Il tema delle elementari, le foto da bambino con la maglia della squadra del cuore, i poster in cameretta, le dichiarazioni su quanto siano speciali i tifosi del nuovo club: molti grandi trasferimenti si portano appresso questo teatrino che, di volta in volta, si arricchisce di elementi sempre più artificiosi. Per sua sfortuna, Jefferson Louis non è mai diventato un attaccante da grandi palcoscenici, altrimenti chissà cosa avrebbe dovuto inventarsi una volta arrivato a indossare la 40esima casacca diversa di una carriera nomade da Guinness dei primati. A fine ottobre l’attaccante inglese ha firmato un contratto con il North Leigh, squadra della Southern League, che assieme alla Isthmian League e alla Northern Premier League forma il settimo e l’ottavo livello della piramide calcistica britannica. Il 2 gennaio ha giocato titolare nella trasferta sul campo del Didcot Town, aggiornando le sue statistiche: 27 anni da professionista, 43 trasferimenti su mercato in 40 club diversi, ai quali va aggiunta la nazionale della Repubblica Dominicana, rappresentata in un’occasione nel 2008 per una gara di qualificazione ai Mondiali sudafricani persa 1-0 contro Barbados.

Giramondo non è l’aggettivo giusto per Louis, visto che la sua carriera si è sempre sviluppata all’interno dei confini del Regno Unito. Niente a che vedere con il nomadismo dell’uruguaiano Sebastián Abreu, 31 club cambiati in 11 paesi e 4 continenti diversi, o del tedesco Lutz Pfannenstiel, che di squadre ne ha cambiate “solo” 27 stabilendo però il primato dell’unico calciatore al mondo ad aver giocato da professionista in tutti i sei continenti. Tolto il caso di Abreu, calciatore di fama internazionale, resta forte il sospetto che nei citati colleghi il desiderio di affermazione professionale abbia progressivamente lasciato il campo al tentativo di ritagliarsi i wahroliani quindici minuti di fama puntando a record tanto curiosi quanto effimeri. Scivolando talvolta nell’effetto macchietta, come quando Louis ha dichiarato di sentirsi oggetto di una maledizione perché nessun club ha mai creduto in lui. “L’etichetta da girovago mi ha penalizzato, gli allenatori mi consideravano una mela marcia ancora prima di conoscermi”. Ma da quando, al termine della stagione 2008-2009, ha lasciato i gallesi del Wrexham nella terza serie inglese iniziando la peregrinazione nelle divisioni inferiori, l’attaccante ha cambiato 25 club, e solo tre volte in prestito. Numeri più da cacciatore di primati che da talento incompreso, considerata anche l’età oltre i trenta.

Eppure c’è stato un periodo in cui Jefferson Louis poteva legittimamente ambire a un posto al sole. Nel 2002 aveva firmato con l’Oxford United per quello che, con molta ironia, il Sun ha definito il suo “periodo Tottiano”. Con gli U’s è infatti rimasto per due stagioni, come mai più gli sarebbe capitato. In Third Division ci era arrivato portando con sé la tipica storia di redenzione e riscatto, iniziata dopo sei mesi trascorsi nel carcere di Woodhill per guida pericolosa. Già ricercato per aggressione (anche se la causa furono degli insulti razzisti ricevuti), Louis venne inizialmente condannato a un anno di prigione, prima di ottenere una riduzione della pena. In un’intervista al Daily Telegraph il diretto interessato ha indicato il carcere quale momento di svolta della sua carriera e della sua vita, da quel momento totalmente focalizzata sulla sua carriera da calciatore. Nel 2003 decise con un gol il secondo turno di FA Cup contro lo Swindon Town, regalando all’Oxford United una sfida di grande prestigio contro l’Arsenal degli Invincibili, squadra di cui Louis è sempre stato tifoso. I riflettori, su di lui e la sua squadra, durarono fino al giorno della partita, quando sono bastati pochi minuti (e un gol annullato all’Oxford United per fuorigioco) per far capire che il divario tra le due compagini, al netto delle due categorie di differenza e nonostante le molte assenze dell’Arsenal (Sol Campbell, Patrick Vieira, Thierry Henry, Ashley Cole, Fredrik Ljungberg), era troppo per far ipotizzare un giant killing. Finì 2-0, con apertura di Dennis Bergkamp – al 100esimo gol con i Gunners – e chiusura di Robert Pires direttamente da calcio d’angolo, con traiettoria deviata nella propria porta dal difensore Scott McNiven. Louis entrò in campo nella ripresa senza lasciare alcuna traccia. Nonostante un (flebile) interesse dell’Aston Villa, qualche mese dopo Louis, che non aveva nemmeno un agente, era già al Forest Green Rovers, inizio della girandola di occasioni perse e incroci mancati che hanno caratterizzato una storia non ancora finita.

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