Quando manca un anno all’inizio dei mondiali di calcio del Qatar, le riforme sui diritti dei lavoratori migranti segnano il passo. È quanto emerge dal “Reality Check” eseguito da Amnesty International, una nuova analisi della condizione del sistema del lavoro in Qatar. Nell’ultimo anno non vi sono stati progressi e alcune vecchie prassi sono tornate in auge, con la riemersione di alcuni dei peggiori aspetti del sistema della “kafala”.

Il processo di riforme era iniziato già nel 2017, attraverso limitazioni all’orario di servizio per il lavoro domestico, la costituzione di tribunali del lavoro per favorire l’accesso alla giustizia, l’istituzione di un fondo per risarcire i salari non pagati, l’introduzione del salario minimo e la ratifica di due importanti trattati internazionali. Nell’agosto 2020, poi, il Qatar aveva adottato due leggi per porre termine ai limiti, posti ai lavoratori migranti, di lasciare il paese e cambiare impiego senza il permesso del datore di lavoro. La loro completa applicazione avrebbe colpito al cuore il sistema della “kafala”, che invece continua a vincolare i lavoratori ai datori di lavoro.

La mancata attuazione delle riforme ha fatto sì che lo sfruttamento continuasse. Sebbene dunque il Qatar sulla carta abbia cancellato l’obbligo, per la maggior parte dei lavoratori migranti, di chiedere e ottenere il permesso di uscire dal paese e di cambiare lavoro attraverso un certificato di nulla osta da parte dei datori di lavoro, questi ultimi riescono ancora a bloccare i trasferimenti dei lavoratori e a tenerli sotto controllo, chiedendo ad esempio somme esorbitanti – in alcuni casi, cinque volte superiori al salario mensile – per concedere il nulla osta, che quindi di fatto, pur essendo stato abolito per legge, rimane in vigore.

Le organizzazioni che difendono i diritti dei lavoratori migranti e le ambasciate degli stati d’origine in Qatar hanno rilevato che se non si è in possesso di qualche documento scritto da parte del datore di lavoro, le possibilità di cambiare impiego diminuiscono. Questa situazione ha dato luogo a una sorta di commercio dei nulla osta assai lucrativo per datori di lavoro privi di scrupoli.

Tra le altre pratiche illegali che rendono difficile cambiare impiego si segnalano il trattenimento dei salari e dei bonus, l’annullamento del permesso di soggiorno e le denunce di “latitanza”.

Nella sua analisi, Amnesty International ha anche rilevato che i ritardati o mancati pagamenti dei salari e dei bonus contrattuali restano una delle principali forme di sfruttamento subite dai lavoratori migranti in Qatar. A queste si aggiungono le difficoltà di accedere alla giustizia e il divieto di organizzarsi in sindacato per difendere i propri diritti.

Nell’agosto 2021 Amnesty International aveva denunciato la mancanza di indagini, da parte delle autorità del Qatar, sulle decine di migliaia di morti di lavoratori migranti, nonostante fossero emerse prove della relazione tra questi decessi e la mancanza di sicurezza sul lavoro. Nonostante l’introduzione di alcune misure di protezione, restano ancora grandi situazioni di rischio: ad esempio, non è previsto un periodo di riposo obbligatorio proporzionale alle condizioni climatiche o al tipo di lavoro.

Amnesty International si è rivolta anche alla Fifa, organizzatrice dei mondiali di calcio del 2022, affinché adempia alle sue responsabilità di identificare, prevenire, mitigare e porre rimedio ai rischi per i diritti umani collegati all’evento sportivo. Come quelli cui vanno incontro i lavoratori dei settori dell’ospitalità e dei trasporti, in forte espansione in vista dell’inizio dei mondiali. La Fifa deve chiedere, in forma privata e pubblica, al governo del Qatar di attuare il suo programma di riforme nel sistema del lavoro prima del calcio d’inizio dei mondiali.

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