Il via vai di persone c’è sempre: camici bianchi e camici azzurri, a passo svelto. Sembra che tutti sappiano dove andare. Il ricordo della prima ondata, in quello che fu l’ospedale al centro della pandemia, Bergamo, è impresso nella memoria di chi giorno e notte ha percorso i lunghi corridoi del Papa Giovanni XXIII. A distanza di quasi due anni, il peggio pare essere alle spalle. Eppure la preoccupazione è tornata a crescere. Fabrizio Fabretti, direttore dell’Unità di Anestesia e Rianimazione che oggi si occupa dei pazienti Covid, trascorreva in quel periodo 12-14 ore al giorno in quella che per due mesi è stata, di fatto, la sua seconda casa: la Terapia intensiva, allestita nella cosiddetta Piastra, tra la Torre 3 e la Torre 4. Tra marzo e aprile del 2020 i posti letto, ricavati negli altri reparti per poter accogliere le persone in fin di vita, col livello di saturimetria ai minimi, erano circa 120. Uno sproposito, se si considera che il numero, in un periodo “normale”, è di molto inferiore (48 più 16 pediatrici). “È stato un dramma“, racconta, “non dimenticheremo mai quei giorni. Il problema, però, è che le cose sono tornate a peggiorare”.

Dottor Fabretti, i suoi colleghi della Società Italiana Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva hanno fatto una sorta di appello al governo perché, dicono, se non si interviene tra un mese le rianimazioni saranno piene. È così?
Sì, e mi sento di condividere l’appello. Nelle ultime due settimane c’è stato un sensibile incremento dei ricoveri nel reparto di Malattie infettive. Da lì, in automatico, un incremento di posti occupati in Terapia intensiva. Riusciamo a dimettere qualcuno, ma poi arriva un nuovo paziente. A oggi, i posti letto sono tutti occupati. E se il trend è questo, dovremo aumentarli. La Lombardia ha aumentato i posti letto, da oggi, a 75, e solo due sono liberi (domenica i ricoverati erano 61, ndr). Negli altri ospedali della Bergamasca si stanno attrezzando con ulteriori spazi per la degenza.

Per Agenas, l’agenza del ministero della Salute per i servizi sanitari regionali, in Italia ci sono 9.044 posti letto di terapia intensiva. Ma sono ipotetici, cioè sono attivabili in caso di emergenza. Le Regioni avrebbero dovuto predisporne 3500 in più, ma si sono fermate a meno di mille. Le risulta?
Purtroppo è così, l’aumento è stato minimo. Non ci siamo ancora adeguati a un piano stabile che superi il ricorso all’emergenza. Il problema è che oltre ai macchinari, mancano rianimatori e infermieri. E per formarli servono anni.

Sul fronte dei contagi e dei ricoveri, stiamo tornando pericolosamente indietro nel tempo?
Temo che a dicembre avremo il picco. Bisogna spingere con le terze dosi e convincere chi non si è ancora vaccinato a farlo. E va reintrodotto l’obbligo di mascherina, ovunque, anche all’aperto. Detto ciò, spero si possano mantenere livelli accettabili di pressione sugli ospedali. Ma c’è un altro problema.

Mi dica.
Già oggi c’è il rischio di lasciare indietro i pazienti non Covid. Mi riferisco, per esempio, ai malati oncologici. Persone che aspettano un grosso intervento, magari un’esportazione di un tumore, e che rischiano di dover aspettare. Ci tengo a sottolineare che i pazienti Covid sono come tutti gli altri e che, naturalmente, li curiamo al meglio delle nostre possibilità. Tuttavia, se avessero una maggiore sensibilità nei confronti del vaccino, potremmo gestire tutti i malati con maggiore tranquillità.

Sta dicendo che la maggior parte delle persone ricoverate in Terapia intensiva non è vaccinata?
Sì, è così. Circa nove su dieci non hanno ricevuto alcuna dose. E nel 90% dei casi, chi entra in Terapia intensiva ed è vaccinato esce sulle proprie gambe. Senza vaccino, la percentuale scende di molto. L’età media varia dai 50 agli 80 anni, ma abbiamo avuto anche 35-40enni. Dietro alle persone che non si vaccinano ci sono le motivazioni più disparate. In genere c’è la paura. Gli irriducibili, quelli iper convinti, di solito sono pochi. Ma sono anche i più agguerriti. Quando siamo costretti a intubarli, perché i presidi non invasivi non hanno avuto effetto, come il Cpap o il ventilatore con la maschera facciale, ci dicono che vogliamo ucciderli. Addirittura che vogliamo rubare loro i soldi. Alcuni ci dicono come dobbiamo curarli, attingendo alle terapie più strane, che non sono previste in letteratura.

Gli “irriducibili” restano tali anche quando vengono dimessi?
Alcuni si scusano e ci ringraziano. Ma sono pochi. Qualcuno chiede quando potrà fare il vaccino. Ma quando escono dall’ospedale, non sappiamo cosa fanno. Ma mi faccia aggiungere una cosa. Vorrei che chi non vuole vaccinarsi pensasse ai rischi a cui si espone: abbiamo ricoverato un paziente, per circa 15 giorni, trattandolo con presidi non invasivi. Le abbiamo provate tutte, ma non sono bastati, e abbiamo dovuto intubarlo. Il che significa sedarlo e, se la condizione persiste, sottoporlo a tracheotomia. È rimasto intubato, attaccato a una macchina, per 55 giorni. Alla fine, è migliorato, si è svegliato, ma si leggeva nei suoi occhi la paura di morire.

Vuole fare un appello alla vaccinazione?
È molto semplice. Si tratta di scegliere tra un rischio minimo, vicino allo zero, e un rischio molto più consistente. Chi non vuole vaccinarsi, si faccia convincere da chi vede pazienti Covid in fin di vita, che non hanno altre comorbidità, ma solo danni ai polmoni, e fa il possibile per curarli. Non sto parlando solo dei rianimatori, ma anche degli infermieri, che fanno un grandissimo lavoro, di grande sacrificio, anche fisico, e che voglio ringraziare pubblicamente.

La politica sta pensando a un certificato verde rinforzato destinato solo a persone vaccinate o guarite, è d’accordo?
Sono completamente d’accordo, salvo i casi di persone che per comprovati motivi non possono vaccinarsi. Il green pass ha funzionato, ma per mantenere le attività aperte e gli ospedali con poca pressione, serve una misura più stringente.

Twitter: @albmarzocchi

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