Per Francesco Lo Voi il 22 dicembre rischia di essere un giorno magico. Un Natale anticipato da festeggiare ogni anno. E non solo perché è in questa data che il plenum del Consiglio superiore della magistratura formalizzerà la sua nomina al vertice della procura di Roma, salvo colpi di scena. Nel 2014 Giorgio Napolitano scelse proprio il 22 dicembre per firmare decreto di possesso anticipato che aveva consentito a Lo Voi d’insediarsi a tempo record al vertice della procura di Palermo: una scelta che all’epoca qualcuno interpretò come un modo per sopire sul nascere le polemiche su un’elezione contestata. Sette anni dopo pure la vittoria di Lo Voi nella corsa alla guida della procura di Roma è tutt’altro che estranea alle lotte intestine interne al mondo delle toghe. La successione di Giuseppe Pignatone, che di Lo Voi è amico e in un certo senso maestro, ha avuto un ruolo centrale nel terremoto che ha scosso il mondo della magistratura. Anzi per qualcuno la causa scatenante della faida che ha lacerato il mondo della toghe è rappresentata proprio dalla corsa alla guida della procura di Roma: titolato a indagare sulla maggior parte dei reati contestati ai politici, l’ex “porto delle nebbie” è l’ufficio inquirente più delicato del Paese.

Gennaio 2019 – Il saluto tra Salvini e Lo Voi

La corsa alla procura di Roma – In questo senso l’elezione di Lo Voi sembra un remake di quanto accaduto nel 2014. All’epoca la procura che maggiormente impensieriva i palazzi romani era quella di Palermo. L’inchiesta sulla cosiddetta Trattativa tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra aveva portato a un violento scontro tra i magistrati siciliani e il Quirinale: Giorgio Napolitano era arrivato a sollevare un conflitto d’attribuzione davanti alla Consulta per ottenere la distruzione delle intercettazioni con Nicola Mancino. E proprio un irrituale intevento del Colle aveva spianato la strada della procura di Palermo a Lo Voi, che all’epoca era il più giovane e inesperto dei candidati alla guida dell’ufficio inquirente siciliano. E che invece alla fine riuscì nell’impresa di torna a Palermo da procuratore capo. Questa volta, invece, l’elezione a Roma chiude un iter accidentato cominciato nella primavera del 2019. Prima l’inchiesta su Luca Palamara aveva azzoppato la corsa di Marcello Viola, procuratore generale di Firenze (ma siciliano come Pignatone e Lo Voi) che fino a quel momento era il favorito. Poi, dopo lo scoppio dello scandalo sulle nomine, Palazzo dei Marescialli aveva optato per Michele Prestipino, ex procuratore aggiunto pure lui fedelissimo di Pignatone, scelto per guidare la procura di piazzale Clodio. Un regno breve, visto che quella nomina è stata annullata dal Tar e dal Consiglio di Stato. È in questo modo che Lo Voi è tornato prepotentemente in corsa a due anni e mezzo dal pensionamento di Pignatone.

Da Napolitano a Berlusconi: un magistrato trasversale – Si può dire che il magistrato siciliano è uno che sa aspettare il suo momento senza farsi influenzare da polemiche e veleni. E soprattutto senza fare rumore. Silenzioso e affidabile, avveduto e felpato, moderato ed equilibrista, Lo Voi è sempre stato capace di raccogliere un gradimento bipartisan: negli anni è stato apprezzato da Napolitano e da Matteo Renzi ma pure da Silvio Berlusconi, che lo indicò come membro italiano a Eurojust. D’altra parte già nel 2014 la sua candidatura a procuratore di Palermo era stata appoggiata al Csm da Maria Elisabetta Alberti Casellati, in quel momento membro laico in quota Forza Italia e oggi presidente del Senato. Più complicato il rapporto con Matteo Salvini: nel 2019 i giornali avevano pubblicato la foto che immortalavano il leader della Lega mentre salutava affettuosamente il magistrato siciliano durante un evento all’interno di un ristorante romano. Nell’aprile scorso, però, la procura guidata da Lo Voi ha ottenuto il rinvio a giudizio dell’ex ministro dell’Interno per il caso Open Arms. Questa capacità di ottenere un consenso trasversale ha portato Lo Voi a ottenere voti provenienti da tutte le correnti già in commissione: dopo il precedente della Casellati, anche questa volta il suo nome è stato proposto dal consigliere laico di Forza Italia, Alessio Lanzi. A votarlo Alessia Dal Moro, consigliera togata di Area, la corrente progressita delle toghe, il moderato di Unicost Michele Ciambellini, il presidente della commissione Antonio D’Amato, esponente di Magistratura Indipendente, la componente più conservatrice della quale fa parte lo stesso Lo Voi.

Il no al processo Andreotti e il saluto a Salvini (suo indagato) – Nato a Palermo nel 1957, in magistratura dal 1981, Lo Voi era pm in Sicilia già ai tempi di Giovanni Falcone, del quale si è sempre professato amico. Resta sostituto procuratore anche durante la stagione di Gian Carlo Caselli, negli anni Novanta, quando si occupa di mafia militare, contribuendo all’arresto e alla condanna all’ergastolo di centinaia di boss, da Totò Riina a Leoluca Bagarella. Quindi passa alla procura generale: in molti a Palermo ricordano quando da sostituto pg rifiutò di rappresentare la pubblica accusa nel processo d’appello a Giulio Andreotti. Indelebile, nella memoria di alcuni colleghi palermitani, anche il suo rifiuto, nei giorni immediatamente successivi alla strage di via d’Amelio, a schierarsi con gli 8 pm che si erano dimessi in polemica con il procuratore Pietro Giammanco, principale oppositore di Paolo Borsellino. Dopo l’esperienza da sostituto pg, l’approdo al Csm come membro togato: nel 2006 a Palazzo dei Marescialli appoggiò Piero Grasso nella contestatissima corsa alla procura nazionale Antimafia contro Caselli, quindi votò Pignatone come nuovo procuratore capo di Palermo. Finito il mandato a Palazzo dei Marescialli vola all’estero: il governo Berlusconi, su indicazione di Angelino Alfano, lo sceglie per rappresentare l’Italia all’interno di Eurojust.

La nomina a Palermo dopo le lettere del Quirinale – È da lì che la carriera di Lo Voi spicca il volo. Da L’Aja il magistrato invia la sua candidatura alla guida della procura di Palermo. All’inizio sembrava non avere possibilità. Per prendere il posto di Francesco Messineo, infatti, al Csm erano arrivate le candidature di due magistrati più esperti: quella dell’allora procuratore di Messina, Guido Lo Forte, e quella dell’ex capo dell’ufficio inquirente di Caltanissetta, Sergio Lari. Sono più anziani di Lo Voi, che all’epoca non aveva ancora mai diretto un ufficio giudiziario. E infatti nell’estate del 2014 la commissione incarichi direttivi del Csm indica Lo Forte come candidato favorito. Dal Quirinale, però, era arrivata una lettera, che ordinava a Palazzo dei Marescialli di procedere con maggiore urgenza alla nomina degli incarichi vacanti da più tempo. La missiva era firmata dal segretario generale del Colle, Donato Marra, che aveva appena testimoniato a Palermo davanti alla corte d’assise che celebrava il processo sulla Trattativa. Il risultato è stato l’azzeramento del vantaggio di Lo Forte, il rinvio della nomina al nuovo plenum – rinnovato dopo le elezioni – e la consecutiva vittoria di Lo Voi. Che aveva provocato roventi polemiche. “Lo Voi? Aveva meno titoli e meno anzianità degli altri: e infatti ha vinto”, commentò sarcastico l’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. “Perché ha vinto? – continuava l’ex pm – Perché al Csm contano di più le regole della politica rispetto a quelle del diritto”.

Palamara e la colazione di Pignatone – Anni dopo a spiegare che tipo di logiche si erano mosse dietro alla nomina di Lo Voi sarà Palamara, l’ormai ex pm al centro dell’indagine che ha terremotato il mondo della magistratura. Davanti alla commissione Antimafia, Palamara ha spiegato che Lo Forte “era considerato un magistrato sostenitore dell’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia, che come noto lambiva, per usare un eufemismo, il Quirinale”. Lo Voi, invece, “veniva ritenuto uno con un atteggiamento più morbido” nei confronti della medesima inchiesta. Dopo la vittoria di Lo Voi sia Lo Forte che Lari si opposero, facendo ricorso al Tar. E il tribunale amministrativo diede loro ragione, annullando l’elezione del procuratore capo di Palermo: una decisione che però venne poi ribaltata dal Consiglio di Stato alcuni mesi dopo. Nei giorni precedenti a quella sentenza, Palamara ha sostenuto di aver ospitato a casa sua un incontro a colazione tra Pignatone – grande sponsor di Lo Voi – e Riccardo Virgilio, presidente della sezione di Palazzo Spada che aveva in mano quel fascicolo. “Interloquirono tra di loro, ma io non ero presente a quel discorso. I fatti poi sono andati come sappiamo: il Consiglio di Stato ha ritenuto legittima la nomina di Lo Voi“. Sempre a Palazzo San Macuto, l’ex magistrato ha ricordato come nei mesi successivi sia Virgilio che Nicola Russo, il giudice relatore della sentenza favorevole a Lo Voi, finirono sotto inchiesta per corruzione in atti giudiziari. L’accusa era quella di aver “venduto” alcune sentenze del Consiglio di Stato. Le contestazioni, però, non riguardavano in alcun modo la decisione che ha blindato Lo Voi al vertice della procura di Palermo. Sette anni dopo il magistrato siciliano è pronto a incassare un nuova promozione. E’ anche questa volta è il 22 di dicembre.

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Csm, il giorno del nuovo procuratore di Roma: in pole c’è Lo Voi. Tra accordi e ricorsi, tutte le tappe di un’odissea nata dal caso Palamara

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