“Qualcosa potevano dare anche a Roma. Il Nobel lo vinco io e danno 50 milioni di dollari a Santa Fe Institute. È un’ingiustizia però!”. Il tutto corredato da una faccina che ride e un’immagine di Calimero. È l’ultimo post pubblicato su Facebook da Giorgio Parisi, lo scienziato italiano vincitore del premio Nobel per la Fisica (insieme al giapponese Manabe e al tedesco Hasselmann) per il suo lavoro di analisi sui sistemi complessi. Un testo dal tono ironico con cui l’autore ha però voluto lanciare una frecciatina alle logiche che governano il mondo dei finanziamenti alla ricerca. Parisi ha raccontato come Bill Miller, noto investitore e filantropo americano, il 12 novembre abbia donato 50 milioni di dollari al Santa Fe Institute proprio per il contributo dato allo studio di Parisi mentre non ha destinato neanche un centesimo all’Università La Sapienza, di cui il ricercatore romano è professore. Un commento che ha innescato sul social una lunga discussione, aprendo anche uno squarcio sulla mancanza di fondi destinati agli atenei italiani.
La lista delle criticità è lunga: dal disinteresse degli imprenditori privati alla mancanza di un sistema di incentivi adeguati che garantiscano a chi fa una donazione a un dipartimento (nello specifico quello di fisica della Sapienza) trasparenza negli obiettivi, nella progettualità, nelle modalità di utilizzo dei fondi e nel sistema di riconoscimenti. “L’università di Roma è fiscalmente riconosciuta equivalente a una charity americana e quindi può dedurre dalle tasse”, ha risposto Parisi, che con queste parole ha chiuso il dibattito.
E ulteriore ironia della sorte poco meno di un mese fa proprio sul sito del Santa Fe Institute era stato pubblicato un articolo per sottolineare l’importanza degli studi del fisico italiano. “Per quanto riguarda il recente premio Nobel per la fisica, il Santa Fe Institute ha originariamente descritto il problema risolto dal premio Nobel Giorgio Parisi e ha poi sviluppato il modello da lui utilizzato per risolvere il problema con modelli fisici per sistemi complessi” ha scritto il presidente del centro di ricerca del New Mexico, David Krakauer, commentando la notizia della donazione, la più cospicua ricevuta dall’istituto negli ultimi 30 anni. Un’argomentazione con si trova evidentemente in ironico disaccordo il diretto interessato, ossia Parisi, che infatti ha chiuso il suo post con la frase “È un’ingiustizia però!“. Da lì, l’avvio di un’articolata discussione nella sezione commenti a cui lo stesso scienziato ha preso parte denunciando i problemi che secondo lui affliggono il circuito accademico italiano. “I miei amici francesi mi hanno detto che, a differenza dell’Inghilterra, in Francia non c’è tradizione di donazioni private. Probabilmente lo stesso in Italia?”, gli ha scritto un utente. “Esatto” ha rispostolo lui, che ha individuato il problema nella “detrazione fiscale molto piccola“. Nel discorso si è poi inserito Peter Krurger, noto imprenditore laureato in fisica teorica, con cui il premio Nobel ha instaurato un interessante botta e risposta. “La detrazione fiscale per donazione da parte di privati è del 100% in Italia. Il problema non è delle tasse”, ha detto Kruger.
Non è la prima volta che il fisico solleva la questione della scarsità di risorse destinate agli atenei nel nostro Paese. Subito dopo aver ricevuto il prestigioso riconoscimento da Stoccolma, lo scienziato aveva ad esempio rilasciato una lunga intervista all’Ansa in cui si appellava al ministro della Ricerca e dell’Università, Maria Cristina Messa, affinché, ad di là delle parole spese in lungo e in largo per celebrarlo, si intervenisse concretamente per correggere il sistema. Tre, in particolare, le migliorie individuate in quell’occasione come indispensabili da Parisi per recuperare il gap con gli altri Stati: aumentare i finanziamenti di 1,1 miliardi di euro, introdurre un sistema di programmazione degli investimenti molto più puntuale e varare una struttura di coordinamento nazionale che ottimizzi gli sforzi di università e ricercatori.

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