Ciò che si fa con il tempo, il tempo lo rispetta (Rodin)

Quanto tempo dedicare a un progetto fotografico? Un giorno, un mese, dieci anni? A deciderlo è, nel migliore dei casi, l’autore, spesso è invece il committente (testata giornalistica, editore o altro) che, di solito, ha molta fretta. Ma quando Eugene Smith non rientrava alla redazione di Life col lavoro finito nei tempi prestabiliti, guadagnandosi le ire di direttore e photo editor, rispondeva semplicemente che di tornare se ne parlava solo a patto di avere in mano tutte le immagini necessarie. E aveva ragione lui.

Insomma, i tempi di un progetto fotografico li dovrebbe stabilire il progetto stesso, nel momento in cui il fotografo sente che può finalmente ritenerlo concluso. E’ un “lusso” che quasi nessuno può permettersi o ha il coraggio di permettersi, oggi più che mai. Quasi nessuno. Dentro quel quasi c’è Fabio Ponzio, fotografo noto e pluripremiato quanto schivo e coerente.

Ho tra le mani un suo recente libro che racchiude ventidue anni di permanenze nei paesi dell’est europeo, dal 1987 al 2009, uscito in doppia edizione (East of Nowhere, Thames & Hudson e À l’est de nulle part, Actes Sud) con prefazione di Herta Müller, Premio Nobel per la letteratura 2009. Non sono solo viaggi i suoi, sono immersioni, sono appartenenze, sono rispecchiamenti. E l’orologio di Ponzio ha così cambiato “andatura”, si è sincronizzato con la dimensione spazio-temporale di un universo parallelo che noi chiamiamo Est, inteso come l’ex blocco dei Paesi filo-sovietici. Un tempo lento, un tempo rapportato più alla natura che ai ritmi urbani. E anche dopo lo sgretolamento di quei regimi e dei muri, le persone hanno sostanzialmente mantenuto quel passo, nonostante la progressiva occidentalizzazione con le varie aperture al consumismo e ai nostri modelli. Ventidue anni restituiti attraverso fotografie non di fatti ma di atmosfere. Non di cronaca ma di storia. La velocità è il tempo della cronaca, la durata quello della storia.

Scrive Fabio Ponzio: “Per fare una buona fotografia devi trovare dentro di te un grado di concentrazione che non richiede un giorno e nemmeno una settimana per essere raggiunto”; e ancora “Se non coltivi il rispetto per lo scorrere del tempo durante i giorni, i mesi e gli anni della tua vita, non puoi capire come gestire quell’ultimo istante in cui la fotografia viene creata”.

In queste parole si percepisce un approccio al gesto fotografico che sembra quasi una pratica di meditazione: si parla di concentrazione, e le situazioni, per essere comprese e fotografate, devono prima essere “respirate”. Il tempo è circolare, la foto è il punto di arrivo di un percorso personale. Così, in piena coerenza con questa visione, l’autore ha deciso di chiudere il cerchio facendo coincidere la prima tappa di questo cammino con l’ultima: la città di Istanbul.

Percorsi di una ricerca fotografica, certo, ma anche di un ricerca di sé e di una personale sfida. Sfida alle perverse logiche di un sistema – da lui precedentemente vissuto e subìto – che chiede ai fotografi prestazioni “a cottimo” togliendo, nella gran parte dei casi, la libertà, la lucidità, l’approfondimento e, in definitiva, il piacere di misurarsi con la vita, propria e altrui; castrando di norma anche un’altra fase fondamentale, il controllo dell’editing, del “montaggio”, insomma delle scelte relative alla restituzione della propria visione. Cosa che invece Ponzio ha qui curato in prima persona.

Rivendicare questo naturalmente ha un prezzo e, come per la conquista della vetta da parte di un alpinista, lo sforzo, i sacrifici personali, la sofferenza vanno attraversati quasi stoicamente per raggiungere l’obiettivo finale. Una condizione che ha fatto sentire l’autore ancora più vicino alle persone che andava fotografando come “gobbi” sotto il peso di una predestinazione, ma senza per questo essere degli sconfitti o rinunciare alla dignità. Gobbi capaci di guardare verso l’alto anziché verso il basso.

Ponzio ha viaggiato col sacco a pelo, in tenda, con mezzi di fortuna, escludendo programmaticamente il superfluo e ogni zavorra sia fisica che mentale. E più annusava aria di fallimento più trovava motivazioni per proseguire. Esattamente come gli abitanti di quei territori. Tutto ciò lo ritroviamo in questa potente serie di fotografie che dimostrano come nelle cose, per raccontarne l’essenza più profonda, bisogna entrarci, non basta sfiorarle. Col tempo che ci vuole. E per lavori come questo, fatti di lunghe strade da percorrere, bisogna entrare anche in un buon paio di scarpe comode, accessorio fotografico di primaria importanza, come raccomanda Josef Koudelka.

A proposito: Fabio Ponzio, nel chiudere il cerchio di questa sua esperienza, ventidue anni dopo, là dove era iniziata, a Istanbul, prima di rientrare, si è tolto le scarpe che lo avevano accompagnato e le ha lasciate in quella città, simbolo da sempre del confine tra Oriente e Occidente.

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Photo credits © Fabio Ponzio

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