problemi o ‘crisi’ di identità), quando c’è una buona corrispondenza tra l’identità attribuita e quella percepita. Non bisogna però dimenticare che l’identità è sempre un fenomeno relazionale e che quindi, nonostante i nostri continui sforzi di stabilizzazione, essa muta continuamente in rapporto a colui o coloro con cui entriamo in relazione. Al contempo, io non posso attribuirmi un’identità senza che ci sia qualcuno disposto a riconoscerla. Se io affermassi di essere Maradona, verrei immediatamente considerato come uno che ha problemi di identità. Tuttavia, non è necessario arrivare a tanto. Capita a tutti di sentirsi, almeno in alcune circostanze, degli impostori, nel senso di sentirsi non del tutto a proprio agio rispetto alle aspettative degli altri”.

L’identità ha a che fare con quello che noi pensiamo di noi stessi – quindi ricordarsi fatti ed episodi ricorrenti e per noi rilevanti – e che gli altri ci confermano o meno?
“In parte è così, e in questo senso la nostra identità corrisponde a una narrazione che noi facciamo di noi stessi. Bisogna però anche considerare che, più che ‘ciò che noi pensiamo o raccontiamo di noi stessi’, la nostra identità ha a che fare con ‘quello che noi pensiamo gli altri pensano di noi’. Quando ci osserviamo allo specchio, vogliamo vedere ciò che gli altri vedranno quando ci incontreranno. Quando ci raccontiamo agli altri, selezioniamo aspetti diversi delle nostre storie a seconda degli interlocutori. E gli altri, a loro volta, avranno delle aspettative nei nostri riguardi a seconda dei ruoli: di professore, commerciante, alunno, ecc. Tuttavia, non sempre riusciamo ad agire completamente secondo il modello o lo schema atteso. Ed è lì che viene fuori quello che io definisco il sentimento dell’impostura, che poi ho utilizzato in modo letterario attraverso il pretesto dell’altro Maradona”.

Quali sono attualmente i principali ostacoli nella costruzione di un’identità?
“È evidente che quanto più una società è complessa, quanti più saranno i ruoli e le relazioni che dovremo instaurare, maggiori saranno le potenziali ‘crisi’ di identità. La recente diffusione dei nuovi media (in particolare mi riferisco allo smartphone) e dei social, ha fatto emergere inoltre alcune questioni inedite: più che il nome o la professione, oggi vengono richiesti i contatti social, ovvero pacchetti di informazioni attraverso cui ognuno di noi è praticamente schedato, modellizzato. Conoscere qualcuno significa sempre più verificare se c’è una corrispondenza tra ciò che noi dichiariamo (face to face) di essere e il modello che emerge dai nostri profili. Se questa corrispondenza è alta, siamo considerati affidabili (la nostra identità è ‘veramente’ quella), altrimenti emerge un sospetto relativo a un’eventuale impostura”.

Immedesimarsi in un’altra persona, famosa o comunque per noi rilevante per l’ammirazione che proviamo per lei, che funzione ha?
“Noi esseri umani siamo naturalmente predisposti all’imitazione; è attraverso l’imitazione che diventiamo esseri sociali. Ed essere sociali significa soprattutto essere prevedibili. Avere un’identità significa innanzitutto avere una prevedibilità, un comportamento che replichi un modello già noto. Come è risaputo, tali modelli li acquisiamo innanzitutto imitando i padri (e le madri). Successivamente siamo bombardati (in particolare in certi periodi, come l’adolescenza) da possibili opzioni di scelta: il cantante, l’attore, il calciatore”.

Alla fine, per analizzare compiutamente fenomeni mediatici come Maradona, ha davvero senso porsi la domanda chi era veramente Diego?
“Secondo me ha senso. E l’unica risposta possibile è che il ‘vero’ Diego è stato quello che scendeva in campo. Per il resto, come tutti noi, Maradona ha avuto tante identità: a seconda dell’età, delle relazioni che ha instaurato, delle attività che ha intrapreso. In un’occasione, di fronte al rimprovero di essere un cattivo esempio per i giovani, egli stesso rispose che lui poteva essere considerato un buon esempio, ma solo come calciatore. Per tutto il resto, ognuno avrebbe fatto meglio a guardare ai modelli esistenti nelle proprie case, perché – come aveva ben capito, nella sua semplicità – è da lì che i giovani ricavano realmente i loro principali modelli di identificazione”.

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