Solo una cosa riesce a imprimersi nella memoria più di una lucente vittoria. Ed è la più tetra disfatta. Perché la sconfitta ha una sua estetica perversa e ammaliante. Crea empatia nello spettatore, ma lo spinge a compiacersi delle lacrime, dei segni del dolore. Niente come la débâcle genera frammenti in grado di sovrapporsi al quadro completo, immagini che raccontano di sé in maniera residuale. La propria sofferenza chiamata a spiegare alle generazioni future la gioia altrui. Nei secoli dei secoli. Amen.

L’iconografia del fallimento è piuttosto variopinta. La schiena di Oliver Kahn appoggiata contro il palo dopo la finale persa contro il Brasile nel 2002. Le facce dei giocatori olandesi sprofondate nell’erba verde dopo la sconfitta contro l’Argentina. E ancora il dieci bianco sulla schiena azzurra di un Roberto Baggio malinconico e svuotato, quasi immobile, con le mani appoggiate ai fianchi e lo guardo fisso sul prato di Pasadena. La bocca di Franco Baresi accartocciata dal dolore mentre piange sulla spalla di Arrigo Sacchi negli Stati Uniti. Istantanee che sono entrate nella storia. Ma dalla parte sbagliata. Basta osservarle per una frazione di secondo per richiamare alla mente il nome del vincitore. Perché la vera funzione del vinto è sempre stata quella di permettere l’incoronazione del vincente. Almeno fino a qualche mese fa.

Mai come in questo 2021, infatti, la sconfitta è riuscita a emanciparsi, a diventare molto di più del semplice contrario di successo. Il secondo non è più il primo dei perdenti, ma l’autore di un’impresa comunque straordinaria. E che proprio per questo deve essere celebrato. Nell’era dell’accumulo di titoli, del consumismo sportivo che fagocita e oblia i perdenti, qualcuno ha portato a termine l’opera più difficile: trasformare la vittoria in orpello. O quanto meno in un elemento non decisivo per la misurazione della propria grandezza. L’ultimo a riuscirci, appena qualche settimana fa, è stato Lewis Hamilton, l’uomo-macchina dei Kraftwerk applicato alla Formula 1, il pilota capace di far segnare un giro veloce dietro l’altro fino a creare intorno a sé un vuoto. Sportivo, ma soprattutto emotivo. Anno dopo anno, successo dopo successo, la sua superiorità è stata così abbacinante da generare quasi diffidenza. E quando le favole durano troppo a lungo, si finisce sempre per tifare per l’antagonista.

Ad Hamilton è stato imputato di tutto. Dal guidare l’auto più veloce e affidabile fino al non aver avuto avversari buoni a plasmare una rivalità simile a quelle che hanno reso grande la Formula 1 del passato. È andata avanti così fino al GP di Abu Dhabi. Per 57 giri Lewis è stato semplicemente Lewis. Ha bruciato Verstappen alla partenza e ha iniziato a fare quello che gli riesce meglio: creare un solco fra sé e gli altri. Un proiettile che non poteva essere arrestato in nessun modo. Neanche dai sette secondi che gli sono stati portati via dal sacrificio di Sergio Pérez, Sancho Panza che si è immolato per un Don Chisciotte che alla fine ha vinto, ma non per merito del suo scudiero. Il suo ottavo titolo mondiale, quello che gli avrebbe permesso di superare Schumacher, è evaporato all’ultimo giro. Merito di un Max Verstappen portentoso, feroce nella sua determinazione, ferino nella sua concentrazione. Ma anche dell’uscita della safety car e di un treno di gomme più fresco montato sulla monoposto dell’olandese. Dettagli che hanno fatto saltare in aria lo steccato che separa la sconfitta dalla vittoria. E che rendono il successo un elemento secondario rispetto alla grandezza di chi ha lottato per ottenerlo.

Così come non può essere considerato una disfatta il secondo posto di Robert Lewandowski al Pallone d’Oro 2021. Negli ultimi due anni l’attaccante polacco ha realizzato quello che un centravanti di buon livello mette insieme in una carriera: 55 reti nel 2019/2020, 48 nel 2020/2021. Una cifra impressionante. Ma la contabilità del suo talento non può limitarsi ai gol. Perché per il Bayern Lewa è tante cose insieme: rappresenta quel punto di fusione perfetto fra singolo e collettivo, l’uomo che finalizza e costruisce allo stesso tempo. Una parabola che difficilmente potrà essere replicata. Anche perché Robert, di beffe, ne ha subite due. L’anno scorso, quando ha trascinato il Bayern alla vittoria della Champions League, France Football ha deciso di non assegnare il Pallone d’Oro. Sarebbe stato irrispettoso consegnarlo in piena pandemia, avevano fatto sapere. Poi, quando tutti si aspettavano un risarcimento, ecco che il verdetto della giuria ha premiato Messi. Robert è rimasto a guardare. Senza nascondere la propria amarezza. Chiarendo immediatamente che di premi di consolazione non vuole neanche sentir parlare.

La maestosità della sconfitta di Lewandowski ne ha alterato il significato ultimo. Perché mette ancora una volta in risalto le contraddizioni di un riconoscimento che utilizza criteri soggettivi per celebrare l’assoluto, di un premio che ormai fa notizia al contrario, non per il nome di chi lo riceve, ma di chi resta a mani vuote. Che questo fosse l’anno dell’elevazione a sistema del pensiero di De Coubertin si era capito a luglio, quando un ragazzo di 25 anni si era trasformato nel primo italiano a ad arrivare in finale a Wimbledon. E dopo che Djokovic aveva accartocciato il suo sogno un punto dopo l’altro, dopo che i desideri di gloria si erano sbriciolati in polvere, Matteo Berrettini aveva fatto i complimenti al suo rivale e aveva mostrato orgogliosamente alle telecamere il suo premio da secondo classificato. La sua faccia non era quella “allegra dell’italiano in gita”, ma il volto soddisfatto di chi sa di aver dato tutto. Perché non c’è nessuna onta nel perdere contro il più forte. Un paio di settimane dopo era toccato a Federica Pellegrini.

A Tokyo la Divina si era qualificata per la quinta finale olimpica della sua carriera. Nessuno ci era mai riuscito prima. Le speranze di medaglia erano flebili. Ma per una volta l’importante non era arrivare, ma partire. Un capovolgimento della logica che diventa capolavoro, il finale perfetto di una carriera passata a infrangere record, a triturare le avversarie. Una bracciata dopo l’altra, una boccata d’ossigeno dietro l’altra. Fino a trasformare la sua vicenda personale in romanzo collettivo. Non più campionessa semplice, ma ultima grande rockstar dello sport italiano. Nessuno come lei è stato capace di unire. Perché nessuno come lei è stato capace di dividere. Fino a quella finale olimpica. Fino a quel settimo posto. È lì che si è celebrata la pace con chi per anni l’ha criticata, con chi l’ha giudicata più per i gossip che per le sue imprese. Per anni la Pellegrini ha ricordato l’Esterina di Eugenio Montale, quella ragazza eternamente ventenne alla quale il poeta scriveva: “L’acqua è la forza che ti tempra, nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi”. E così è stato.

Federica ha avuto mille vite, ma soprattutto ha mostrato le due facce di tutte le medaglie che ha vinto. Gioia e sofferenza, trionfo e umiliazione, sicurezza e fragilità. E quel settimo posto le ha dato quello che nessuna vittoria le aveva dato prima: l’amore incondizionato da parte dei tifosi. E pensare che il processo di relativizzazione del successo era iniziato con un bacio. Il 29 maggio il Chelsea aveva affrontato il Manchester City nella finale di Champions League. Guardiola aveva mandato in campo una squadra senza mediani di copertura. Una scelta che aveva generato discussioni infinite. Soprattutto perché la partita era stata decisa da un gol di Kai Havertz. Una delusione immensa. Soprattutto per una squadra che aveva speso quasi un miliardo di euro sul mercato. Il giorno dopo le critiche sarebbero state tutte per Pep. Ma prima l’uomo di Santpedor aveva sfilato sul prato di Oporto e aveva posato le labbra sulla medaglia d’argento. D’altra parte per chi è riuscito a rivoluzionare uno sport la sconfitta è un fatto incidentale, ha un valore relativo. Perché a vincere è uno solo. Ma non è detto che gli altri debbano per forza perdere.

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