Un ministro della Repubblica, Giancarlo Giorgetti, parla apertamente di una Repubblica semi-presidenziale “di fatto”. Una trasmissione gloriosa e ormai storica della Rai, Report, viene attaccata perché giustamente pone delle domande relative alla nostra azione contro la terribile pandemia che stiamo conoscendo. Un editorialista del Corriere della Sera, Paolo Mieli, scrive che in fondo le elezioni non servono.

Cosa c’entra tutto questo con i diritti linguistici e con quello che stanno tentando di fare una manciata di babbi e mamme sarde?

C’entra. Da una parte c’è chi, ed è grande maggioranza in Parlamento, lavora alacremente, e sostanzialmente ci è riuscito, per l’affermazione di una visione “ristretta” della democrazia. La democrazia rimane un simulacro ma chi comanda sono i mercati finanziari internazionali. L’Italia deve rimanere stabile, a costo di distruggere chiunque non la pensi come loro.

Dall’altra parte c’è chi ha una visione e una pratica larga della democrazia, per cui il “governo del popolo” deve essere ovunque e deve essere in ogni momento. Dai luoghi di lavoro (la democrazia nelle fabbriche) ai luoghi del sapere, sino alla scuola. Sino ai diritti linguistici.

La lingua è la infrastruttura immateriale più importante di ogni essere umano. Essa plasma, crea la realtà. Ogni lingua, che non può essere tradotta se non per una percentuale della sua potenza espressiva, è un mondo a sé. In Italia, nonostante l’articolo sei della Costituzione, i diritti linguistici sono carta straccia: a parte qualche realtà tutelata da trattati internazionali, non esistono.

La nostra democrazia, quella per la quale lottiamo, è invece una democrazia ricca, plurilingue, che non ha paura. L’Italia, paese debole e contraddittorio, è impaurita, e quindi accentratrice e retrograda. Un po’ come la Francia e, per molti aspetti, la Spagna. Alla domanda se vogliamo un mondo con una lingua (inglese o cinese) noi rispondiamo che un mondo monolingue non ci piace, sarebbe un mondo monocolore. Ma se questo vale per l’italiano nei confronti dell’inglese, perché non deve valere per il sardo nei confronti dell’italiano?

Il sardo è una lingua romanza, con centinaia di migliaia di lemmi e la capacità unica di raccontare il posto dove è nato. Un gruppo di babbi e mamme vuole che i loro figli crescano in un mondo libero, democratico, plurilingue.

Abbiamo studiato, e sappiamo che le lingue del luogo che non sono lingue statali sono in pericolo, anche in realtà forti come la Catalogna. Immaginiamoci in Sardegna!

La soluzione, parziale ma da realizzare, è quella delle scuole immersive. Scuole in cui la lingua del posto viene utilizzata dal primo all’ultimo minuto. La lingua statale si apprende, indirettamente e con forza, dall’ambiente circostante: la televisione, i media, i contesti extra-scolastici.

Non è una pazzia. Si fa già in Corsica, Catalogna, paesi Baschi, Bretagna, Galles, territori catalani francesi e tanti altri posti. Gli studi internazionali confermano che le bambine ed i bambini che crescono in scuole di questo tipo hanno una conoscenza della lingua statale, rafforzata anche dal metodo comparativo, forte quanto chi nella scuola studia solamente nella lingua statale.

In Sardegna una manciata di babbi e mamme si sta organizzando. Vogliamo fare imparare il sardo alle nostre figlie e figli. Vogliamo per loro un futuro di libertà, multilingue, in cui la parola “democrazia” faccia entusiasmare. Stiamo anche provando ad avviare un progetto sperimentale di un asilo nido “immersivo” a Cagliari, in cui bambine e bambini possano immergersi nella lingua sarda. Noi ci proviamo!

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