Caro Francesco, so che posso rivolgermi a te in questo modo confidenziale anche se sei un Pontefice perché quando ti hanno scelto come simbolo della cristianità nel mondo, tu stesso hai detto che ti sarebbe piaciuto che tutti ti chiamassero così.

Mi sei piaciuto subito, Francesco, e credo di poter parlare a nome di tante persone perché avevamo tutti bisogno di un Papa vicino alla gente e soprattutto di un uomo di fede e di Chiesa che non giudicasse coloro che non rientrano in quel “maschio o femmina” creato da Dio secondo la Genesi. Il giorno che hai ammesso: “chi sono io per giudicare un gay?” in tanti, maschi e femmine, eterosessuali e omosessuali, credenti e atei, religiosi e laici, ti abbiamo fatto una òla da far impallidire persino il tuo connazionale Diego Armando Maradona.

E quando hai fatto dimettere quei vescovi, uno pure argentino, che avevano coperto preti accusati di violenze su minori, ti abbiamo stimato ancora di più e abbiamo sperato che non si arresti mai questa tua intenzione di fare piazza pulita di chi, approfittando della sua veste di religioso, prende per mano coloro che si fidano di lui e li conduce nell’inferno degli abusi più odiosi che possano esistere, quelli su chi è più indifeso.

Ci sei piaciuto tanto anche quando hai capito che su questa palla di fango c’è così tanto bisogno di spiritualità che alcune persone credono ai miracoli anche quando non c’è niente di miracoloso e invece di affidarsi alla scienza per guarire dalle malattie, si affidano a veggenti non sempre in buona fede. Tanti presunti prodigi e presunte apparizioni non ti hanno convinto perché in tanti si approfittano delle persone che soffrono e quando hai risposto ai giornalisti: “la Madonna è Madre, non è il capo di un ufficio postale che dà appuntamento al veggente il tale giorno alla tale ora!” sei stato un grande, Francesco, sei stato uno di noi.

E quanto ti abbiamo sentito vicino quel pomeriggio che, solo, in una piazza San Pietro deserta, in un silenzio assordante rotto solamente dalle sirene delle ambulanze, hai affidato a Dio l’umanità in balia della tempesta della pandemia, un pomeriggio che scandirà la storia di tutti noi, di chi c’era, di chi non c’è più e di chi non era ancora venuto al mondo.

L’altro giorno però, hai fatto qualcosa che ci ha ferito, hai detto che “le coppie non vogliono più fare figli ma hanno due cani, due gatti… cani e gatti che occupano il posto dei figli e questo rinnegare la paternità e la maternità ci toglie umanità”. Vedi Francesco, per noi un cane o un gatto è una creatura di cui prenderci cura perché non siamo noi a possedere loro ma sono loro a possedere noi.

Per noi sono esseri capaci di darci un amore incondizionato senza chiedere niente in cambio perché ci hanno scelti per condividere un pezzo di strada insieme per il tempo, troppo breve, che Dio ha concesso loro sulla Terra. Per noi sanno parlare senza bisogno di usare il nostro linguaggio, con gli sguardi, con il muso umido contro il nostro, con le fusa, con la coda gioiosa agitata nell’aria, e dicono più di quello che direbbero mille parole.

Per noi spesso sono gli unici in grado di capire davvero quando stiamo male, di accoccolarsi vicino al nostro dolore e di assorbire l’energia negativa che imprigiona il nostro corpo o la nostra anima. Per alcuni di noi sono i figli che Dio non ci ha mandato, è vero, ma senza l’intenzione di sostituirsi a un bambino perché se ci fosse stata concessa la possibilità di diventare genitori, nel nostro cuore ci sarebbe stato posto per tutti. Per noi sovente sono una medicina preziosa che ci aiuta ad alleviare la sofferenza di aver perso qualcuno che amavamo. Per molti di noi sono un bacio, una carezza, una preghiera quando rimaniamo soli ma sappiamo che soli non siamo.

Per noi sono tutto e non potremmo più neppure immaginare di vivere senza di loro e quando muoiono, una parte di noi muore con loro. Senza polemica, caro Francesco, ma il Santo di cui tu porti il nome, sarebbe di certo d’accordo con noi.

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